Una teologia … conclusa
La locuzione inaugurale del concilio pronunciata da Giovanni XXIII sgombrò il campo da molti equivoci: il Papa chiarì che il Vaticano II non era stato convocato per sancire nuove condanne, ma per determinare un aggiornamento della Chiesa: era sempre più necessario in un mondo in cui, come aveva scritto Yves Congar l'anno prima "un uomo su quattro è cinese; uno su tre vive in un regime comunista; un cristiano su due non è cattolico”.
In via riservata, poco prima dell'inizio del Vaticano II, Giovanni XXIII aveva appunto detto a un confidente che chi aveva predisposto gli schemi preparatori non aveva capito che il concilio non poteva né doveva essere un congresso teologico: e tantomeno un congresso contro qualcuno o qualcosa.
Ed effettivamente il Concilio che si concluse nel 1965 con i risultati che tutti conosciamo rappresentò anche un cambiamento radicale della teologia, tanto per il suo metodo quanto per i suoi interessi principali.
E’ un dato che si può valutare empiricamente anche solo facendo un raffronto tra i manuali in uso delle facoltà teologiche prima e dopo il Vaticano II.
Prima del concilio questi manuali, anche se scritti da differenti autori, presentavano costantemente la stessa struttura e gli stessi contenuti.I manuali di dogmatica di Tanquerey o di Billot formarono decine di generazioni sino alle soglie del Vaticano II.Di quello di Billot il cardinale Parente era arrivato a scrivere nella celebre enciclopedia cattolica che "le più ardue questioni trovano una soluzione che si può ritenere definitiva”.
L'impostazione di questi testi era perfettamente espressiva del modo di pensare e di lavorare della maggior parte dei teologi di quell'epoca: la preoccupazione principale era quella di mantenersi nella linea già tracciata dagli autorevoli predecessori, limitandosi ad aggiustamenti minimi.
E’ proprio commentando questo modo di lavorare dei teologi Carl Jung osservava:
“Sono così avvezzi a trattare con verità eterne che non ne conoscono di altra specie. Quando il fisico afferma che l'atomo è costituito da quella data materia e ne traccia un modello, non intende con ciò esprimere una verità eterna. Ma i teologi non conoscono il pensiero scientifico e particolarmente quello psicologico.”
Era, com’è noto, una teologia di impianto deduttivo che aveva sviluppato una concezione della tradizione che in realtà, era molto più ristretta cronologicamente di quanto quegli stessi autori non fossero consapevoli, rimontando al massimo all'interpretazione che ne aveva dato il concilio di Trento.
Enrico Galavotti, Concilium 3/2019 pag. 138