Così in sud Sudan la Chiesa cattolica è diventata un nemico da combattere
Marco Grieco
27/4 Domani
Mancano
pochi mesi al 9 luglio, quando i sud sudanesi festeggeranno il decimo
anniversario della loro indipendenza dal Sudan, ma quel cordone
ombelicale reciso nel 2011 dal 98 per cento degli elettori, è ancora
oggi intriso di sangue. Nemmeno la chiesa cattolica, protagonista del
lento cammino di pacificazione del paese, può definirsi al sicuro.
Nella
notte di ieri infatti, il missionario comboniano Christian Carlassare,
nominato vescovo di Rumbek appena due mesi fa ha subito un agguato ed è
stato ferito alle gambe con colpi di arma da fuoco. Secondo quanto
riferito dalla conferenza episcopale del paese, il presule non è in
pericolo di vita, ma l'evento ha scosso tutte le diocesi, anche per la
speranza che il più giovane vescovo italiano della Chiesa cattolica
porta nello Stato più giovane del mondo. "Sento una grande
responsabilità. Dovrò riuscire a far capire quanto tengo a loro anche se
le mie origini sono straniere" aveva dichiarato monsignor Carlassare e
qualche giorno fa ad Avvenire parlando degli 800.000 sud sudanesi della
sua diocesi (un quarto è cattolico). Estesa sul territorio di 60.000 km²
con appena 15 parrocchie a Rumbek la maggioranza della popolazione è
di etnia dinka.
Appena 20 giorni fa, il paese piangeva la morte
dell'anziano arcivescovo Paulino Luduku il missionario che è stato un
saldo pilastro per tanti civili nel marasma del conflitto interno.Luduku
e Carlassare agli antipodi anagrafici, incarnando l'impegno trasversale
e atemporale della Chiesa cattolica in uno Stato che ha smesso di
credere ai suoi stessi tentativi di pace.
Finte prove di pace
l'accordo firmato ad Addis Abeba il 12 settembre 2018 tra il presidente
Salva Kiir e Riek Machar rimpatriato dopo il rovinoso esilio costato la
vita a centinaia di combattenti, era stato l'atto estremo della
pressione diplomatica internazionale.
Ma nella stessa Juba dove il
presidente del paese e il leader del movimento ribelle avevano celebrato
il rinnovato dialogo, pochi do mesi dopo i vescovi cattolici avevano
espresso le loro perplessità. "La situazione concreta sul campo dimostra
che non si stanno affrontando le cause profonde dei conflitti nel Sud
Sudan. Siamo estremamente preoccupati perché, nonostante l'accordo di
pace, la situazione sul terreno è che violenze e scontri continuano"
avevano dichiarato il 28 febbraio 2019 senza risparmiare la dura
condanna ai tiepidi tentativi di riconciliazione: "Le violazioni dei
diritti umani continuano impunemente tra omicidi, stupri, violenze
sessuali diffuse, saccheggi e occupazioni di terreni e proprietà
civili.
Mentre si parla molto della pace, le azioni non corrispondono
alle parole e temiamo che i leader di tutte le fazioni abbiano agende
nascoste". Secondo gli ultimi dati forniti dalla commissione per i
diritti umani dall'Africa orientale il 75% del paese è ancora lacerato
da attacchi a livello locale.
Addio alle armi
Nel sud Sudan il problema sono le armi sebbene il presidente Kiir abbia
rinnovato gli sforzi per il disarmo. Eppure le azioni di un governo in
parte svuotato di autorevolezza sono percepite con sospetto dei civili e
questo alimenta gli scontri, anche fatali, con le autorità. "Il disarmo
in Sud Sudan assomiglia un'operazione di contro insurrezione abusiva,
non una raccolta ordinata di armi" dichiarava lo scorso agosto al New
York Times Alan Boswell , analista presso International crisis group.
Appena
un anno prima Papa Francesco aveva ricordato ai leader del paese che la
guerra non potrà mai portare la pace, l'unica via è affrontare i
problemi senza l'uso delle armi e risolverli davanti al popolo.L'11
aprile 2019, dopo due giorni di ritiro spirituale in Vaticano, il
pontefice aveva implorato la pace in ginocchio, baciando i piedi del
presidente Kiir e dell'allora vice presidente designato Machar cercando,
nel gesto divenuto iconico, di conciliare simbolicamente le loro
rispettive etnie dinka e nuer: "Vi chiedo come fratello, rimanete nella
pace" aveva implorato il pontefice.
Tra violenza e corruzione
Da quell'incontro l'accordo di pace è rimasto un tentativo, mentre lo
stesso Kiir accusava Machar di reclutare combattenti per rientrare a
Juba armato. Intanto la corruzione nel paese resta radicata.Una recente
inchiesta realizzata dal portale The Elephant ha fatto luce sul
commercio illegale del legno di teak che viene venduto sottobanco in
Europa attraverso l'India, sebbene dal 2013 gli European Timber
Regulation dovrebbe arginare la vendita illegale di legname. L'inchiesta
mostra nel dettaglio come questa attività stia arricchendo politici
corrotti e classi sociali interne che utilizzano i guadagni per dotarsi
di armi nel conflitto fra etnie. Arginare questo e altri fenomeni è
impossibile persino per i caschi blu, spesso bersagli degli attacchi:
proprio ieri le consultazioni tra le autorità del Sudan e del Sud Sudan
per il ritiro delle forze di sicurezza dell'ONU dalla zona
demilitarizzata di Abyei si sono concluse con un nulla di fatto.
Secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres per
sguarnire la zona cucina cuscinetto tra i due Stati ci vorrà almeno un
anno. Il clima di incertezza diplomatica si riflette anche a livello
locale e così le cicatrici ornamentali che i due gruppi etnici
utilizzano da secoli per distinguersi fra di loro oggi equivalgono a
segni distintivi di morte.
Intanto
continuano gli appelli dei vescovi a deporre l'ascia di guerra, come il
recente invito di monsignor Hiiboro Kussala vescovo di Tombura-Yambio e
presidente dei vescovi di Sudan e Sudan Sudan. "Queste pecore smarrite
devono essere aiutati a riconoscersi tutte figlie di Dio, tutte figlie
dello stesso paese andando oltre i propri clan" aveva dichiarato
monsignor Carlassare in una recente intervista all'Osservatore Romano.
Parole che oggi, vedendo le immagini del suo corpo insanguinato in
barella, lasciano intendere con amarezza quanto la pace sia un percorso
in salita.