Fassone “Io, da giudice ne ho condannati tanti Ma la pena deve avere fine”
di Liana Milella
La Repubblica 16/4
—
Elvio Fassone è il giudice “giusto” per parlare di ergastolo. Da
presidente della Corte di Assise di Torino, prima di diventare senatore
del Pd per due legislature, ha deciso molti ergastoli per uomini di
mafia. In particolare uno — per Salvatore — con cui poi ha intrattenuto
per 30 anni una fitta corrispondenza. Che dura tuttora. Una storia che
Fassone ha raccontato in un libro di Sellerio, un best seller, “Fine
pena: ora”.
L’ergastolo non potrà più
essere “ostativo”. Dopo 26 anni chi ha scontato la pena potrà uscire
anche se non collabora. Passo giusto o schiaffo alle vittime?
«Un
intervento per ora interlocutorio ma giusto e necessario. Non sono io a
dirlo, ma la nostra Costituzione, la Corte europea dei diritti
dell’uomo, la nostra Corte costituzionale, la quasi totalità degli
studiosi di diritto, il Papa. Che appena nominato si affrettò a
eliminare l’ergastolo dalla legislazione del Vaticano. Tutti
“schiaffeggiatori”?».
L’essere pentiti,
fino a oggi, voleva dire un taglio netto con l’esperienza mafiosa. Però
le inchieste rivelano anche finte collaborazioni...
«È
proprio questo il perno della decisione già assunta dalla Corte nel
2019 sui permessi premio: non si può presumere che la collaborazione con
la Giustizia costituisca l’unico metro sul quale valutare la
rieducazione del detenuto. Certo, il mafioso non è un associato come gli
altri: il suo far parte di una società è realmente qualcosa che ha in
sé del religioso, una sua perennità. Ma nulla nell’uomo è immutabile. La
Corte ha già censurato la presunzione assoluta, esigendo valutazioni
caso per caso, sia pure accompagnate dalla prudenza e dalla severità che
quella realtà sociale esige».
Però
Salvini già dice “l’ergastolo non si tocca”. Il fratello di Borsellino
parla di “schiaffo alle vittime”. Dal Csm Ardita vede realizzato “il
desiderio dei mafiosi”.
«Ma l’ergastolo
non viene e non verrà eliminato. Non si spalancheranno i cancelli di
nessun carcere, non ci saranno i cortei di ergastolani trionfanti nelle
strade, non ci saranno i brindisi dei mafiosi in carcere con lo
champagne “Mochandò”, come dopo l’assassinio di Falcone. Ci saranno dei
giudici che torneranno a fare i giudici e non i burocrati del pollice
verso, non impiegati che rispondono alle domande col timbro
“inammissibile” senza guardare al merito».
Viviamo
nell’Italia di Cosa nostra, della ‘ndrangheta, della camorra. E delle
stragi mafiose. Fino a che punto si può difendere una legislazione
d’emergenza che passa sopra al ravvedimento dei singoli?
«Una
legislazione può dirsi di emergenza quando “emerge”, per poi
scomparire. La legge che ha introdotto l’“ostatività” dell’ergastolo
risale al 1992, cioè a quasi 30 anni fa. È tempo di rifletterci con
serenità».
Le polemiche dure di oggi ci
sono state nel 2019 quando la Consulta ha deciso che si potevano dare
permessi ai detenuti al carcere duro. Si previdero uscite a raffica, ma
chi ha beneficiato del permesso si conta sulle dita di una mano.
«E
questo dovrebbe tranquillizzare chi teme il “liberi tutti”. La
magistratura di sorveglianza ha fatto il suo dovere con uno scrupolo che
taluno ha ritenuto esasperato. Anche perché la Corte aveva collocato
dei “paletti” molto minuziosi nella sentenza».
“Fine
pena mai” è scritto per la condanna all’ergastolo. “Fine pena: ora” è
il titolo del suo libro. Il carcere durissimo da una parte. Il carcere
per il recupero dall’altra.
Quest’ultimo è buonista o giusto?
«Il
carcere è sofferenza, sempre. Ma vorrei che quanti si dicono
preoccupati riflettessero su cosa vuole dire, nella carne e nello
spirito, l’espressione “fine pena: mai”.
L’ergastolo
ostativo non è solo una pena più lunga delle altre. È la morte della
speranza. Questo è ciò che la Corte di Strasburgo ha dichiarato
contrario al senso di umanità. La Consulta cammina su questa via».