La guerra in
Afghanistan è una guerra dell’oppio. Prima delle scuole coraniche,
dell’obbligo al burqa, prima delle spose bambine, prima, i talebani sono dei
narcotrafficanti che portano un assoluto moralismo nel consumo delle droghe e
nella coltivazione, che finsero di proibire nel 2001. Qui accade uno dei
più gravi errori dell’amministrazione americana: nel 2002 il generale Franks, il
primo a coordinare l’invasione in Afghanistan da parte delle truppe di terra
americane, dichiarò: «Non siamo una task force antidroga. Questa non è la nostra
missione». Il messaggio era rivolto ai signori dell’oppio, invitandoli a non
stare con i talebani, dicendo che gli Stati Uniti avrebbero loro permesso la
coltivazione. Lo stesso James Risen, nel 2009, scrisse sul New York
Times un articolo dove segnalava che nella lista nera del Pentagono
dei trafficanti di eroina da arrestare non venivano inseriti quelli che si erano
schierati a favore delle truppe americane.
Le cose andranno
male comunque, perché con la presenza militare americana gli affari dei
contrabbandieri d’oppio che avevano bisogno di movimenti rapidi e veloci si
vedono continuamente fermare, ispezionare, devono farsi autorizzare dai
militari. I talebani invece riescono a ottenere rapidità di
approvvigionamento e movimento, e non solo, iniziano a tassare il doppio i
produttori che non lavorano per loro e a coltivare direttamente le proprie
piantagioni. Non più quindi racket sulla coltivazione, ma diretta gestione del
traffico. Questo l’avevano già iniziato a fare i mujaheddin, sostenuti
dall’Occidente nella guerra contro i sovietici. I contadini non hanno
alternativa: il Mullah Akhundzada, appena le truppe dell’Armata Rossa nel
1989 si ritirarono, capì che bisognava smettere di prendere il 10% come pizzo
dai trafficanti di eroina, per essere direttamente loro, i guerriglieri di Dio,
a gestire il traffico. Impose che tutta la valle di Helmand, a Sud
dell’Afghanistan, fosse coltivata a oppio, e chiunque si fosse opposto,
continuando a coltivare melograni o frumento prendendo sovvenzioni statali,
sarebbe stato evirato. Il risultato fu la produzione di 250 tonnellate di
eroina. Akhundzada oggi è indicato come il maggiore leader talebano, ed è uno
dei trafficanti più importanti al mondo. Scalano le gerarchie interne (anche
religiose) sempre di più i dirigenti talebani trafficanti rispetto a quello che
accadeva un tempo, ossia dare incarichi e possibilità di comunicare ai dirigenti
militarmente più capaci e alle figure religiose.
L’eroina
talebana fornisce camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra, fornisce i cartelli russi,
e rifornisce Cosa Nostra americana e tutte le organizzazioni di distribuzione in
Usa a eccezione dei messicani che cercano di rendersi autonomi dall’oppio afgano
(a fatica, perché l’eroina di Sinaloa è più costosa di quella afgana). Tramite
la rotta Afghanistan—Pakistan—Mombasa (Kenya) i talebani riforniscono anche i
cartelli di Johannesburg in Sudafrica, altro immenso mercato. Forniscono
eroina ad Hamas, altra organizzazione che si finanzia (anche) con hashish ed
eroina e che ha infatti comunicato: «Ci congratuliamo con il popolo islamico
afghano per la sconfitta dell’occupazione americana su tutto il territorio
dell’Afghanistan e con i talebani e la loro brava leadership per la vittoria che
giunge al culmine di una lunga battaglia durata 20 anni». Queste sono
apparentemente alleanze politico—ideologiche, in realtà patti
criminali.
L’eroina talebana
ha creato un’asse importantissimo con la mafia di Mumbai, la D Company di Dawood
Ibrahim, il sovrano dei narcos indiani protetto da Dubai e dal Pakistan e che è
il vero distributore dell’oro afgano. Il mercato cinese ancora non è
conquistato ma l’ambizione talebana guarda a Est, a prendersi anche il
Giappone (la Yakuza si rifornisce in Laos, Vietnam e Birmania) e soprattutto le
Filippine, che hanno un mercato florido e da sempre sono in rotta con l’eroina
birmana. Quest’ultima come l’eroina cinese è direttamente gestita dai militari e
quindi può contare su una produzione veloce ed efficiente che spesso i cartelli
costretti alle tangenti e alle mediazioni non riescono ad
ottenere.
Il massimo storico
stimato per la produzione di oppio è stato raggiunto nel 2017, con 9.900
tonnellate, per un valore di circa 1,4 miliardi di dollari ma, come
riferisce l’Unodc, se si tiene conto del valore di tutte le droghe – hashish,
marijuana ed eroina — l’economia illecita complessiva del paese, quell’anno,
sale a 6,6 miliardi di dollari. Gretchen Peters, la reporter che ha seguito da
vicino il legame tra eroina e talebani, osserva nel suo libro Semi di
Terrore: «Il più grande fallimento nella guerra al terrorismo non è che Al—Qaida
si stia riorganizzando nelle aree tribali del Pakistan e probabilmente
pianificando nuovi attacchi all’Occidente. Piuttosto, è la spettacolare
incapacità delle forze dell’ordine occidentali di interrompere il flusso di
denaro che tiene a galla le loro reti». La guerriglia colombiana delle Farc
riuscì a tenere testa all’esercito occupando il 26% del territorio, e la propria
forza economica si basava sulla cocaina. Benché le due guerriglie e le due
vicende non siano comparabili, è fondamentale capire che le narcoguerre non
possono vincersi con interventi di occupazione, e nemmeno con la classica guerra
alla droga: bruciare piantagioni, punire coltivatori, arrestare
trafficanti.Guardie talebane all’esterno della green zone
(EPA)
I talebani
hanno cambiato lo scacchiere internazionale. Cosa Nostra e i marsigliesi, dagli
anni Sessanta agli anni Duemila, importavano l’eroina dal sud-est asiatico; il
monopolio dell’oppio era in Indocina, nel triangolo d’oro
Birmania-Laos-Thailandia. Ora i talebani hanno preso il loro posto, lasciando un
mercato residuale al sud-est asiatico, una fetta di mercato che va dall’1% al
4%. Gli Stati Uniti, rendendosi conto che i signori dell’oppio li stanno
tradendo e che i sovrani del traffico sono diventati i talebani, spenderanno 8
miliardi (fonte: Reuters) per sradicare le piantagioni di papavero:
errore fatale, perché i contadini afgani non poterono che schierarsi con gli
studenti coranici — è bene ricordare che questo significa talebano. È
paradossale: gli Stati Uniti combattevano investendo miliardi di dollari contro
una guerriglia, che si finanziava vendendo eroina proprio ai suoi cittadini. Il
primo e il secondo mercato di eroina in Europa sono Regno Unito e Italia. I
governi occidentali ignorano il dibattito sulle droghe ormai da tempo
immemore.
La droga non è un
semplice vizio o una deriva immorale: la qualità del vivere peggiora, la
competizione distrugge la serenità. Sia il privilegiato occidentale che il
disperato contadino mediorientale accedono alle droghe: senza di esse,
l’insostenibilità della vita li schiaccerebbe. Mentre l’anno scorso la
pandemia di Covid-19 infuriava, la coltivazione del papavero è aumentata del
37% (fonte: Unodc). Più vivere in questo mondo diventa inumano, più
aumenterà la necessità di droga, più i trafficanti ricaveranno
profitto.
Regola su cui non
troverete nessun dibattito in queste ore. Ma i talebani non vendono solo ai
cartelli: senza oppio non si possono realizzare farmaci analgesici. Senza oppio,
niente morfina né fentanil. Ora, le case farmaceutiche comprano oppio da
produttori autorizzati, ma questi ultimi sempre più spesso comprano da società
indiane che si approvvigionano direttamente dall’Afghanistan. I talebani
decidono anche delle nostre anestesie e dei nostri psicofarmaci. Nel 2005,
l’allora presidente Karzai aveva sentenziato: «O l’Afghanistan distrugge
l’oppio, o l’oppio distruggerà l’Afghanistan». È andata esattamente come
prevedeva la sua seconda ipotesi. Ma Karzai stesso era uno dei signori
dell’oppio, e gran parte dei proclami erano solo una facciata. L’ex presidente è
stato uno dei maggiori proprietari di raffinerie di oppio afgano. In realtà,
stava dicendo: «Distruggeremo l’oppio gestito dai talebani e terremo il nostro».
Insomma, dal monopolio di questo stupefacente non è possibile prescindere, hanno
solo vinto i trafficanti migliori.
Le nuove
generazioni di talebani sono identiche alle vecchie con una sostanziale
differenza: i vecchi talebani vedevano i mujaheddin antisovietici come eroi, i
nuovi talebani vedono come riferimento i grandi trafficanti, coloro che hanno
cambiato le sorti della guerra (e le proprie) con l’oppio. I talebani utilizzano
la legge islamica per creare un regime autoritario, necessario ai loro traffici;
vietano la musica e l’ombretto mentre la droga, fino a vent’anni fa, la
vendevano solo fuori dai confini: c’è stato un cambio di rotta. Ora vendono
anche internamente. La tossicodipendenza in Afghanistan è un’epidemia
che nessuno ha preso in considerazione e che cresce di anno in anno, e i
talebani ne approfittano: le giovani reclute sono riempite di hashish — e questo
è il meno —, ma vengono anche date possibilità di accedere all’eroina: entra nei
nostri gruppi e potrai farti, è il non detto (impensabile vent’anni fa) dei
caporali talebani. Quando ormai si riducono a larve, li gettano come zombie
consumati.
L’Afghanistan si è trasformato in un narcostato, la cui unica
possibilità di fuga è provare a consumare pasta base di eroina e taglio. Eroina
da vendere ed eroina da distribuire per annichilire qualsiasi alternativa.
Guardando l’esercito americano, i suoi blindati e i suoi elicotteri, vi sarà
sembrato un’armata ricchissima contro pastori dalle barbe lunghe e dai coltelli
arrugginiti. Ebbene, gli Stati Uniti hanno speso 80 miliardi in vent’anni
di guerra per addestrare un esercito afgano, creare ufficiali, truppe,
poliziotti e giudici locali; i talebani, in vent’anni, hanno guadagnato oltre
120 miliardi dall’oppio. Quale era l’esercito più ricco? Con chi conveniva
stare? I talebani vincitori non avranno pace. I prossimi nemici saranno gli
iraniani.
L’Iran ha
bisogno di eroina esattamente come di benzina, e l’eroina consumata a
Teheran viene tutta dall’Afghanistan. I trafficanti iraniani vogliono poter
controllare l’eroina afgana, poter essere loro e non più i turchi, i libanesi (e
i kurdi) a essere i mediatori con l’Europa. Vogliono non avere solo Hezbollah
come strumento del traffico di hashish ed eroina, vogliono controllare l’oppio
afgano e i talebani a breve saranno nemici da sconfiggere per sostituirli con i
loro uomini. L’Iran è un paese divorato dall’epidemia d’eroina ma questa è
un’altra storia. Rimane tra me e il mio lettore un patto: chiamare i talebani
con il loro nome, narcotrafficanti.