I grillini senz’anima
di Ezio Mauro
Nella continua fuga dal Novecento in cerca del nuovo, scappando dalle ideologie si rischia di evadere anche dalla politica. La tentazione di coltivare un fascio indifferenziato di consensi, da non frazionare con scelte di schieramento troppo nette e divisive, si sposa col timore di identità forti, marcate, solide, considerate poco adatte a navigare dentro questo tempo fluido, dove tutto tende a mescolarsi e confondersi. Anche le larghe intese che sostengono il governo del Presidente, invece che una misura d’eccezione per una situazione d’emergenza vengono viste come un prodotto dei tempi in cui viviamo, quasi una consacrazione istituzionale di quell’indistinto democratico in cui le identità sbiadiscono mentre tutto diventa prassi, tecnica e compromesso, con ogni passione spenta.
Il luogo d’incontro di questa politica scolorita è naturalmente il centro, per inerzia più che per scelta. Non viene infatti individuato come la fonte di una cultura moderata, istituzionale, custode della storia repubblicana e della sua tradizione democratica: ma come il luogo geometrico del disimpegno ideale, dove possono accamparsi sulla linea di frontiera tra destra e sinistra forze ancora in via di definizione, pronte a prendere il colore della fase politica e quindi della convenienza, invece di contrassegnare con il proprio carattere, unito agli ideali e ai programmi, il momento che il Paese sta vivendo. Così il centro, senza nessun partito figlio di quella tradizione, sta diventando il luogo più affollato della politica italiana. Sentono l’attrazione della sua forza di gravità i partitini dell’area Calenda per collocazione naturale, Italia Viva per restituire a Renzi il più ampio spazio di manovra, Forza Italia per trovare un’allure istituzionale capace di sopravvivere al berlusconismo declinante, le schegge di destra in movimento per cercare un approdo. È di centro, all’ingrosso e a occhio nudo, anche il governo Draghi che rifiuterebbe ogni altra definizione, e che deve risolvere ogni giorno il problema della conciliazione degli opposti, con la coabitazione in maggioranza di Salvini e Speranza, o anche soltanto con la convivenza tra Salvini e Giorgetti.
Rischia di diventare una forza estremista di centro persino il Movimento Cinque Stelle, alla fine del percorso di rifondazione che Grillo ha affidato all’ex presidente del Consiglio Conte. Un percorso per il momento tutto sotterraneo, per un partito nato in piazza e per strada, irridendo ai riti delle altre forze politiche. Si sa che c’è un leader in pectore , come quando il Papa sceglie nel segreto del suo cuore un cardinale ma non lo ha ancora nominato, si apprende che sono in corso incontri riservati, casalinghi, si capisce che è stata staccata la spina a Rousseau, si ha notizia che qualcuno sta scrivendo misteriosamente la nuova carta dei valori che dovrà regolare la trasformazione del movimento. Niente di più, con buona pace del metodo democratico, delle primarie e persino del vecchio Comitato Centrale della Prima Repubblica: e con tanti saluti allo streaming , definitivamente ammainato, dopo che era servito soltanto a delegittimare la politica altrui, senza mai illuminare quella dei Cinquestelle. Un deficit di trasparenza e di confronto pubblico di cui il più consapevole tra i grillini sembra proprio Conte, come un sacerdote dubbioso della liturgia che celebra: «Questo progetto — ha detto una settimana fa ai parlamentari Cinquestelle — non può nascere in queste condizioni, da un mio auto-isolamento con un’investitura solo dall’alto».
In questo cammino iniziatico e riservato, una sola decisione filtra all’esterno: il nuovo movimento, a quanto si dice, non sarà “né di destra, né di sinistra”. Lo stesso Conte lo ha spiegato ai senatori grillini: «Non dobbiamo farci schiacciare su schemi logori e precostituiti, dobbiamo puntare sui temi e offrire soluzione ai problemi, senza porci la questione della destra e della sinistra». Ancora una volta, dunque, se così sarà il nuovo M5S come il vecchio sceglierà di vivere in un altrove rispetto alla geografia politica e parlamentare della tradizione europea, e alla divisione ideale di valori e interessi legittimi in cui si articola l’Occidente. Queste scelte di disimpegno, che nascono in realtà da un’incertezza identitaria, vengono giustificate dicendo ogni volta che le categorie di destra e sinistra sono vecchie, e non possono contrassegnare il secolo nuovo. Ma almeno tre obiezioni a questa scusa nascono direttamente dall’esperienza politica dei grillini in questi anni. La prima riguarda la presidenza Trump negli Stati Uniti, con la coda finale della ribellione della Casa Bianca al voto dei cittadini che dimostra drammaticamente cos’è la destra realizzata, anche nella più grande democrazia del mondo; la seconda è l’attacco allo stato di diritto e alla Ue (dove sono appena approdati i Cinquestelle) portato dalle forze di destra che guidano l’Europa di mezzo; la terza riguarda i metodi, gli obiettivi e le pratiche politiche della Lega di Salvini, con cui il partito di Grillo ha condiviso il governo del Paese prima che Conte li denunciasse pubblicamente in parlamento, scegliendo il cambio di alleanza e l’intesa con il Pd.
Come può il “nuovo” M5S ignorare cos’è la destra con questi esempi che cozzano contro la politica che ha portato avanti col governo Conte? E se invece lo sa, come può evitare di scegliere e soprattutto di distinguere, rifugiandosi nell’equidistanza?
Vien da pensare a un partito bifronte, che passa da Salvini a Zingaretti per opportunismo e non per scelta, convinto che le alleanze siano interscambiabili a patto che il movimento rimanga al comando, e soprattutto che le politiche nascano da scelte estemporanee dettate dalle contingenze, e non da una cultura ideale frutto di una visione del mondo. Ma così la politica non si inscrive in un quadro di valori, perché si incarna in singole misure demagogiche, generando automaticamente quel populismo antisistema più vicino alla Lega che alla sinistra. A questo punto nascono due problemi, per Letta e per Conte. Se manca un’esplicita scelta di campo, ma si continua a scegliere la neutralità tra destra e sinistra, l’alleanza tra Pd e Cinquestelle si derubrica infatti a semplice matrimonio di convenienza tra partner diversi e distinti, che si sono trovati insieme al bar del governo quasi per caso. Letta deve dunque ridiscutere le motivazioni e le prospettive di un’intesa, cercando prima di tutto di capire se i grillini sono interessati e pronti alla costruzione di un campo progressista, o se questa strategia ricade per intero sulle spalle del Pd. Conte d’altra parte deve chiarire se la nuova neutralità a Cinque Stelle può resuscitare il vecchio “bifrontismo” del movimento, magari non nelle alleanze ma nelle culture politiche: se cioè un pezzo d’istinto demagogico antisistema sopravvive nei grillini anche dopo la separazione da Salvini. E deve spiegare come poteva pensare di proporsi punto di riferimento di un nuovo centrosinistra se oggi accetta che i grillini continuino a discutere con chi devono stare, perché non sanno che cosa vogliono essere. Forse, come accade in democrazia, i due leader devono convincersi che i loro partiti dopo la pandemia hanno bisogno di un confronto libero, aperto e pubblico per discutere e scegliere una propria interpretazione dell’Italia e del mondo: chiarito questo, diventerà immediatamente chiaro anche chi sono gli alleati, gli avversari e i compagni di strada, qual è la gerarchia dei problemi da affrontare e la priorità nei programmi. Le grandi scelte, le alleanze e le svolte si decidono davanti al Paese, consacrando un leader e l’identità del partito, e riducendo lo spazio per manovre, tattiche e capriole. Ma se è così, alla fine resta solo una domanda: chi ha paura del congresso?
Ezio Mauro, La Repubblica 19 aprile