TRASFIGURAZIONE COME UN VEDERE OLTRE L'APPARENZA
Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli.
Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.
E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: "Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!". Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: "Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltalelo!".
E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi che cosa volesse dire risuscitare dai morti (Marco 9, 2-10).
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Chi è assiduo alla lettura biblica dei due Testamenti spesso si trova a fare i conti con squarci di cielo, voci dall'alto, montagne delle "apparizioni", sorgenti che sgorgano dalla roccia, angeli che svolazzano, spiriti immondi che parlano, il deserto che fiorisce, la steppa che diventa un giardino, il mare che fugge o si apre, il fiume Giordano che torna indietro, monti che saltano come capre, colline che corrono come agnelli …. Questo straordinario arsenale di immagini ci sollecita a guardare oltre, ci spinge a domandarci quale significato abbiano questi linguaggi. L'invito è chiaro: bisogna andare in profondità e non fermarsi al "quadro".
La
nostra cultura televisiva troppo spesso può farci dei brutti
scherzi. Infatti possiamo cadere nel rischio di diventare talmente
guardoni e privi di immaginazione creativa da perdere ciò che sta
oltre la scena, cioè la visione interiore e profonda.
Quando ci
fermiamo come sedotti dall'immagine, si profila il pericolo di
perdere di penetrazione.
Davanti a
questa pagina così suggestiva, piena di movimento, di luci, di voci,
siamo ormai consapevoli che si tratta di un "episodio"
costruito dagli evangelisti, un ritratto teologico che contiene
preziosi messaggi.
Proviamo a ricostruire il contesto
Lo
stesso capitolo 8 di Marco ci mette sulle tracce, Pietro ha
riconosciuto in Gesù l'inviato di Dio, ma fa resistenza al maestro
che parla del futuro difficile che lo attende. Se il versetto 38
parla esplicitamente di qualcuno che si vergogna di Gesù è facile
supporre che tale atteggiamento cominciasse a prendere piede nel
gruppo dei discepoli, delusi dalla prospettiva poco gloriosa che si
andava profilando.
Ormai il gruppo delle discepole e dei
discepoli teme che ci si possa avviare verso un orizzonte fosco. Gesù
si dirige decisamente verso Gerusalemme. Il gruppo, anche constatando
che il maestro incontra crescente opposizione, teme che Gesù vada a
cacciarsi nei guai. Del resto il nazareno non è così ingenuo da non
percepire il pericolo, né è così disattento da non accorgersi
dell'ansia e della paura che si fanno strada anche nel cuore dei suoi
più intimi seguaci. Ovviamente Gesù non è ancora lucidamente
consapevole di quanto lo attende.
Che fare? Gesù, com'era solito
fare nei momenti in cui avvertiva il bisogno di attingere luce e
forza da Dio, si apparta. Ma prende con sé alcuni dei discepoli che
aveva visto più perplessi e tormentati da questa inquietudine.
Voleva pregare, ma desiderava anche ascoltare questi seguaci della
prima ora, tanto disponibili quanto fragili.
Là in disparte Gesù
rimette la sua vita nelle mani di Dio, sua sorgente di luce e di
coraggio. Alla preghiera aggiunge il dialogo intimo con Pietro,
Giacomo e Giovanni. Ascolta le loro parole, percepisce il dolore di
chi vede infrangersi un sogno (vivere a lungo con un tale maestro!),
li aiuta a cambiare prospettiva, ad entrare in un'ottica diversa, ad
andare il profondità, a fidarsi di Dio.
Quel
dialogo, quel silenzio nutrito di preghiera nutre e ristora il cuore
di Gesù e dei discepoli.
Essi riuscirono a capire che quel
Gesù, che ormai si preannunciava come un perdente, uno sconfitto, in
realtà era il testimone di Dio e del Suo regno. Videro Gesù in una
luce diversa, oltre le apparenze di un profeta fallito: "Gesù
si trasfigurò davanti a loro", cioè erano riusciti ad andare
oltre la figura (trans-figura), oltre l'apparenza.
Nei loro
cuori spunta una consapevolezza nuova che il Vangelo di Marco esprime
con una immagine straordinariamente radiosa ed efficace: "Le sue
vesti divennero fulgide, bianchissime tanto che nessun lavandaio
sulla terra può renderle così bianche". Quest'uomo che non ha
successo, attorno al quale sta crescendo l'opposizione, attorno al
quale si organizza la congiura, in realtà non è un esaltato, un
venditore di fumo, un fallito o un illuso. La sua esistenza è il
cartello indicatore della vera vita. Il simbolo delle vesti
bianchissime che il Vangelo riporta esprime bene la fede dei
discepoli: Dio farà splendere la vita e il messaggio del nostro
maestro.
Nel dialogo con Gesù Pietro, Giacomo e Giovanni
capiscono che già Mosè ed Elia avevano percorso questo sentiero
dell'insuccesso umano, ma la loro vita era stata feconda. Del resto
già le pagine poetiche e teologiche del "servo di Javhé",
che si trovano nel libro di Isaia, avevano esplicitato che la
fecondità non è sinonimo di vittoria e di successo …. Nel cuore
dei discepoli è avviata una rivoluzione … tutta da completare e da
vivere nel quotidiano. Hanno capito che, esattamente come Mosè ed Elia, ritratti mentre dialogano con Gesù, anche il nazareno è il profeta di Dio per il suo popolo, il profeta affidabile da ascoltare. La comparsa di Elia e di Mosè, in questo immaginario tipico delle Scritture, è il segno che Dio ha investito Gesù della stessa missione profetica.
Scendendo dal monte
Ora
… bisognava "scendere dal monte", cioè tradurre nella
"pianura del quotidiano" questo messaggio con il quale Dio
aveva toccato i loro cuori e accompagnare Gesù lungo il suo cammino
di testimone e annunciatore del regno, qualunque fossero il "clima",
l'accoglienza o il rifiuto.
La parola trasfigurazione, questo
andare oltre, ci invita a fare i conti con la "trasformazione"
che disegna un percorso lento, fatto di piccoli passi. La sequela di
Gesù non è lo strappo di un momento, ma un "laboratorio"
di pazienza, di nuove decisioni, di perseveranza quotidiana.
Se
ripercorriamo la storia che seguì, sappiamo che i discepoli, pur
nelle fragilità e nelle contraddizioni tipiche della nostra umanità,
hanno seguito Gesù superando lo sconforto e lo scandalo della sua
fine ingloriosa. Dopo la morte del maestro, lo predicano vivo presso
Dio, cercano di proseguire nell'annuncio del suo messaggio e di
seguire le sue "orme".
Per noi
La
pagina della "trasfigurazione" è per me, come cristiano,
molto pregnante e ricca di significato.
La fede sembra oggi
una carta perdente. Se prendi la strada della ufficialità
gerarchica, allora vivi una religione potente, influente, che conta
nella società…. Ma se ti affidi alla fede nuda della testimonianza
biblica, allora questa fede così indimostrabile, così inevidente,
così poco appariscente nello scenario della visibilità storica, è
come il granello di senape vicino ai grattacieli di Shangai.
Credere
che Dio opera in questo piccolo seme è la nostra trasfigurazione.
Non una fede da miracoli, ma la fiducia di chi getta il seme e affida
tutto alla terra e a Dio.
Non c'è bisogno di essere né grandi,
né potenti, né eroi, né perfetti per gettare il seme della
fiducia, di un amore che non esclude nessuno, della solidarietà.
La
strada della religione del potere non è più percorribile da chi
crede nel granello di senape, nella parola disarmata ed impotente del
Vangelo.