giovedì 4 novembre 2021

CONDIZIONI LAVORATIVE ANCORA PEGGIORATE

 Cresce soltanto il lavoro peggiore

Chiara Saraceno

La Stampa 4/11

Due buone notizie a prima vista: aumenta il Pil e aumenta anche l'occupazione, mentre diminuiscono i tassi sia di disoccupazione sia di inattività. Quest'ultimo dato, inoltre, riguarda soprattutto le persone più a rischio di essere inattive perché scoraggiate nella ricerca di lavoro: le donne di ogni etа e, limitatamente all'ultimo trimestre, i giovani tra i 25 e i 34 anni e le persone sopra i 50 anni.

Ma le notizie positive finiscono qui. L'aumento dell'occupazione non solo è ridotto in termini numerici solo 237.000 occupati in più rispetto a un anno fa. Riguarda pressoché esclusivamente il lavoro dipendente con contratti a termine, che sono aumentati del 13,2% rispetto a un anno fa, a fronte di un misero 0,5 del lavoro a tempo determinato e a una diminuzione del 3% del lavoro autonomo. La lunga crisi provocata dalla pandemia, che ha colpito fortemente molti settori tradizionali di lavoro autonomo, sembra aver scoraggiato, non si sa quanto in modo definitivo, proprio una modalità di lavoro che ha a lungo caratterizzato il mercato del lavoro italiano ed ha anche costituito una alternativa più o meno illusoria alle difficoltà che in esso si incontravano: non solo artigiani e liberi professionisti, ma anche commercianti e piccoli imprenditori senza dipendenti.

Come spiegare allora l'aumento del Pil a fronte di un aumento dell'occupazione non solo modesto, ma con caratteristiche sempre più diffuse di precarietà, che certamente non favoriscono il benessere delle persone e la loro possibilità di fare progetti di medio-lungo periodo? Come giustificare le periodiche lamentele delle aziende sui lavoratori che non si trovano con il dato che i contratti che vengono offerti sono pressoché sempre a termine, con scarso investimento sul capitale umano? Ci sarà anche uno scollamento tra domanda e offerta di lavoro, ma questi dati ci dicono che forse la domanda di lavoro non così abbondante e, soprattutto a di breve termine. Del resto, è noto che già negli anni pre-pandemia era grandemente aumentato il lavoro a tempo parziale involontario, sia tra gli uomini che tra le donne. Il dato dell'andamento diverso del Pil e della buona occupazione è un classico esempio di come il primo non rappresenti adeguatamente il benessere di una società ed invece possa nascondere disuguaglianze anche gravi. Soprattutto, nel nostro caso, segnala come la tanto celebrata ripresa stia avvenendo in un modo che rischia di allargare le disuguaglianze, accentuando una tendenza già visibile prima della crisi pandemica: l'aumento non tanto o solo dei senza lavoro, ma dei lavoratori precari, spesso con bassi salari, certo concentrati nelle mansioni meno qualificate, ma presenti anche in molte mansioni qualificate. Si dirа che è illusorio pensare di tornare a un mondo in cui il lavoro dipendente, almeno nell'economia formale, era nella quasi totalità a tempo indeterminato e il lavoro autonomo, l'auto-imprenditorialità, come si scrive in molti documenti, uno sbocco possibile e appetibile. Ma se tornare al piccolo mondo antico, che per altro aveva i suoi scarti e i suoi punti ciechi, non è possibile, non è neppure accettabile, e forse neppure tenibile nel medio-lungo periodo, una modalità di ripresa fondata sulla precarietà di troppi e sulla creazione di sempre nuove disuguaglianze. 

Nei piani di ripresa, di politica ambientale, ma anche nelle necessarie misure di contenimento della pandemia, la questione di come contrastare la formazione e cristallizzazione delle disuguaglianze deve essere altrettanto centrale di quella di che mondo vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti. Anzi, le due questioni si tengono insieme.