venerdì 28 agosto 2020

ACQUA DI SORGENTE

 La Bibbia, acqua di sorgente 

Alessandro Esposito 
Riforma 21 agosto 

Per tutta la tradizione ebraica, di cui lo stesso Gesù è il figlio e per ciò stesso espressione, il rapporto con le Scritture si configura in questo modo: si tratta di una relazione vivente, di un reciproco instancabile interrogarsi che va dal testo a chi lo ascolta e viceversa. Non è materia inerte il testo: al contrario, è cuore pulsante che alimenta una gioiosa irrequietezza, un desiderio che si rinnova ad ogni nuovo ascolto e non si spegne nella spiegazione, ma si ridesta e si riaccende, ogni volta di nuovo nel commento. Ogni testo, infatti, ogni racconto, è un invito a scavare, alla ricerca di sensi che fioriscono a ogni passo, custoditi nel cuore stesso di parole che sono come indizi che ci mettono sulle tracce di una ricerca che non ha fine e che si chiama fede. Credere, difatti, significa rimanere viandanti, mantenere il cuore e la mente aperti a quel dono di novità in cui Dio si lascia incontrare, ma mai identificare una volta per tutte e men che meno imprigionare. Fede e freschezza che si alimenta di una lettura sempre rinnovata e mai conclusa, quella stessa che fa sì che, giorno dopo giorno, ci rechiamo presso una fonte che ci dona al contempo la sete e l'acqua. Questa è la Bibbia: acqua di sorgente che, mentre spegne la sete, torna a ridestarla. Noi ci accostiamo a questa fonte con le piccole anfore dei nostri cuori che si ricolmano della sua acqua per poi svuotarsi e tornare ad attingere a lei incessantemente. La nostra sete può placarsi ma mai estinguersi: quella stessa parola che la spegne, difatti, torna ad alimentarla. Ma perché ciò avvenga, le scritture vanno accostate, interrogate, interpretate: non sempre difatti la loro comprensione è immediata, come del resto accade con tutti gli incontri significativi che trasformano le nostre vite e i nostri sguardi. Bisogna sostare nei pressi delle Scritture, radicarsi in loro come l'albero che mette radici profonde per nutrirsene, come narra l'inizio del libro dei salmi.Ed ecco che in una Gerusalemme che sta ancora provando a scrollarsi di dosso la polvere delle sue macerie, l'ascolto si fa sosta che acuisce i sensi. Narra il libro di Nehemia al versetto 8 dell'ottavo capitolo: "Essi leggevano il libro dell'insegnamento a piccoli brani e con ricerche del senso: e così ne rendevano più chiara la scrittura". A piccoli sorsi: così un popolo dal cuore ferito per il ricordo ancora vivo di un esilio prolungato e doloroso attinge alla parola. Non si tratta per così dire di una ubriacatura che inebria, per poi non lasciare di sè che la traccia di uno stordimento fugace e sterile. No: si tratta di un ascolto attento e paziente che contempla pause, domande, riflessioni, chiarimenti. Su pagine che trasudano senso non si può correre distrattamente: altrimenti esse scivolano via e non penetrano nel profondo.Forse il tempo scandito da interruzioni che - per un periodo breve e a tanti apparso così lungo-hanno rallentato la nostra irrefrenabile corsa, forse questo tempo ha provato a insegnarci che un respiro senza pausa  diventa presto corto e affannoso. 
Eppure, a così poca distanza da eventi che hanno interrotto bruscamente il ritmo sincopato delle nostre vite accelerate, ho come l'impressione che il nostro goffo tentativo sia quello di tornare in tutta fretta a quella follia che chiamiamo " normalità" guardando al recente passato come un incubo di cui ci si è risvegliati ridestandoci, insieme, alla medesima indifferenza. Un tempo più disteso, inizialmente gradito, ha finito per turbare quante e quanti non sanno che farsene, inquietati più che confortati dalla possibilità di stare troppo a lungo in compagnia di uno sconosciuto che porta casualmente il nostro nome. Così, in men che non si dica, siamo tornati a correre con l'unico insensato obiettivo di allontanarci il più possibile da quell'essere che sembra avere le nostre sembianze e la cui indistinta, ingombrante presenza non fa che metterci a disagio. L'ascolta della Parola, al contrario, rappresenta lo spazio dell'incontro con Dio così come del ritorno a sé: aspetti distinti, certamente, ma non estranei l'uno all'altro. Il testo biblico, difatti, è insieme sentimento di Dio ed esperienza di sé, avvicinamento all'uno come all'altro. E' avventura di autenticità, domandare lieto e inesausto, itinerario che porta a Dio mentre riconduce a sé: nell'ascolto della parola infatti si riabbracciano entrambi questi universi intimi e ignoti, diversi e pure intrecciati. Ricercare incessantemente gli infiniti sensi che il testo biblico custodisce e, se opportunamente accolto e interrogato, sprigiona, significa al contempo gettare una luce su di sé su quel mistero inesauribile che siamo a noi stesse, a noi stessi. Leggiamo e rileggiamo la Bibbia per comprenderla meglio, senza dubbio ma anche-e questo spesso ce lo dimentichiamo-per comprenderci meglio. 
Perché questo viaggio affascinante interminabile possa avere inizio, dobbiamo riacquistare familiarità con una parola indomita e viva, libera e provocatoria, che si agita dentro e sotto le pagine di ogni testo, che ci raggiunge e ci interpella. Di questo narra il bellissimo commento del biblista ebreo francese David Banon che nel suo libro La lettura infinita scrive anche per noi queste parole: "Le Scritture non dovrebbero essere oggetto di devozione o sacralizzazione, pratiche generalmente legate al culto dei morti; non un "testamento"  dunque, quanto piuttosto un fidanzamento: un'esperienza di vita, di scoperte, di incontri, di imprevisti, di novità. Un'avventura del senso… Le Scritture non sono un pacchetto sigillato che si passa di mano in mano e di generazione in generazione senza aprirlo, ma un tesoro inesauribile a cui attingere a piene mani" (David Banon, La lettura infinita, Jaca Book, Milano 2009 pagg. 70-71).
Un libro insomma che parla a noi perché parla di noi: pagine su cui far ritorno ogni giorno di nuovo, Perché ogni giorno hanno qualcosa da dire a quel cambiamento che siamo e che la Bibbia ci aiuta ad accogliere e a comprendere, orientandoci in quel  cammino costante in cui consiste una fede da apprendere a ogni passo, in compagnia di quel Dio, come noi, amante dei sentieri e degli incontri di cui ogni cammino, anche quello della fede è costellato.