giovedì 2 settembre 2021

LA PAROLA SENNO

Col senno di poi.

Se lo avessimo saputo ovvio che non lo
avremmo fatto.
L'epilogo del ventennio dell'operazione
militare in Afghanistan produce una sorta di
cortocircuito temporale che in molti non si
aspettavano. Un buco, un vortice di risucchio
storico che irrimediabilmente interroga
coscienze e scelte. Un "ritorno" al punto di
partenza che interroga anche le più solide
convinzioni interventiste.
Col senno di poi lo avremmo davvero fatto?
Senno. Consapevolezza, comprensione
che deriva dalla fatica dell'analizzare e del
comprendere. Avviene normalmente a
posteriori, perché ha bisogno della serietà
dell'osservare e del metabolizzare. Ma può
avvenire anche a priori, lì dove il coraggio
di comprendere si oppone alla convenienza
dell'accettare.
Col senno di prima.
Colla tenacia di anteporre la ragionevolezza
all'interesse.
Colla libertà di far valere la critica
all’adesione.
Vent’anni fa, io mi ricordo, in molti, in decine,
in centinaia di migliaia avevamo manifestato
il senno del prima. Io avevo poco più di
vent'anni, iniziavo appena a poter capire, ma

sentivo con chiarezza che nel canyon stretto
del manicheismo che divideva il mondo tra
pro e contro talebani, esisteva un sentiero più
libero e coraggioso che evidenziava la miopia
e la follia di quella dottrina.
Nei primi anni duemila un movimento
globale profondo e radicale attraversava
il mondo contrapponendosi tanto
al fondamentalismo quanto al neo
imperialismo, tanto al nazionalismo quanto
al neo liberismo, tanto al campanilismo
quanto alle diseguaglianze. Quel movimento
aveva denunciato l'irresponsabilità e la
violenza degli interventi bellici pseudo-
umanitari, dal Kosovo all'Afghanistan, dalla
Fortezza Europa all' Iraq. Denunciavamo
a gran voce e senza indugi la connessione
micidiale tra la globalizzazione delle merci e
la separazione delle genti, le alleanze subdole
tra signori dell'odio e padroni delle armi, le
amicizie inquietanti tra estremismi islamici
e conservatorismi cristiani. I nostri nemici
ci accusavano di massimalismo e utopismo
irresponsabile. Ma non ci fermavamo.
Eravamo in milioni nelle strade di tutto il
mondo. 

E col senno di poi rappresentavamo
senza alcun dubbio il senno di prima.
Avremmo dovuto non fermarci davvero. O
forse dovremmo provare a ripartire.

ANDREA SEGRE

L’Espresso 22 agosto