Il declino del Masaniello a cinque stelle
La Repubblica 20/4
di Stefano Folli
Si
può comprendere un padre addolorato che vuole difendere il figlio,
tuttavia la grossolana, addirittura volgare intemerata di Beppe Grillo
sui “social” sembra qualcosa di diverso: è lo sfogo senza ritegno di un
personaggio pubblico, addirittura il capo storico di un movimento che
voleva cambiare l’Italia ed è tuttora maggioritario in Parlamento.
Un
simile personaggio dovrebbe sentirsi tenuto a un certo autocontrollo e
al rispetto delle istituzioni, compresa la magistratura.
Viceversa
Grillo, giustizialista principe per anni, nel corso dei quali ha
costruito il M5S sul dileggio degli avversari e su accuse infamanti,
raramente dimostrate, si scopre oggi garantista, diciamo così, e attacca
con asprezza i magistrati che potrebbero rinviare a giudizio il figlio
per reati sessuali.
È fin troppo facile
cogliere la contraddizione con la storia opaca del movimento più
forcaiolo degli ultimi decenni. Ed è inevitabile vedere il risvolto
politico di quella scomposta arringa.
Il
vecchio comico che si scaglia contro le procure e tenta d’infangare la
ragazza che ha denunciato il presunto abuso - secondo il più tipico
stereotipo maschilista - tradisce un inquietudine che incrocia il
marasma in cui si agitano i Cinque Stelle. Il movimento non è più di
Grillo, ma non è ancora di Conte o di qualcun altro e forse non lo sarà
mai. La parabola sembra essersi conclusa.
Come
sospinti da un’onda lunga, i voti ci sono ancora, sia pure ridotti alla
metà di quelli di un tempo, ma appaiono privi di un orizzonte, di una
guida, di un senso. Carte bollate, querele, risse e frustrazioni... In
fondo anche l’inverosimile video trasmesso ieri è parte del declino
generale di un uomo che ha accumulato un enorme potere e poi, moderno
Masaniello, ne è stato travolto.
Difficile
credere che lo sconquasso non abbia effetti sulla politica. È evidente
che la pacifica trasformazione del movimento di Grillo nel partito di
Conte, “né di destra né di sinistra” e riverniciato di verde, non sta
riuscendo.
Peraltro il progetto del Pd,
anche nel passaggio da Zingaretti a Letta, prevede un’alleanza con un
M5S pacificato e anzi normalizzato. Se invece quel che resta del
“grillismo” diventa preda di una furia autodistruttiva, l’intera
strategia del centrosinistra andrà riconsiderata. Magari con la
riscoperta di un’anima riformatrice che l’abbraccio con i Cinque Stelle
aveva offuscato.
Le occasioni non
mancano. Una volta che il Covid sarà sotto controllo grazie al successo,
lento ma inesorabile, delle vaccinazioni di massa, il centro del
dibattito pubblico diventerà il Recovery Plan. Non più il dissidio
rigoristi contro aperturisti, pro o contro Speranza, bensì come riuscire
a essere protagonisti di un disegno riformatore.
Per
la verità già adesso i partiti in cerca di credibilità avrebbero dovuto
aprire una vera discussione sul rinnovamento del Paese. Invece si è
prodotta una specie di frattura fra Draghi, che prepara le linee del
Recovery in base a un’idea dell’Italia nel prossimo futuro, e le forze
politiche deboli, spesso prigioniere di schemi inconsistenti. Il caso
Grillo è emblematico, ma si potrebbero fare altri esempi in entrambi gli
schieramenti.
Così il governo va avanti appoggiandosi al prestigio del
premier più che al sostegno che gli viene dai partiti. E non è un caso
se il ministro più vicino a Draghi sia forse Giorgetti: leghista ma
certo non espressione di Salvini. Chissà se prenderà forma anche un
Giorgetti del centrosinistra.