lunedì 3 maggio 2021

Armeni. Cronache di un genocidio

 

Esattamente 106 anni fa aveva inizio il "Grande Male", lo sterminio di un popolo che aspetta ancora giustizia. L'autrice, figlia di un sopravvissuto, ricorda quell'orrore.

 

Oggi, 24 aprile, celebriamo la memoria del Metz Yeghern, il Grande Male, come lo chiamano gli armeni. Nulla è più efficace della testimonianza diretta. «Andate fuori, nascondetevi nel giardino… le tre bambine si sistemano a ridosso del muro, Sirarp, la maggiore, trattiene il respiro e mormora "fate silenzio", poi rumore di passi, sul pontile che arriva al mare, laggiù, i passi si allontanano, Sirarp leva la testa appena sopra il muro, vede sua madre, cammina dritta, le mani legate dietro la schiena, seguita da soldati armi in pugno, un ordine viene dato, un sibilo stridente di fucile, il tonfo di un corpo nel mare… ». Smirne, settembre 1922. Racconti di famiglia. Giacomo Gorrini, Console Generale d'Italia a Trebisonda, scrive: «Tanto era lo strazio di dover assistere a una esecuzione in massa di creature inermi, innocenti, e la pena di dover vedere il passaggio di folle di armeni sotto le finestre e davanti alla porta del Consolato, udire le loro invocazioni al soccorso, senza che né io né altri potessimo far nulla per loro», Trebisonda, 1915.

Qualche tempo fa è comparso sugli scaffali delle librerie italiane un libro, Killing Orders , di un autore pressoché sconosciuto, un nome turco, Taner Akcam. La diaspora armena in Italia ha avuto un sobbalzo quando ha realizzato che gli «ordini di uccidere» si riferivano al genocidio armeno del 1915-22. Taner Akcam ha raccolto nel suo volume i documenti storici originali, noti e sconosciuti, che sono la pistola fumante contro negazionismo e disinformazione. Dispacci di Talat Pascià, ministro dell'Interno dell'Impero e più tardi leader dei Giovani Turchi, diretti ai Governatori delle periferie, in cui viene ordinato di uccidere, e di farlo senza pietà. «Qualsiasi eccesso di crudeltà non sarà considerato un crimine», assicura. E poi le ripetute raccomandazioni, «non vi è spazio per scrupoli di coscienza e non si faccia distinzione tra uomini donne e bambini, indipendentemente da quanto cruente siano le modalità di distruzione».

Emerge un disegno lucido, razionale, persistente, determinato, fino ai minimi dettagli. Iniziato fin dal 1894 con i massacri del Sultano Abdul Hamid. Lo stesso disegno che anni dopo farà pronunciare a Hitler le parole beffarde, chi mai ricorda la fine che hanno fatto gli armeni?, nel mentre organizza il genocidio degli ebrei. Emerge al contempo la riluttanza di singoli funzionari nell'eseguire gli ordini, per un sussulto umano o per negligenza, emerge la confusione di fronte alle insistenze delle autorità e la corruzione che serpeggia dietro l'apparente assenso. Emerge la burocratizzazione estrema per far apparire l'annientamento violento di un popolo come un'ordinaria operazione di trasferimento legale. E la complicità degli ufficiali tedeschi presenti in Anatolia, che scostano lo sguardo o addirittura collaborano, come rivela la stessa pubblicistica dell'epoca. Si capisce soprattutto che gli ordini di deportazione verso i deserti roventi di Deir-El-Zoor sono solo un'indicazione formale, un falso obiettivo. L'obiettivo vero è che gli armeni non arrivino mai a Deir-El-Zoor, ma muoiano per strada prima, di fame, sfinimento, malattia, violenze. Vi arrivarono in pochi. Mio padre ci arriverà da solo, ragazzino, unico sopravvissuto dell'intero clan famigliare alle marce estenuanti senza viveri né acqua, e al tramonto della sua vita scrive: «… un giorno, in un paese arabo, trovammo dei soldati arabi che ci fecero buona accoglienza, e ci diedero da mangiare riso abbondante, quanto era buono!». Il paese arabo è la Siria ottomana, che più tardi erigerà nei luoghi un semplice monumento alla memoria, poi dissacrato dall'Isis.

Taner Akcam vive oggi negli Stati Uniti. Ma come è riuscito a ricostruire la verità? Verificando scrupolosamente documenti originali ceduti alla fine della guerra dal funzionario turco Naim Efendi, che lavorava nell'Ufficio Deportazione di Aleppo, a tale Aram Andonian, scrittore armeno sopravvissuto, e finiti nell'archivio del sacerdote cattolico Krikor Guerguerian riparato a Beirut e al quale Akcam ha avuto accesso. Ma giustizia di tanta atrocità non è mai stata fatta, è mancato per gli armeni quello che fu il Tribunale di Norimberga per gli ebrei. Per concomitante volontà delle Potenze Alleate vincitrici e della nuova Turchia, sorta dalle ceneri dell'Impero dopo la riscossa di Kemal Ataturk. L' "Armenia wilsoniana" scompare dalle mappe, assieme al territorio destinato ai curdi, tra il Trattato di Sèvres del 1920 e il Trattato di Losanna del 1923. E con essa gli armeni di Turchia. Lo sradicamento arriva alla distruzione di Chiese e pietre "khachkar" per cancellare ogni traccia di identità culturale. Fino ai nostri giorni, nella regione del Nagorno-Karabakh, persa dall'Armenia nella guerra di settembre. In un mirabile discorso del luglio 2018 non a caso pronunciato a Baku, il Presidente Mattarella dice: «L'accoglienza e il confronto tra persone di culture, etnie, confessioni diverse costituiscono valori irrinunciabili… solo coltivando il dialogo con l'"altro" siamo in grado di ampliare i nostri orizzonti, comprendere le sensibilità dei diversi popoli, costruire il bene comune delle nostre società». Il genocidio è oggi riconosciuto come tale da una trentina di paesi, molti europei tra cui l'Italia. Papa Bergoglio si è pronunciato nel 2015 in occasione del centenario. Fu il primo genocidio dell'era moderna. Poi seguirono gli ebrei, e ancora tanti altri massacri in terre dell'Africa, dell'Asia, o altrove. Morti senza nome.

In questi tempi di pandemia e di crisi, ove tutti siamo alle prese con la sopravvivenza, i diritti umani negati e le guerre lontane tendono a passare in seconda linea. Diventano marginalità relegate agli appelli umanitari di volonterosi o alle voci inascoltate della religione. Eppure, pandemia, negazione dei diritti, e conflitti hanno una matrice comune, sono frutto dello stesso squilibrio violento. È ciò che riconosce l'Agenda 2030 dell'Onu per uno Sviluppo Sostenibile, accolta nel 2015 dall'intero mondo, quando affianca obiettivi sociali, salute, istruzione, lotta alla povertà e alle diseguaglianze, ad obiettivi di risanamento del pianeta. In altri termini, riconoscere i diritti delle persone e l'identità culturale dei popoli, praticare il metodo del dialogo per una civile convivenza, rispettare la natura che ci circonda, significa sanare questo profondo squilibrio e ripristinare condizioni vivibili per questa e le future generazioni.

L'autrice è una diplomatica italiana, già Ambasciatore a Damasco e Rappresentante permanente presso l'Onu a Ginevra

 

Laura Mirachian, La Repubblica 24 aprile