Vivono accanto a noi, li chiamiamo "lavoratori stagionali".
Ci danno da mangiare, ma noi non
riusciamo neppure a dar loro da bere.
Faticano per intere giornate a 40 gradi,
con paghe da due euro l’ora
Così muoiono gli schiavi della nostra
agricoltura
Sono bruciati vivi come torce, mentre provavano a riscaldarsi. Annegati come animali stremati dalla sete, precipitando nei pozzi su cui si erano sporti per trovare acqua.
Sono stramazzati in terra, all'improvviso, come frutti maturi di un albero incolto, uccisi dalla fatica.
Ad alcuni, il cuore è esploso, perché infartuato da eroina e antidepressivi somministrati come anestetico alla fatica.
Vivono accanto a noi. Nelle campagne del Piemonte, nelle vigne del Veneto. Nelle industrie lombarde. Nelle campagne attorno a Roma. Nelle terre d'oro della Puglia.
Quelle,
ad esempio, di cui, qualche giorno fa, Chiara
Ferragni ha postato
una foto sui social, mostrando un vassoio di panzerotti.
Non lontano da lì, Camara, 27 anni, era morto di troppo lavoro.
Li
chiamano “lavoratori stagionali dell'agricoltura". Sono donne
e uomini italiani e stranieri. Hanno dai 18 ai 60 anni. Sono diversi
tra loro. Eppure, tutti uguali. Con il loro lavoro ci danno da
mangiare. E noi non riusciamo neppure a dargli da bere.
Li paghiamo anche due euro per ogni ora di lavoro, con 40 gradi all'ombra, con la testa piegata verso terra dall'alba al tramonto.
Ingrassano i guadagni della grande distribuzione. Di etichette di primo livello dell'agroalimentare. Di loro si sente spesso parlare in tavoli tecnici, protocolli.
Accade che, ciclicamente, guadagnino un po' di indignazione. Eppure, in questi anni, è cambiato poco. Quasi niente.
Loro
restano dei dannati.
Numeri
C'è
un documento di 36 pagine, approvato il 12 maggio scorso dalle
commissioni Lavoro e Agricoltura della Camera dei deputati alla fine
di tre anni di inchiesta sul “caporalato in agricoltura", i
cui numeri e sostanza non
richiedono
aggettivi.
In Italia - le stime sono della Flai, la Federazione dei lavoratori agricoli della Cgil-ci sono 200mila “vulnerabili" in agricoltura. Che non significa "lavoratori irregolari".
Ma uomini e donne sottoposti a regimi di semi schiavitù: non liberi, cioè, di prendere decisioni autonome sul luogo di lavoro.
E vessati, fisicamente e psicologicamente, dai loro padroni.
Carlo Bonini
Giuliano Foschini
Clemente Pistilli
La Repubblica 1 agosto 2021