Processo a Lucano: va in scena l’accoglienza
08-04-2021 - Giovanna Procacci
Volerelaluna
Da
quando la parola è passata ai testi della difesa, il processo di Locri
contro Lucano e Riace è finalmente arrivato a una svolta.
Per un anno e
mezzo abbiamo ascoltato l’illustrazione delle ipotesi di accusa, che
sembravano impermeabili alle tante pronunce dei Tribunali che, pure,
dall’arresto di Lucano ad oggi, ne hanno smontato interi pezzi. Ora,
però, è nel dibattimento stesso che quelle accuse vengono invalidate,
sotto gli occhi di tutti, e le tesi della Procura vacillano. Comincia
finalmente a prendere corpo un racconto delle vicende più aderente alla
sua storia, più proporzionato, più convincente rispetto alla distanza
siderale fra la Riace modello di accoglienza per tanti e la Riace
criminale presentata dalla Procura.
Provo
a sintetizzare i passaggi principali di questa svolta. Intanto,
l’udienza dell’11 gennaio 2021 ha visto un passaggio cruciale, perché ha
deposto il cosiddetto “super-testimone” dell’accusa, quel Francesco
Ruga, commerciante di Riace, che a fine 2016 aveva denunciato Lucano e
Capone per concussione e, con la sua denuncia, aveva fatto scattare
tutta l’indagine della Guardia di Finanza. Era stato però, a sua volta,
querelato per minacce, e quindi secondo la difesa non avrebbe potuto
essere considerato un teste. Già nel 2018, del resto, il GIP lo aveva
definito «una persona tutt’altro che attendibile», e aveva accusato la
Procura di essersi fidata delle sue parole senza approfondire le ipotesi
accusatorie che ne aveva tratto.
Tre anni dopo, però, Ruga è arrivato
ugualmente al dibattimento. La sua denuncia riguardava una fattura che
Lucano e Capone lo avrebbero costretto ad alterare, non nell’importo, ma
nella descrizione di quanto aveva venduto: non alimentari, ma
detersivi. Altrimenti – lo avrebbero minacciato – quella fattura non gli
sarebbe stata pagata; anzi peggio, lo avrebbero escluso dal sistema dei
bonus, «così, per farmi un dispetto». Il suo racconto però incespica; è
un vortice di panini, prosciutto cotto, lamette da barba e candeggina,
assegni, fatture. Nulla torna, né le fatture, né le somme, nemmeno gli
assegni depositati corrispondono alle fatture, e quei prodotti nemmeno
li aveva in negozio, o forse sì, ma in quantità ridotte… Ma il colpo di
scena avviene con il contro-esame della difesa. Qui la sua testimonianza
cade fragorosamente. Basta che l’avvocato Daqua gli legga una serie di
messaggi che aveva inviato a Lucano, dal tono ora minaccioso, ora
affettuoso, di grande stima, in cui si confida dei soprusi che, a suo
dire, subirebbe da Capone e qualifica Lucano come una persona perbene,
generosa, che lui ammira e ha sempre votato.
Nello stupore generale Ruga
prima farfuglia che si sarebbe reso conto solo in seguito che Lucano
era al corrente dei soprusi che subiva; ma alla fine, deve ammettere di
non aver subìto minacce da parte di Lucano... Dunque l’accusa di
concussione per Lucano non c’è. Ci si chiede come si sia potuta dare
tanta importanza alle denunce di una persona già definita inattendibile,
senza evidentemente aver seriamente indagato sulla querela di cui era
stato oggetto da parte di Lucano.
All’udienza
del 1 febbraio la sorpresa è venuta dal collegio di difesa di Lucano.
Dopo l’improvvisa scomparsa dell’avvocato Antonio Mazzone, che insieme
ad Andrea Daqua aveva assicurato gratuitamente la difesa di Lucano sin
dall’inizio della sua vicenda giudiziaria, si era venuto a creare un
vuoto importante che è stato colmato da Giuliano Pisapia che si è
costituito nel collegio di difesa. L’arrivo di Pisapia, all’inizio della
fase difensiva, è un’ottima notizia, soprattutto perché il suo ingresso
allarga il campo in cui si muove il processo che – come sostengo
dall’inizio – non può essere trattato come una storia calabrese, né
lasciato alla stampa locale, ma deve essere messo sotto i riflettori
della pubblica opinione nazionale. Processare un’idea di solidarietà e
di umanità non può essere questione locale, apre piuttosto sul
precipizio di un processo politico, come se ne sono tentati vari in
questi ultimi anni: basti pensare alle vicende di Carola Rackete e a
tutti i tentativi di bloccare per via giudiziaria gli interventi
umanitari, in Italia e non solo. Riace è stata messa sotto processo,
complice il momento particolare, in quella fine 2018 che vedeva
l’attivismo di Salvini da poco ministro dell’interno; complice, certo,
anche la complicazione della materia dell’accoglienza, affidata a linee
guida in continuo mutamento; e complice forse anche la collocazione
“defilata”, in una terra dove la presenza della ‘ndrangheta la fa da
padrone. Ora l’ingresso di Pisapia nel collegio di difesa dimostra
plasticamente che in quel processo si affronta una questione d’interesse
nazionale, e può aiutare a richiamare l’attenzione di quei giornali che
finora non hanno sentito il bisogno di investirvi molte energie...
Nell’udienza
successiva del 22 febbraio è stato ascoltato Francesco Campolo,
all’epoca dirigente dell’area immigrazione della Prefettura di Reggio
Calabria. Campolo aveva coordinato un’ispezione a fine gennaio 2017 e
scritto quella relazione elogiativa del sistema d’accoglienza di Riace
che era poi stata negata a lungo a Lucano, il quale era riuscito a
ottenerla solo ricorrendo alla Procura di Reggio Calabria. Campolo,
oltre a confermare quanto scritto nella relazione, che cioè a Riace «era
tutto regolare», dice di aver saputo che la relazione non era stata
data al sindaco, e conferma che quel compito spettava al Prefetto.
Dunque è stato proprio il Prefetto a tenerla nascosta, al punto da
rischiare di incorrere, come osserva il presidente Accurso, in un reato
di omissione d’atti d’ufficio. Finora non lo aveva detto nessuno, solo
Lucano nelle sue dichiarazioni spontanee.
L’udienza
del 15 marzo ha visto un altro passaggio importante. È stata ascoltata
come consulente della difesa Elisabetta Madafferi, direttore generale
della Provincia di Reggio Calabria. La sua consulenza entra nel merito
dei presunti reati imputati a Lucano. Come la raccolta differenziata dei
rifiuti, affidata alle due cooperative sociali di Riace, che lei
conferma avvenne secondo le regole del codice degli appalti allora in
vigore. O come i diritti di segreteria per le carte d’identità, che
Lucano aveva deciso di non far pagare, decisione che, secondo la legge
Bassanini del 1997, è legittima se il Comune non è in dissesto
finanziario. Allo stesso modo Modafferi smonta la ricostruzione delle
false fatture, le accuse sui lungo-permanenti e soprattutto su quelle
due carte d’identità a una donna eritrea e al suo bimbo di quattro mesi,
costate a Lucano un secondo processo per falso ideologico, avviato a
luglio 2020 e poi incorporato nel processo principale. Inoltre, conferma
che la Prefettura chiedeva a Riace di ospitare molte più persone di
quante non avrebbe potuto ospitarne date le dimensioni del paese, e
racconta di aver visto lei stessa documenti del Ministero che
assegnavano al Comune di Riace altri 100 posti tutti in un botto. Anche
Tonino Perna, oggi vicesindaco di Reggio Calabria, chiamato come
testimone della difesa, racconta di queste pressioni. Ricorda come
l’esperienza di Riace sia partita da quella di Badolato, dove lui
lavorava con una Ong, come l’accoglienza si sia avviata grazie a un
prestito iniziale di Banca Etica e grazie alla solidarietà, per poi
rivolgersi ai fondi pubblici con i progetti del Pna e dello Sprar. I
numeri erano proporzionati e le cose andavano bene; accoglienza e
sviluppo locale avevano rimesso in moto l’economia e fatto rinascere il
paese. Negli anni, però, Prefettura e Ministero hanno spinto in alto i
numeri. «Il Prefetto chiamava per 200 palestinesi», riferisce. E Lucano
accettava sempre. Avrebbe potuto rifiutarsi, certo, ma «un sindaco che
sceglie la solidarietà come obiettivo, è ovvio che provi ad accogliere
tutti» conclude Perna.
Le pressioni da
parte di Prefettura e Viminale sul Comune di Riace perché ospitasse
richiedenti asilo in gran numero, soprattutto negli anni dell’emergenza,
sono un dato su cui vale la pena di soffermarsi. Lo aveva detto Lucano,
che per anni lo Stato aveva sfruttato Riace per liberarsi di tanti
migranti, salvo poi denunciare che a Riace c’erano più persone del
dovuto… Prefettura e Ministero facevano forti pressioni su Riace perché
sapevano che il sindaco avrebbe collaborato, tanto che lo chiamavano
“San Lucano”. E in effetti lui non si era mai sottratto, come scriveva
Campolo nella relazione; accettava perché si era dato la missione
dell’accoglienza e dello sviluppo locale che grazie all’accoglienza
poteva mettere in moto. «Se invece di accettare i rifugiati che mi
mandavano, avessi detto di no, oggi non sarei qui», osservava Lucano
davanti al Tribunale. Inevitabilmente però queste pressioni comportavano
anche scorciatoie: con quei numeri, e quei tempi stretti, quando i
pullman carichi erano praticamente già nella piazza del paese, come
avrebbe potuto il Comune bandire gare pubbliche per l’assegnazione dei
servizi? Per questo a Riace erano nate varie associazioni e cooperative,
per riuscire a fare immediatamente fronte alla necessità di ampliare i
servizi; nel processo però queste assegnazioni dirette sono diventate
imputazioni. Insomma, Riace veniva usata per risolvere l’emergenza,
dopodiché è stata messa sotto processo con l’accusa di averla risolta
“in modo emergenziale”; viene da dire che l’emergenza vale per lo Stato,
ma non per chi concretamente si impegna ad accogliere le persone che lo
Stato gli affida perché non sa dove metterle. Questo meccanismo, di uno
Stato che chiede di accogliere e poi abbandona chi accoglie, è alla
base di tutto l’attacco a Lucano e Riace, certo, ma indica anche
qualcosa che ci riguarda tutti. Rivela una amministrazione che si
contraddice, che tradisce i suoi stessi impegni e non si assume le sue
responsabilità, che è succube dell’esecutivo di turno, e quindi incapace
di progettazione e lungimiranza. È lo stesso meccanismo per cui lo
Stato per anni ha chiesto alle Ong di aiutarlo a soccorrere i naufraghi e
poi ha cominciato ad incriminarle per aver continuato a farlo. Oppure
che alle frontiere abbandona i profughi nelle sole mani delle persone
solidali, e poi persegue queste ultime per il reato di solidarietà.
Se
da una parte si conferma così questo ruolo negativo dello Stato, le
testimonianze di monsignor Bregantini e di padre Alex Zanotelli
nell’udienza del 29 marzo, toccano un altro punto rilevante nel
processo: il movente di Lucano. Quel movente che l’accusa ha cercato
invano di produrre, senza riuscirci. Non potendo ipotizzare il vantaggio
economico, perché sin dall’inizio ha dovuto riconoscere che non c’era,
aveva provato a suggerire un movente politico-elettorale, ma aveva
dovuto abbandonare presto anche questa ipotesi. Così del movente non si è
più parlato, ma certo è rimasto un punto irrisolto per l’accusa. Le
testimonianze dei due religiosi ci aiutano a ricostruirlo. Bregantini
parla dell’intuizione quasi profetica di Lucano: ha capito che «i
migranti diventano energia vitale per il paese». Lui lo ha accompagnato,
ha visto «la positività della sua esperienza; la cosa più importante è
il consenso che c’era attorno a lui in paese». Al centro del suo
racconto, c’è questa visione condivisa con Lucano, che i migranti non
sono solo persone da assistere, sono energia che va mobilitata e
rispettata. Racconta del laboratorio di tessitura: «quando ho toccato
con mano che l’antica arte calabrese veniva recuperata da uomini e donne
dell’Etiopia e della Siria, allora ho capito che stava nascendo un
qualcosa, un modello mondiale». Zanotelli aggiunge: «Lucano ha
anticipato quello che dovrebbe essere fatto dal Governo». Un filo comune
guida le loro testimonianze: raccontano Riace come un sistema di
accoglienza e integrazione che non solo ha funzionato bene in quel
paese, ma che ha delineato i tratti di quello che potrebbe e dovrebbe
essere il sistema pubblico dell’accoglienza. Riace ha qualcosa da
insegnare a tutti. Si esplicita così anche il vero movente di Lucano: la
sua visione, ispirata ai suoi ideali di umanità e solidarietà.
Bregantini conclude: «ho letto Fratelli tutti, molte delle iniziative
che Lucano ha realizzato rispecchiano quanto scritto da Papa Francesco».
È questa visione che si sta processando.
A
questo punto l’istruttoria dibattimentale è pressoché chiusa. Ancora
un’udienza, il 26 aprile, e poi si passerà alle eventuali dichiarazioni
degli imputati e alla discussione finale con sentenza prevista il 27
settembre.