IL NOSTRO DOLORE È PIÙ DOLORE DI QUELLO DEGLI ALTRI?
Soggettivamente sì, se vediamo le cose dal nostro punto di vista (e di sofferenza). Ma questo non ci autorizza a perdere il senso complessivo della realtà.
Voglio scriverlo perché provo il senso di un forte disagio quando sento descrivere da molti come un'ingiusta tragedia ciò che ci sta capitando: la perdita di familiari e amici colpiti dai virus, rallentamento del nostro sistema economico, sgomento e angosciati padri e madri di famiglia impossibilitati a lavorare, alunni e studenti esclusi dalle aule scolastiche, anziani isolati...
Tutto vero, drammaticamente vero.
Ma non più vero né più tragico delle siccità che costringono milioni di affamati nei campi profughi, delle bombe che continuano o cadere sullo Yemen, dell'esilio senza fine dei Rohingya, delle epidemie tropicali che accecano e uccidono in questo momento migliaia di bambini, la prigionia nelle bidonvilles fatiscenti e avvelenate di immense metropoli di milioni di diseredati, la disperata rassegnazione dei congolesi depredati delle materie prime indispensabili alle nuove tecnologie del nord del mondo, il massacro dei nativi amazzonici espropriati delle loro foreste, miliardi di persone private dell'acqua pulita e dei medicinali salvavita, le torture patite nelle carceri libiche da innocenti che l'Europa ha respinto dai propri porti, l'avvilimento dei raccoglitori di verdure immigrati, sfruttati dal nostro sistema distributivo, di cui siamo corresponsabili...
L'elenco dei dolori degli altri non ha fine. Perciò non perdiamo il senso della misura credendoci paranoicamente perseguitati da un'ingiustizia che si accanisce solo su noi.
Approfittiamo della tragedia dei Covid per accrescere, afflitti dal nostro dolore, l'empatia nei confronti degli estranei che non soffrono meno di noi.
Magari anche per fare qualcosa allo scopo di attenuare il dolore di tutti e non solo nostro.
Gilberto SQUIZZATO
da Qualevita 191, aprile 2021