La Bibbia, acqua di sorgente
Alessandro Esposito
Riforma 21 agosto
Per
tutta la tradizione ebraica, di cui lo stesso Gesù è il figlio e per
ciò stesso espressione, il rapporto con le Scritture si configura in
questo modo: si tratta di una relazione vivente, di un reciproco
instancabile interrogarsi che va dal testo a chi lo ascolta e viceversa.
Non è materia inerte il testo: al contrario, è cuore pulsante che
alimenta una gioiosa irrequietezza, un desiderio che si rinnova ad ogni
nuovo ascolto e non si spegne nella spiegazione, ma si ridesta e si
riaccende, ogni volta di nuovo nel commento. Ogni testo, infatti, ogni
racconto, è un invito a scavare, alla ricerca di sensi che fioriscono a
ogni passo, custoditi nel cuore stesso di parole che sono come indizi
che ci mettono sulle tracce di una ricerca che non ha fine e che si
chiama fede. Credere, difatti, significa rimanere viandanti, mantenere
il cuore e la mente aperti a quel dono di novità in cui Dio si lascia
incontrare, ma mai identificare una volta per tutte e men che meno
imprigionare. Fede e freschezza che si alimenta di una lettura sempre
rinnovata e mai conclusa, quella stessa che fa sì che, giorno dopo
giorno, ci rechiamo presso una fonte che ci dona al contempo la sete e
l'acqua. Questa è la Bibbia: acqua di sorgente che, mentre spegne la
sete, torna a ridestarla. Noi ci accostiamo a questa fonte con le
piccole anfore dei nostri cuori che si ricolmano della sua acqua per poi
svuotarsi e tornare ad attingere a lei incessantemente. La nostra sete
può placarsi ma mai estinguersi: quella stessa parola che la spegne,
difatti, torna ad alimentarla. Ma perché ciò avvenga, le scritture vanno
accostate, interrogate, interpretate: non sempre difatti la loro
comprensione è immediata, come del resto accade con tutti gli incontri
significativi che trasformano le nostre vite e i nostri sguardi. Bisogna
sostare nei pressi delle Scritture, radicarsi in loro come l'albero che
mette radici profonde per nutrirsene, come narra l'inizio del libro dei
salmi.Ed ecco che in una Gerusalemme che sta ancora provando a
scrollarsi di dosso la polvere delle sue macerie, l'ascolto si fa sosta
che acuisce i sensi. Narra il libro di Nehemia al versetto 8 dell'ottavo
capitolo: "Essi leggevano il libro dell'insegnamento a piccoli brani e
con ricerche del senso: e così ne rendevano più chiara la scrittura". A
piccoli sorsi: così un popolo dal cuore ferito per il ricordo ancora
vivo di un esilio prolungato e doloroso attinge alla parola. Non si
tratta per così dire di una ubriacatura che inebria, per poi non
lasciare di sè che la traccia di uno stordimento fugace e sterile. No:
si tratta di un ascolto attento e paziente che contempla pause, domande,
riflessioni, chiarimenti. Su pagine che trasudano senso non si può
correre distrattamente: altrimenti esse scivolano via e non penetrano
nel profondo.Forse il tempo scandito da interruzioni che - per un
periodo breve e a tanti apparso così lungo-hanno rallentato la nostra
irrefrenabile corsa, forse questo tempo ha provato a insegnarci che un
respiro senza pausa diventa presto corto e affannoso.
Eppure, a così poca distanza da eventi che hanno interrotto bruscamente
il ritmo sincopato delle nostre vite accelerate, ho come l'impressione
che il nostro goffo tentativo sia quello di tornare in tutta fretta a
quella follia che chiamiamo " normalità" guardando al recente passato
come un incubo di cui ci si è risvegliati ridestandoci, insieme, alla
medesima indifferenza. Un tempo più disteso, inizialmente gradito, ha
finito per turbare quante e quanti non sanno che farsene, inquietati più
che confortati dalla possibilità di stare troppo a lungo in compagnia
di uno sconosciuto che porta casualmente il nostro nome. Così, in men
che non si dica, siamo tornati a correre con l'unico insensato obiettivo
di allontanarci il più possibile da quell'essere che sembra avere le
nostre sembianze e la cui indistinta, ingombrante presenza non fa che
metterci a disagio. L'ascolta della Parola, al contrario, rappresenta lo
spazio dell'incontro con Dio così come del ritorno a sé: aspetti
distinti, certamente, ma non estranei l'uno all'altro. Il testo biblico,
difatti, è insieme sentimento di Dio ed esperienza di sé, avvicinamento
all'uno come all'altro. E' avventura di autenticità, domandare lieto e
inesausto, itinerario che porta a Dio mentre riconduce a sé:
nell'ascolto della parola infatti si riabbracciano entrambi questi
universi intimi e ignoti, diversi e pure intrecciati. Ricercare
incessantemente gli infiniti sensi che il testo biblico custodisce e, se
opportunamente accolto e interrogato, sprigiona, significa al contempo
gettare una luce su di sé su quel mistero inesauribile che siamo a noi
stesse, a noi stessi. Leggiamo e rileggiamo la Bibbia per comprenderla
meglio, senza dubbio ma anche-e questo spesso ce lo dimentichiamo-per
comprenderci meglio.
Perché questo viaggio affascinante interminabile possa avere inizio,
dobbiamo riacquistare familiarità con una parola indomita e viva,
libera e provocatoria, che si agita dentro e sotto le pagine di ogni
testo, che ci raggiunge e ci interpella. Di questo narra il bellissimo
commento del biblista ebreo francese David Banon che nel suo libro La lettura infinita
scrive anche per noi queste parole: "Le Scritture non dovrebbero essere
oggetto di devozione o sacralizzazione, pratiche generalmente legate al
culto dei morti; non un "testamento" dunque, quanto piuttosto un
fidanzamento: un'esperienza di vita, di scoperte, di incontri, di
imprevisti, di novità. Un'avventura del senso… Le Scritture non sono un
pacchetto sigillato che si passa di mano in mano e di generazione in
generazione senza aprirlo, ma un tesoro inesauribile a cui attingere a
piene mani" (David Banon, La lettura infinita, Jaca Book, Milano 2009 pagg. 70-71).
Un
libro insomma che parla a noi perché parla di noi: pagine su cui far
ritorno ogni giorno di nuovo, Perché ogni giorno hanno qualcosa da dire a
quel cambiamento che siamo e che la Bibbia ci aiuta ad accogliere e a
comprendere, orientandoci in quel cammino costante in cui consiste una
fede da apprendere a ogni passo, in compagnia di quel Dio, come noi,
amante dei sentieri e degli incontri di cui ogni cammino, anche quello
della fede è costellato.