venerdì 3 settembre 2021

UN PROFETA DI PIENA ATTUALITA'

 A 30 anni dalla morte

Ernesto Balducci è morto quasi 30 anni fa e sembra un grande dimenticato. Egli, senza occuparsi direttamente di esegesi e teologia, ha rappresentato una delle voci più profetiche e "antagoniste" rispetto al colonialismo e al capitalismo. Per questo segnalo qui uno dei suoi scritti più significativi e ne raccomando la lettura riportando la mia recensione che uscì nel primo numero della rivista Viottoli nel 1992. Si tratta di rileggere quest'opera che non ha perso nulla della sua profetica attualità.

F. B.


Ernesto Balducci, Le tribù della terra: orizzonte 2000, Edizioni Cultura della pace, Fiesole 1991, pgg. 208, lire 18.000

Il volume riporta otto dialoghi tra Ernesto Balducci e alcuni intellettuali del nostro tempo (filosofi, giuristi, teologi...) in uno spazio temporale in cui lo scacchiere mondiale ha conosciuto scossoni non ancora assestati (1990 -1991).
Anche quest'opera viene alla luce e suscita interesse mentre padre Balducci è già entrato nel definitivo regno della vita presso Dio. Il suo pensiero, negli ultimi anni della vita, divenne ancor più denso e penetrante. Si potrebbe aggiungere che Balducci, difensore equilibrato dei valori e delle acquisizioni della modernità, nell'ultimo decennio ebbe una nuova impennata critica di fronte al cammino neocolonialista dell'Occidente. Le sue analisi appaiono corredate di solida memoria storica e di rigorose 
argomentazioni. 

Anche dove la critica si fa radicale, il nostro Autore non concede nulla al cascame apocalittico e rimane aperto all'esercizio razionale della progettualità. La sua morte improvvisa, avvenuta sei mesi fa, ci priva di un grande saggio mentre ci avventuriamo in un futuro pieno di imprevedibilità.

Nel dialogo con Garaudy Balducci, tra l'altro, sostiene: «Noi siano in qualche misura un prodotto dell'Islam, più di quanto non ci sembri, nonostante tutte le rimozioni dovute all'eurocentrismo culturale di cui siamo tutti viziati. Senza l’Islam ci sarebbe una censura tra l'antica filosofia greca e noi. Non solo, ma la nostra scienza ha avuto come suo prodromo la grande tradizione medica, scientifica e matematica dell'Islam. Dall'altra, l'Islam è il punto d'approdo dell'ispirazione dei popoli del Sud verso un confronto con il Nord. L'Islam è avamposto di questa ascesa dei popoli della fame» (pag. 21). Non manca l'interrogativo cruciale sulla lettura del Corano. Garaudy riconosce: «Ho detto spesso ai miei fratelli mussulmani che siamo in ritardo di un secolo sulla esegesi cristiana» (pag. 28).

Balducci dedica le pagine più lucide a rileggere storicamente le vicende connesse alla conquista delle Americhe: «L'epoca moderna comincia con la negazione dell'altro e da allora in poi l’Occidente non ha mai incontrato l'altro. Ovunque è andato, l'uomo europeo ha incontrato se stesso, non è uscito dal suo "panottico" e ogni volta che ha incontrato la diversità l'ha
sterminata e l'ha repressa» (pag. 43). Il nostro Occidente fa dell'altro o un identico a noi oppure un inferiore: «La civiltà moderna è nata nel 1492, che è l'anno in cui abbiamo compiuto, nell'estremo Occidente, lo sterminio. Lo sterminio degli indios è l'atto inaugurale della civiltà moderna. Non è un episodio accessorio, è un episodio fondante, tale che ha caratterizzato, in tutto il suo arco, la civiltà moderna che ha avuto come sua caratteristica interna la distruzione dell'altro o la sua assimilazione, il disconoscimento dell'altro come tale» (pag. 67).
Il volume, senza cadere per nulla nel genericismo, si occupa a tutto campo della realtà culturale e politica. La “guerra del Golfo" non poteva mancare nelle riflessioni di questi interlocutori attenti e coinvolti. La riflessione verte soprattutto su due punti: l'uso ideologico del diritto e la funzione dell'ONU.
«Certo, il diritto si fonda su valori oggettivi della persona umana, però di fatto ci appelliamo al diritto sempre e soltanto quando esso è funzionale ad interessi di altra natura... È chiaro che il fervore straordinario con cui le nostre vestali, stracciandosi le vesti, hanno voluto difendere il diritto internazionale con la forza nella guerra del Golfo è un fervore ideologico, cioè funzionale alla logica del mercato» (pag. 69). La nostra pretesa di universalità e gli strumenti, anche giuridici, con cui la diffondiamo, non sono altro che strategie e culture di dominio.
Non si può costruire un nuovo ordine mondiale sulla falsariga di interessi dominanti: «Il dato di partenza sembra riunire l'accordo degli analisti imparziali della scena internazionale. Le Monde Diplomatique non esita ad affermare che nel Golfo l'ONU ha tradito la sua missione, poiché la sua Carta dice che essa è quella di "proteggere le generazioni future dal flagello della guerra". In effetti, dall'inizio delle ostilità, l'Organizzazione internazionale è stata deliberatamente tenuta al margine dell'evoluzione diplomatica del conflitto. Questa crisi segna senza dubbio l'agonia delle Nazioni Unite, almeno nella loro struttura attuale. Nulla è stato fatto per impedire che l'ONU fosse utilizzata dagli USA per ottenere un sostegno al loro approccio militarista e unilaterale della crisi, al punto che alcuni riconoscono che essa è stata ridotta ad utensile della politica estera americana» (pag. 111, Giancarlo Zizola). Non tutte le risoluzioni dell'ONU hanno trovato rapida esecuzione come nella guerra del Golfo. La riprova del nove sta qui: «Quando le risoluzioni dell'ONU vengono a mettere in questione i rapporti economici strutturali che legano e subordinano i popoli gli uni agli altri, allora l'inefficienza delle Nazioni Unite è totale» (pag. 130). Un ordinamento mondiale giuridico è necessario, ma occorre trovare strade nuove per dare voce alle “tribù della terra" e non solo ai "capitani" delle caravelle.

Il lettore troverà in queste pagine un dibattito che lo appassionerà. Sarebbe stata bene qualche voce femminile per alcuni contributi precisi ed essenziali.

Franco Barbero