A 30 anni dalla morte
Ernesto Balducci è morto quasi 30 anni fa e sembra un grande dimenticato. Egli, senza occuparsi direttamente di esegesi e teologia, ha rappresentato una delle voci più profetiche e "antagoniste" rispetto al colonialismo e al capitalismo. Per questo segnalo qui uno dei suoi scritti più significativi e ne raccomando la lettura riportando la mia recensione che uscì nel primo numero della rivista Viottoli nel 1992. Si tratta di rileggere quest'opera che non ha perso nulla della sua profetica attualità.
F. B.
Ernesto Balducci, Le tribù della terra: orizzonte 2000, Edizioni Cultura della pace, Fiesole 1991, pgg. 208, lire 18.000
Il
volume riporta otto dialoghi tra Ernesto
Balducci
e alcuni intellettuali del nostro tempo
(filosofi,
giuristi, teologi...) in uno spazio temporale in cui lo scacchiere
mondiale ha conosciuto scossoni non ancora assestati (1990 -1991).
Anche
quest'opera viene alla luce e suscita
interesse
mentre padre Balducci è già entrato
nel
definitivo regno della vita presso Dio. Il suo
pensiero,
negli ultimi anni della vita, divenne
ancor
più denso e penetrante. Si potrebbe aggiungere che Balducci,
difensore equilibrato
dei
valori e delle acquisizioni della modernità,
nell'ultimo
decennio ebbe una nuova impennata critica di fronte al cammino
neocolonialista dell'Occidente. Le sue analisi appaiono corredate di
solida memoria storica e di rigorose argomentazioni.
Anche dove la critica si fa radicale, il nostro Autore non concede nulla al cascame apocalittico e rimane aperto all'esercizio razionale della progettualità. La sua morte improvvisa, avvenuta sei mesi fa, ci priva di un grande saggio mentre ci avventuriamo in un futuro pieno di imprevedibilità.
Nel dialogo con Garaudy Balducci, tra l'altro, sostiene: «Noi siano in qualche misura un prodotto dell'Islam, più di quanto non ci sembri, nonostante tutte le rimozioni dovute all'eurocentrismo culturale di cui siamo tutti viziati. Senza l’Islam ci sarebbe una censura tra l'antica filosofia greca e noi. Non solo, ma la nostra scienza ha avuto come suo prodromo la grande tradizione medica, scientifica e matematica dell'Islam. Dall'altra, l'Islam è il punto d'approdo dell'ispirazione dei popoli del Sud verso un confronto con il Nord. L'Islam è avamposto di questa ascesa dei popoli della fame» (pag. 21). Non manca l'interrogativo cruciale sulla lettura del Corano. Garaudy riconosce: «Ho detto spesso ai miei fratelli mussulmani che siamo in ritardo di un secolo sulla esegesi cristiana» (pag. 28).
Balducci
dedica le pagine più lucide a rileggere storicamente le vicende
connesse alla conquista delle Americhe: «L'epoca moderna comincia
con la negazione dell'altro e da allora in
poi
l’Occidente non ha mai incontrato l'altro.
Ovunque
è andato, l'uomo europeo ha incontrato se stesso, non è uscito dal
suo "panottico"
e
ogni volta che ha incontrato la diversità l'ha
sterminata
e l'ha repressa» (pag. 43). Il nostro
Occidente
fa dell'altro o un identico a noi oppure un inferiore: «La civiltà
moderna è nata
nel
1492, che è l'anno in cui abbiamo compiuto, nell'estremo Occidente,
lo sterminio. Lo
sterminio
degli indios è l'atto inaugurale della
civiltà
moderna. Non è un episodio accessorio,
è
un episodio fondante, tale che ha caratterizzato, in tutto il suo
arco, la civiltà moderna che ha avuto come sua caratteristica
interna la distruzione dell'altro o la sua assimilazione, il
disconoscimento dell'altro come tale» (pag. 67).
Il
volume, senza cadere per nulla nel genericismo, si occupa a tutto
campo della realtà culturale e politica. La “guerra del Golfo"
non poteva mancare nelle riflessioni di questi interlocutori attenti
e coinvolti. La riflessione verte soprattutto su due punti: l'uso
ideologico del diritto e la funzione dell'ONU.
«Certo,
il diritto si fonda su valori oggettivi
della
persona umana, però di fatto ci appelliamo al diritto sempre e
soltanto quando esso è
funzionale
ad interessi di altra natura... È chiaro che
il fervore straordinario con cui le nostre vestali, stracciandosi le
vesti, hanno voluto difendere il diritto internazionale con la forza
nella
guerra
del Golfo è un fervore ideologico, cioè funzionale
alla logica del mercato» (pag. 69). La
nostra
pretesa di universalità e gli strumenti, anche giuridici, con cui la
diffondiamo, non sono
altro
che strategie e culture di dominio.
Non
si può costruire un nuovo ordine mondiale sulla falsariga di
interessi dominanti: «Il
dato
di partenza sembra riunire l'accordo degli
analisti
imparziali della scena internazionale. Le
Monde
Diplomatique non esita ad affermare
che
nel Golfo l'ONU ha tradito la sua missione,
poiché
la sua Carta dice che essa è quella di
"proteggere
le generazioni future dal flagello
della
guerra". In effetti, dall'inizio delle ostilità,
l'Organizzazione
internazionale è stata deliberatamente tenuta al margine
dell'evoluzione diplomatica del conflitto. Questa crisi segna senza
dubbio
l'agonia delle Nazioni Unite, almeno
nella
loro struttura attuale. Nulla è stato fatto
per
impedire che l'ONU fosse utilizzata dagli
USA
per ottenere un sostegno al loro approccio
militarista
e unilaterale della crisi, al punto che
alcuni
riconoscono che essa è stata ridotta ad utensile della politica
estera americana» (pag.
111, Giancarlo Zizola). Non tutte le risoluzioni dell'ONU
hanno trovato rapida esecuzione come nella guerra del Golfo. La
riprova del nove
sta
qui: «Quando le risoluzioni dell'ONU vengono a mettere in questione
i rapporti economici strutturali che legano e subordinano i popoli
gli
uni agli altri, allora l'inefficienza delle Nazioni Unite è totale»
(pag. 130). Un ordinamento
mondiale
giuridico è necessario, ma occorre
trovare
strade nuove per dare voce alle “tribù
della
terra" e non solo ai "capitani" delle caravelle.
Il lettore troverà in queste pagine un dibattito che lo appassionerà. Sarebbe stata bene qualche voce femminile per alcuni contributi precisi ed essenziali.
Franco Barbero