PAOLO SCQUIZZATO, La ferita e la luce, 40 meditazioni per spiriti inquieti, Effatà Editrice, Cantalupa 2021, pgg.272, Euro 16.00.
Il lavoro prezioso che l'Autore ha compiuto è costruito su una coinvolgente rilettura del testo biblico che sollecita il lettore ad un cammino di fede adulta.
Il mistero di Dio non si impone, per cui sono archiviate le immagini del Dio provvidenzialista e giudice, di quel Dio che dirige, come onnipotente macchinista, tutto il viaggio della storia cosmica e personale.
Scoprire la Sua presenza nella apparente assenza è il cammino di tutta la vita. Il “padrone della vigna o del campo”, che parte e va lontano, parabolizza quel Dio che, lungi dall'essere interventista, si “assenta” perché noi ci prendiamo la responsabilità del campo.
E' la tenerezza del Suo amore non invasivo, che ci cerca senza sfondare le porte, “balsamo di un amore che tutto recupera” (pag. 131).
Gesù ci ha illustrato questo amore di Dio che ci permette, anzi ci sospinge a far pace con la luce e le tenebre, a “riconciliarci con le nostre zone d'ombra” (pag.131).
Mi sembra in certe pagine di rileggere la eco delle riflessioni del teologo Metz sulla “mistica dagli occhi aperti”.
Non si può mai prescindere, in un cammino di fede adulta, da quella realtà fatta di albe e di tramonti, di possibilità e di fragilità, di fioritura della vita e di presa d'atto dei limiti.
In questo contesto Gesù “ci ha voluto indicare la via del compimento e il segreto per salvarci dall'autodistruzione” (pag.204).
Queste pagine mi sembrano soprattutto un nutriente dialogo sulla saggezza e anche un possibile itinerario verso nuovi linguaggi della fede cristiana: “Credo nel sole anche quando non splende, credo nell'amore anche quando non lo sento, credo in Dio anche quando tace” (pag.83).
Chi accusasse l'Autore di essere andato fuoristrada dalla più esplicita ortodossia, a lettura ultimata non potrebbe che ricredersi. Personalmente, da eretico collaudato, mi rammarico di alcuni linguaggi che trovo addirittura leggibili in chiave tradizionalista. Mi fa problema l'affermazione che il Vangelo di Matteo (28,8-15) delinei compiutamente “la piena umanità di Gesù e la sua piena divinità” (pag. 224).
Così faccio fatica a condividere a pagina 97: “Se faccio spazio di accoglienza, Dio può operare la mia trasformazione ed essere me. Questa è la nostra vocazione: essere Dio per partorire Dio proprio come Maria, per manifestarlo al mondo”. Per me, ebreo discepolo del Nazareno, che Maria abbia partorito Dio è un linguaggio, anche simbolico, che puzza troppo di salvataggio del dogma.
Così, con tutta la stima che nutro per il compianto don Michele Do, non posso condividere che “Gesù, nato uomo a Betlemme, muore Dio sulla croce”. Tanto meno condivido che “ con Gesù di Nazareth non c'è più religione, ma è iniziata l'epoca della fede” (pag.43).
Penso, invece, con Molari che la fede non è la condanna della religione in sé, ma il criterio di verifica sulla qualità della religione che, ha ragion d'essere solo se è a servizio della fede (Adriana Destro, Mauro Pesce, Hans Kung)
Un ebreo, leggendo che “con Gesù è iniziata l'epoca della fede” probabilmente “sente un'antica canzone” per lui inaccettabile. Oggi in Italia, centinaia di studi ebraici e giudaici fino a quelli della Elena Lea Bartolini De Angeli, inseriscono Gesù in quella numerosa corrente di credenti ebrei e non solo che hanno contestato ogni forma religiosa non finalizzata alla fede. E non può darsi che noi cristiani, quando parliamo della “legge” (pag.5), siamo poco attenti a ciò che essa significava per L'ebreo credente? Inoltre è assolutamente legittimo che l'Autore legga il Vangelo di Giovanni con strumenti ed approcci diversi dai miei.
In ogni caso quando, per esempio, non condivido con Barth o con Bonhoeffer che “Gesù è morto per i nostri peccati”, non intendo separarmi dalla loro fede, ma segnalare la contingenza e relatività con le quali tutti noi, in tempi e culture diverse, cerchiamo di dare parole alla nostra fede.
Ma, compiute queste osservazioni, alle pagine di un amico che stimo e amo, sono convinto che chi legge queste meditazioni possa cogliere in esse lo spirito di quella sana inquietudine che anima la vita e il ministero di Don Paolo. Non solo: il lettore è dolcemente invitato ad una fede in continua “edizione”, in continuo rinnovamento, in una crescente “coniugazione” con tutto ciò che vive.
L' essenziale della nostra fede è qui ribadito ad ogni capitolo: “Il cammino verso la vita, verso gli altri, comincia quando iniziamo a credere alla parola di Gesù e a incarnare la parola” (pag.83).
Il mio caldo invito alla lettura di queste meditazioni parte dalla convinzione dell'estremo bisogno che abbiamo tutti e tutte di trovare dei momenti in cui, nel silenzio , cerchiamo l'essenziale della nostra vita e della nostra fede.
Franco Barbero.
Pinerolo 10 agosto 2021.