Nessun passo indietro sui diritti delle donne
Nadia Hashimi
La Stampa 10/5
Abbiamo
ancora tutti negli occhi, nel cuore, la rabbia, l'indignazione, la
tempesta di emozioni dopo che Malala Yousafzai venne ferita alla testa
dai terroristi. Ma adesso quante Malala abbiamo di fronte? Quaranta,
cinquanta, tutte in un colpo. E quindi quel dolore viene moltiplicato. E
ancora di più nel giorno della Festa della Mamma. Non riesco a pensare
al dolore di quelle madri, che cercano ancora i resti delle figlie
straziate dalle esplosioni, che le seppelliscono in quello che doveva
essere una mattinata di gioia e quiete famigliare. Come con Malala,
sappiamo chi sono i terroristi capaci di un atto così atroce e
vigliacco. Che siano stati i Taleban, al di là delle loro smentite, o
qualche altro gruppo terroristico, cambia poco. Conosciamo le loro idee e
i loro obiettivi. Hanno dato un segnale potente. Hanno colpito in una
volta sola una minoranza, quella hazara, e le donne, in particolare le
ragazze che vogliono studiare. È una sfida a tutti quelli che vogliono
proteggere i diritti umani in Afghanistan, e le conquiste, enormi, che
sono state fatte. Soprattutto per la condizione femminile. Abbiamo donne
in politica, nella magistratura, giornaliste, nel mondo del business e
delle arti. Se i terroristi possono fare una strage di studentesse è
perché le afghane adesso vanno a scuola. Ma è anche vero che vanno
protette. E allora, dopo lo strazio, il dolore, bisogna pensare al
futuro. L'accordo fra gli Stati Uniti e taleban non promette nulla di
buono. I taleban hanno voluto far credere che sono cambiati, che si sono
smarcati da Al Qaeda, che sono diversi. Ma che prove abbiamo? Hanno
assunto questo atteggiamento per un motivo soltanto. Sedersi al tavolo
delle trattative con l'America e ottenere un accordo favorevole. Alla
fine Joe Biden ha deciso di ritirare le truppe occidentali prima dell'11
settembre. Nessuno in Afghanistan gli chiede di cambiare idea. Qualche
migliaio di soldati non farebbero la differenza. Ma a mio parere avrebbe
fatto meglio ad andarsene senza un accordo con i taleban. Loro hanno
fatto credere di essere più potenti di quello che sono. Che controllano
il territorio. Ma non è vero. Non è un gruppo compatto. I leader che
vivono in Pakistan, protagonisti dei negoziati, sono una cosa. Quelli
che dirigono la guerriglia in Afghanistan un'altra. E non sono in grado
neppure di imporre il cessate il fuoco che hanno concordato. Quanto alla
loro ideologia, basti ricordare un episodio. Poche settimane fa, dopo
un attacco all'università di Kabul, uno dei loro leader ha pubblicato un
video dove sosteneva che quelli uccisi non erano «studenti» ma
«drogati», e quindi tutto sommato meritavano di morire. Questi sono i
rischi che corrono gli afghani. I taleban vogliono soltanto il potere,
tornare a Kabul, e non sono cambiati. Che fare? La società afghana è
molto più organizzata, oggi. Le associazioni femminili non vogliono
passi indietro. Chiedono alla comunità internazionale che faccia
pressione sul governo afghano perché indirizzi i negoziati con i taleban
e perché nelle delegazioni siano incluse loro rappresentanti. Sarebbe
un segnale chiaro che indietro non si torna, a partire dai diritti delle
donne. E sarebbe un messaggio a quelle ragazze uccise e alle loro
famiglie. Non siete morte invano. E il mondo non vi dimenticherà e non
abbandonerà l'Afghanistan. —