venerdì 23 aprile 2021

GRUPPO BIBLICO DI RIVALTA: 25 APRILE

 ISAIA cap. 56 - 66:

TRA CONDANNA E SALVEZZA

IN ATTESA DI CIELI NUOVI E TERRE NUOVE


Gruppo Primavera senior, Rivalta

25 aprile 2021

INTRODUZIONE

Il Deuteroisaia era annunciatore di salvezza, nel Tritoisaia sono intrecciati i messaggi di condanna e di salvezza. Sono testi scritti dopo l’esilio e il ritorno in Israele, si rispecchia la delusione del rientro che non ha inaugurato un periodo di salvezza ma ha dovuto fare i conti con la faticosa risistemazione nella patria antica.

Questa sezione denominata del Tritoisaia è da sempre oggetto di discussioni: non si è ancora arrivati ad un accordo relativamente all’autore (autore del Deuteroisaia? discepolo del Deuteroisaia? pluralità di autori? …), alla datazione (sembrerebbe tra il VI e il V secolo cioè a partire dal ritorno da Babilonia) e alla struttura (sembrerebbe una raccolta di oracoli indipendenti, raccolti senza criterio tematico né cronologico).


Ecco, a grandi linee, la struttura:

Capp. 56-58: oracoli di salvezza e di condanna con aggiunte apocalittiche

Cap. 59: salmi di lamentazione collettiva, confessione dei peccati da parte del popolo, riconciliazione con Dio e alleanza

Capp. 60 - 62: vocazione e missione del profeta, rinnovato messaggio di speranza

Capp. 63-64: salmi di lamentazione collettiva

Capp. 65-66: oracoli di salvezza e di condanna con aggiunte apocalittiche


I capitoli 60 – 62 sono quelli centrali; gli altri capitoli hanno temi e generi letterari differenti attribuibili a diversi autori (forse anche oracoli precedenti all’esilio). Siamo alla fine del libro di Isaia e, forse, i redattori inseriscono tutto il materiale perché nulla vada perduto.


CONTESTO STORICO- SOCIALE

L’esilio fu sicuramente un trauma per Israele (dal salmo 137 “Lungo i fiumi, laggiù in Babilonia, sedevamo e piangevamo al ricordo di Sion”), ma i babilonesi avevano fatto in modo che i giudei deportati si insediassero in Babilonia dando vita a una comunità libera di seguire la propria legge, lavorare, costruire, stabilire contatti, avviare commerci. Molti continuarono a svolgere la propria professione, altri ricoprirono incarichi, tutti impararono una nuova lingua. Quando nel 538 Ciro emanò l’editto che li lasciava liberi di rientrare a Gerusalemme furono pochi quelli che partirono. E il ritorno non fu né facile né scontato: quelli che avevano conosciuto Gerusalemme ed erano stati deportati erano ormai morti o molto vecchi; i giovani, che avrebbero potuto più facilmente affrontare un viaggio di migliaia di chilometri verso l’ignoto non sempre erano favorevoli a lasciare le case, le terre, il lavoro che nel frattempo si erano costituiti, perché per loro il ritorno era un’incognita. Un gruppo, decide il rientro: chi sono? I più devoti, avventurieri, chi voleva tentare la fortuna? Non lo sappiamo …

In ogni caso il rientro a Gerusalemme comporta delusioni e fatiche. Si erano lasciati entusiasmare dall’idea del ritorno, in realtà trovano abbandono e rovine perché Gerusalemme era stata distrutta e in parte abbandonata e disabitata; le poche situazioni di vita erano in mano a stranieri o a persone che ormai si erano allontanate dalla tradizione degli antichi padri. I reduci dall’esilio che si erano aspettati una gloriosa restaurazione, trovarono invece carestia, indigenza, tribolazioni, sofferenze, umiliazioni. Questi capitoli 55-66 sono contraddistinti da un pessimismo che cresce fino alla disperazione. Man mano che la disperazione cresce i reduci invocano Dio affinché ponga fine alle loro sventure.

Erano infatti sorti dei conflitti tra gli Ebrei rientrati e gli Ebrei rimasti in patria. Il conflitto verteva sostanzialmente su un punto: chi poteva dirsi legittimo erede del regno d’Israele? I discendenti di coloro che erano vissuti tanto a lungo lontano dalla Palestina potevano rivendicare il possesso delle terre e la direzione del paese? I contadini rimasti in patria e gli stranieri che vi erano immigrati per coltivare le terre abbandonate non avevano nessun diritto? Le donne straniere sposate dagli Ebrei e i figli nati da esse facevano parte del popolo dell’Alleanza o dovevano essere rimandati nei loro paesi di origine? I sacerdoti e i notabili rientrati da Babilonia volevano imporre una rigida “pulizia etnica”, attraverso complesse norme di purità legale, la rottura dei matrimoni misti e il ritorno delle terre agli antichi proprietari. Volevano un’identità ebraica forte per avere così il controllo del tempio e del territorio. Sono problemi importanti, non di facile soluzione perché hanno a che fare con il potere, la tradizione, l’organizzazione sociale e politica, il culto e la trasmissione della fede, l’identità. Sono temi molto attuali anche per noi in questo periodo storico e sociale caratterizzato dalle grandi immigrazioni, con la nascita di società multiculturali, con la ridefinizione di nuovi diritti, con la negazione di altri diritti, …

Il Tritoisaia appoggia certamente la ricostruzione del tempio e della nazione ebraica, ma sembra condividere le richieste di libertà del popolo del paese, opponendosi perciò alla linea integralista ufficiale che si stava imponendo. Propugna infatti l’apertura universalistica della religione ebraica all’accoglienza degli stranieri e il superamento delle regole di purità legale, che condannavano all’emarginazione sociale soprattutto i poveri e le donne.

Su una realtà così dura e così poco promettente, questo gruppo di profeti proietta la luce dell’entusiasmo patriottico, della sua fede e della sua speranza. Infatti la nota dominante di queste pagine è l’ottimismo: nessuno sarà escluso e tutti saranno accettati dal Signore, se la loro vita sarà improntata al rispetto del diritto e della giustizia. Anche gli emarginati di un tempo - lo straniero e l’eunuco - potranno entrare nel tempio del Signore. Per la prima volta si dice in modo chiaro ed esplicito che la salvezza promessa dal Signore vale non solo per tutti i popoli, ma per tutte le categorie di persone. (56, 6) Non solo gli stranieri, dunque, ma anche le persone apparentemente segnate dalla disgrazia divina, quali allora venivano considerati gli uomini e le donne colpiti da menomazioni fisiche o psichiche. L’affermazione dell’universalità della salvezza, che ha faticato a farsi strada nella mentalità di Israele, può farci capire che Dio vuole un popolo senza barriere e continua a cercare persone che accettino di essere costruttori di unità e di riconciliazione. La strada per riallacciare l’alleanza con Dio è quella del pentimento, del riconoscere i propri errori e del tener fede agli impegni assunti che sono quelli dell’Alleanza espressa nelle Dieci Parole. Non c’è più spazio per gli idoli: il dominio, il possesso, l’egoismo, l’indifferenza; la strada da percorrere è verso Dio che solo può dare salvezza.

Il profeta si trova di fronte a una comunità composita, all’interno della quale si possono distinguere:

1) gli Ebrei ritornati dall'esilio, circa 50.000 in varie tappe, tra i quali hanno importanza i sacerdoti, preoccupati della ripresa di una vita religiosa regolare. Tutti si trovano di fronte a difficoltà per installarsi di nuovo nei possedimenti abbandonati o saccheggiati durante la loro assenza

2) la popolazione rimasta nel paese, in parte invischiata nel culto degli idoli, e in atteggiamento più o meno ostile perché probabilmente si è insediata a detrimento degli esiliati e delle loro proprietà

3) gli stranieri, sia quelli stabilitisi durante l'esilio (60,10; 61,5), sia quelli che vengono al seguito degli Israeliti dispersi per il mondo (60,9 e 66,20)

4) gli Ebrei della diaspora, mai assenti dal pensiero del Tritoisaia, per i quali si deve tener libera la strada che dà accesso a Gerusalemme (57,14; 62,10).


Con queste diverse realtà il Profeta vuole costituire una comunità di giusti di una bellezza morale tale da essere un riflesso dello splendore divino (60,21-22), ma i suoi appelli alla conversione si scontrano contro 4 tipi di resistenze: uno scandalo (il ritardo della salvezza); una depravazione (il culto degli idoli); una divisione: (l'odio all’interno del popolo); un rischio (il disprezzo per gli stranieri).


ALCUNI SPUNTI nei capitoli 56 - 66

Cap 56

In questo capitolo mi è piaciuta molto l’immagine al versetto 7 “il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli. Questo versetto sarà citato da Gesù stesso quando allontanerà i mercanti dal tempio: cacciandoli Gesù contesta il tempio per come veniva usato alla sua epoca: il tempio deve diventare casa di preghiera, non per l’organizzazione di sacrifici a pagamento e non chiusura esclusiva su un popolo, ma casa di preghiera aperta a tutti i popoli. Questa immagine riportata ai giorni nostri mi fa pensare ad Hans Kung, morto alcune settimane fa, grande teologo fautore dell’incontro ecumenico tra culture e fedi diverse, e mi piace ricordarlo con una frase molto pregnante e significativa che riassume la sua visione universalistica “Non ci può essere pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Non ci può essere dialogo tra le religioni senza norme etiche globali. Non ci può essere sopravvivenza del nostro pianeta senza un’etica mondiale”.

L’altra realtà che questo versetto mi evoca è il Ramadam che ora milioni di sorelle e fratelli mussulmani stanno vivendo. Questi riferimenti mi confortano nel pensiero che nella casa di preghiera c’è posto per tutti i popoli che, pur nelle differenze di lingua, di cultura, di fede, cercano di vivere e di praticare la giustizia.

Cap 58

Digiuno: parola chiave ripetuta 7 volte; la risposta di Dio è ironica, polemica, non è consolatoria “Pensate sia questo il digiuno che mi piace?” (58,5b). Il vero digiuno per Dio è ricercare la giustizia, operare la misericordia e la carità, prima di tutte la liberazione dei prigionieri (il dono della libertà è il più sentito dopo l’esilio in Babilonia); esercitare la solidarietà verso il povero (58, 6 -7)

Sabato: anche il sabato non può essere ridotto ad una pratica meccanica ed idolatrica; è un tempo sottratto all’interesse umano e riservato a Dio; non si tratta solo di un riposo fisiologico ma di offrire a Dio una parte del proprio tempo produttivo. Nel riposo si trova la gioia di stare con Dio godendo della terra consegnata agli antenati (58, 14)

Cap 60

E’ inserito in questo capitolo uno dei grandi poemi del libro. Con immagini splendide ed entusiastiche canta il trionfo della luce (aurora senza tramonto), i popoli rendono omaggio alla città prima umiliata. Alla vista della luce i popoli si mettono in cammino; ora è giorno e cominciano i lavori per la ricostruzione, con il trionfo della pace e della giustizia. Questo avviene durante il giorno, ci si prepara per la notte ma la notte non arriva perché è cominciato il giorno senza fine, giorno di luce, di vita, di pace.

Cap 61

E’ un testo autobiografico in cui l’autore parla della sua vocazione e della sua missione. Numerosi sono gli incarichi che il profeta dice di avere ricevuto: evangelizzare, portare il lieto annunzio ai poveri, curare le piaghe dei cuori spezzati cioè di chi ha perso le speranze, proclamare la libertà degli schiavi, ottenere la scarcerazione dei prigionieri, promulgare l’anno di misericordia del Signore; infine, al vertice, l’ultimo fine per cui è stato mandato, che si visualizza con tre immagini: il Signore mi ha mandato per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, un canto di lode invece di un lamento. E poi nei versetti successivi l’annuncio di speranza (61, 4 -11) che continua con il capitolo 62 con molte immagini di liberazione e di gioia.

Cap 64

Questo è un testo di alta poesia, probabilmente non appartiene a quello definito Tritoisaia, è un altro poeta esilico che ha pianto su Gerusalemme distrutta, il redattore finale ha messo questo pianto di nostalgia e di desiderio per far risaltare l’annuncio della ricostruzione, per fare vedere come il Signore ha risposto. Qui chiede: “Tacerai per sempre?” Nel capitolo 62 ha detto “Per amore di Sion non tacerò.” E’ la risposta e il redattore ha messo la risposta prima del lamento, quasi per dire: il Signore ti risponde prima che tu lo chiami.

Cap 65

Il mondo nuovo è un mondo di vita, la vita sboccia senza ostacoli, la morte non può spezzare la vita né con la malattia (v 20) né con la guerra (v23); la terra nuova è il paese dove non è la vita che è messa tra parentesi dalla morte, ma è la morte che è messa tra parentesi dalla vita.

Il mondo nuovo è un mondo di giustizia (v 22): le persone riceveranno il frutto del loro lavoro e potranno goderne; dall’apparizione dell’homo faber fino ai nostri giorni, lo sfruttamento del lavoro umano è tra le forme più gravi ed indegne di ingiustizia.

Il mondo nuovo è un mondo di senso (v 23): si sa ciò che si fa e perché, c’è uno scopo e lo si raggiunge; il mondo e la vita non sono destinati alla follia.

Il mondo nuovo è un mondo di comunione (v 24): la risposta precede la domanda, il compimento precede l’attesa; Dio è là prima che lo si invochi, esaudisce prima che si chieda.

Quell’antico sogno è ancora il nostro sogno. Sono passati 200 anni dal vecchio Isaia a questi scritti, eppure le immagini, la speranza, la fede, l’attesa è sempre quella: ecco perché gli autori hanno messo tutto insieme e hanno composto il libro di Isaia come un “unicun” perché frutto di una scuola unitaria che ha prodotto un messaggio con alcune differenze nel tempo, ma sostanzialmente orientato all’evento futuro, cieli nuovi e terra nuova.

Cap. 66

Il capitolo finale del Tritoisaia contiene espressioni bellissime, capaci di disegnare il conforto che Dio ha promesso e promette ai suoi fedeli (66, 12 -14)

La dolcezza e la fiducia che scaturiscono dalle parole del Tritoisaia possono essere applicate al percorso di fede e di vita di ogni singola persona, ma non si deve omettere l’aspetto sociale e comunitario: infatti la felicità del singolo non può essere separata dalla felicità dell’altro/a e dell’intera comunità. Questi passi non sono solo un invito alla speranza per il fedele israelita, perché la Parola di Dio ha sempre una valenza sociale per la realizzazione della giustizia e della solidarietà. La dimensione della gioia, non sempre presente nella Bibbia e nella vita dei credenti, e tuttavia segno della presenza e della volontà di Dio, è l’ultima parola del Libro di Isaia che si conclude con questa promessa: “Per mio volere la vostra discendenza e il vostro nome dureranno quanto il nuovo cielo e la nuova terra che io creerò” (66,22)

Immagini femminili nel Tritoisaia

Come già nel Deuteroisaia, anche nel Tritoisaia sono presenti molte immagini simboliche femminili, sono quasi tutte positive.

Al capitolo 66,7-8 c’è la descrizione della nascita di un bimbo. La puerpera è la città di Sion che partorisce la nazione rinnovata; al capitolo 66,11b si prende cura dei suoi piccoli; al capitolo 66,12b i figli della giovane Gerusalemme vengono accolti e giocano con la madre; al capitolo 66,13 Dio coccola Israele nello che stesso modo con cui una mamma coccola figlie e figli.

Compare poi la simbologia nuziale e del matrimonio, dove viene annunciato che Gerusalemme non sarà più chiamata “Abbandonata” e “desolata” ma “Gioia del Signore” e “Sposa felice” (62, 4)

Tutti i libri di Isaia perciò conservano e tramandano una serie di immagini femminili positive che, quasi, non ha uguali negli altri libri della Bibbia. Come mai? Esistono varie ipotesi: la caduta della monarchia e della nazione, induce gli autori ad ispirarsi con le loro metafore all’unica cellula sociale che ancora resiste e cioè la famiglia con le immagini tratte dalla vita domestica (matrimonio, gravidanza, parto, crescita e cura di figlie e figli). Ancora, la crisi politica causa un ripiegamento nella sfera domestica e quindi un’esaltazione delle figure e delle realtà precedentemente denigrate o ignorate. Con il ripristino della stabilità sociale, infatti, la misoginia riprende il sopravvento.


Concludiamo con una preghiera tratta dal libro di Franco Barbero “Preghiere di ogni giorno”

Per sorridere alla vita

Signore, attendiamo da Te il dono della gioia

per continuare a sorridere alla vita,

per vedere i fiori che nascono sui sentieri

e per scoprire le sorgenti di felicità e di speranza.


Signore, attendiamo da Te il dono della speranza

per saper camminare anche nelle notti più buie,

per assaporare l’alba che ci riporta il bacio del sole,

per credere che Tu ci vieni incontro dal futuro.


Signore, attendiamo da Te la mano amica e forte

che ci guidi sui sentieri dell’amore solidale,

che ci spinga a seminare sulla roccia

e a spargere nel vento,

che ci dia tanta voglia di costruire pezzi di felicità.