Uomini senza qualità
Noi viviamo in una realtà sociale complessa e per semplificarla, onde poterci orientare, abbiamo inventato l’intelligenza artificiale che può funzionare alla sola condizione di prescindere dall’individuo come “soggetto” delle sue scelte e delle sue azioni conseguenti, per sostituirlo con un “profilo” dei suoi micro-comportamenti, dei suoi micro-interessi e dei suoi micro-atti che i big data raccolgono in gran quantità e gli algoritmi elaborano, ottenendo dei modelli facilmente identificabili, dai quali sono esclusi tutti quegli aspetti della nostra vita che non rientrano nella logica lineare con cui procedono i calcoli algoritmi perché, se questi aspetti fossero presi in considerazione, disturberebbero il sistema.
Purtroppo tutto ciò avviene anche con la nostra collaborazione perché, muovendoci con una certa difficoltà in una realtà che diventa ogni giorno sempre più complessa, non ci par vero di poter trovare risposte i nostri problemi, affidandoci a una macchina. E così, dopo aver rinunciato all'uso della nostra regione e aver affidato la gestione della nostra vita alla razionalità degli algoritmi, non riflettiamo sul fatto che "la logica lineare" propria delle macchine, non consente di riflettere la complessità della realtà e della nostra esistenza che a questo punto appaiono semplici, non perché lo sono, ma perché gli algoritmi non sono in grado di rappresentarle.
E allora spontanea sorge la domanda: quali sono le conseguenze che derivano dall'aver rinunciato all'uso dell'intelligenza umana ed essersi affidati all'intelligenza artificiale? Se ciò che caratterizza l'uomo nella sua singolarità e nella sua relazione con il mondo biologico e culturale in cui è inserito resiste ai modelli
predisposti dall'intelligenza artificiale, questi tratti che sono poi quelli che qualificano l'uomo, vengono esclusi dal calcolo algoritmo o al massimo trattati come "rumore di fondo del sistema" perché l'algoritmo percepisce solo, per dirla con Robert Musil, "l'uomo senza qualità" con l'attenzione rivolta unicamente al suo funzionamento perché l'algoritmo non è interessato a sapere "chi è" l'uomo ma unicamente come funziona. Avvertire la distanza che esiste tra la complessità del mondo reale e la semplificazione che ne fa il mondo digitale non significa delegittimare l'intelligenza artificiale, ma non smarrire la singolarità e la specificità che caratterizza ogni vita umana e in generale tutto ciò che di essa non è traducibile in un algoritmo. Questo è possibile solo mantenendo la distanza tra i due poli (la realtà e digitale) senza farsi colonizzare dal riduzionismo digitale nella falsa supposizione che il digitale riproduca la realtà e così negare che esista una realtà ben più complessa al di fuori del modello digitale che ritiene di averla semplificata. In questo caso, infatti, non di semplificazione si tratterebbe ma di negazione della complessità della realtà, della natura e della vita umana, perché solo una smodata pigrizia intellettuale può pensare che l'intelligenza umana sia riducibile ai responsi di quella che oggi chiamiamo forse con un po' di esagerazione, intelligenza artificiale.
Umberto Galimberti 28 agosto 2021