QUANDO I FRATELLI SE NE VANNO - 10
Oltre il suffragio – 3.2
di Franco Barbero
(3) Dal Dizionario di Teologia Morale, riportiamo una citazione di Serafino De Angelis:
“1. NATURA E DEFINIZIONE – Il suffragio, secondo S. Tommaso, è una soddisfazione (satisfactio) la quale consiste nella compensazione di un’ingiuria secondo la uguaglianza della giustizia (Suppl. 13, e 3).
Tale ingiuria è costituita da una trasgressione volontaria della legge divina, la quale porta con sé il reato della colpa, ossia l’imputabilità dell’offesa fatta a Dio, ed il debito della pena, ossia l’obbligo di soddisfare a tale ingiuria con una pena. Con la confessione oppure con un atto perfetto di contrizione, accompagnato dal proposito di confessarsi, si rimette il reato della colpa ma resta il debito di pena. A pagare questo debito di pena è diretta la soddisfazione, la quale consiste in un’azione penale liberamente posta: quando tale soddisfazione si pone a favore di un altro, si ha il suffragio, che pertanto viene definito un’opera penale che uno offre al Signore in favore di un altro, perché questi possa soddisfare il debito della pena temporale.
2. DIVISIONE. – Il suffragio si divide: a) in s. ex opere operato (espressione tecnica per indicare l’atto obiettivo considerato in se stesso indipendentemente dal valore morale che gli può venire da colui che opera), quando p. es., il sacrificio dell’altare viene offerto per le anime del purgatorio; b) in ex opere operantis (secondo l’atto soggettivamente considerato), quando si offre al Signore una delle opere satisfattorie, le quali, secondo l’insegnamento di S. Tommaso, sono compendiate nelle tre fondamentali: preghiera, digiuno, elemosina. Con la preghiera si offrono al Signore come compenso i beni dell’anima, col digiuno le afflizioni del corpo, e con l’elemosina i beni esterni (Suppl. 15, a. 3); c) in suffragio per i vivi e suffragio per i defunti, secondo che essi vengano offerti per i fedeli pellegrini in questa terra oppure per i fedeli in purgatorio anelanti al possesso del Sommo Bene.
3. ESISTENZA. – Che esista la comunicazione dei suffragi fra gli uomini, in forza dei quali essi possono scambievolmente pagarsi il debito della pena temporale dovuta per i peccati già rimessi quanto alla colpa, è verità di fede, ricordata nel Simbolo degli Apostoli: Credo la comunione dei Santi. S. Paolo paragona il corpo mistico della Chiesa al corpo umano: come nel corpo umano le varie parti si aiutano scambievolmente, così nella Chiesa, corpo mistico di cui Cristo è il capo, ed i fedeli sono le membra, ciascun uomo giusto può prestare il suo aiuto agli altri per mezzo delle opere buone (1 Cor. 12, 12-26).
Che poi i fedeli possano suffragare le anime dei defunti, che si trovano in purgatorio, è verità di fede definita nel Concilio di Trento (Sess. XXV, decr. De purgat.), verità che scaturisce dalla S. Scrittura, dai SS. Padri e dal consenso universale della Chiesa.
4. CONDIZIONI. – A) Da parte di colui che offre al Signore il suffragio, si richiedono tre condizioni. 1) Che sia viatore (cioè in stato di cammino sulla terra): i Beati infatti non sono più capaci di azioni satisfattorie e quelle che essi posero quando erano in vita fanno parte del tesoro della Chiesa. Parimenti le anime purganti non possono offrire, in s. degli altri, le pene che soffrono, perché queste servono come soddisfazione della loro pena temporale; 2) Che sia in stato di grazia; chi trovasi, infatti, in peccato, non può soddisfare né per sé, né per gli altri; l’azione satisfattoria posta dall’uomo peccatore, benché non priva d’ogni valore, non è però animata dalla carità né quindi in grado di risarcire il debito contratto con l’offesa fatta a Dio. Diversamente però accade quando trattasi, p. es., del sacrificio della Messa, celebrato in suffragio di un defunto; in questo caso il celebrante lo offre in nome della Chiesa ed il sacrificio dell’altare agisce ex opere operato, anche se il sacerdote offerente sia in stato di colpa; 3) Che abbia l’intenzione di offrire l’opera satisfattoria in favore di un altro; basta però l’intenzione abituale, che cioè si sia avuta e non sia stata revocata.
B) Da parte di colui, a favore del quale viene offerto il suffragio, si richiedono parimenti tre condizioni: 1) l’obbligo di un debito di pena presso Dio, il che avviene soltanto per le anime relegate nel purgatorio; per i Beati infatti e per i dannati, com’è evidente, non si possono offrire suffragi; 2) Lo stato di grazia: l’uomo in peccato, infatti, è ritenuto nel corpo mistico della Chiesa come un membro morto, che non può ricevere nessun aiuto dagli altri membri vivi. Ne deriva che se colui , per il quale viene offerta l’opera satisfattoria, è in peccato, l’opera medesima resta a favore dell’offerente; 3) Che sia stata già rimessa la colpa: fino a che, infatti, sussiste il reato della colpa, sussiste parimenti il debito della pena; è assurdo perciò pensare che possa essere rimessa la pena, mentre ancora sussiste la colpa per la quale la pena è dovuta”.
In questa teologia è centrale la tendenza catartica (purificatrice) e la concezione “giuridica” dell’espiazione, cioè del pagamento di un debito contratto con la giustizia di Dio. Si tratta di uno schema che, largamente presente nel vecchio Testamento, è filtrato anche in alcuni testi del Nuovo Testamento. Siamo su un terreno che non ha nulla in comune, mi sembra, con il messaggio di Gesù. Egli non ci ha mai parlato di un Dio da placare, di peccati da espiare. Su questo punto, come è comprensibile, alcuni testi del N. Testamento registrano una notevole “distanza” da Gesù.
Si veda al riguardo ORTENSIO DA SPINETOLI, Chiesa delle origini chiesa del futuro, Borla, Roma, 1986, pagg. 99-121. Soprattutto W. TRILLING, L’annuncio di Gesù, Paideia, Brescia, 1986.
Per quanto riguarda le indulgenze il quadro dogmatico viene rigidamente ripreso e riconfermato nel nuovo Codice di Diritto Canonico ai canoni 992 – 997. Le dottrine connesse (un debito, un tesoro, una reversibilità) trovano una trattazione organica in Teologia delle indulgenze, Ancora, Milano 1967, di cui è Autore il cardinale JOURNET. Nel libro citato le indulgenze vengono definite “un fiore delicato ma autentico dell’albero sempre vivo della dottrina cristiana” (pag.61).
A volte si ha addirittura l’impressione di trovarsi davanti ad una meccanica della grazia: “La redenzione del mondo è un tesoro, e questo tesoro è stato acquistato da Cristo per il suo corpo mistico che è la Chiesa. E’ un tesoro della Chiesa, il supremo tesoro della Chiesa. E’ essa che Cristo ha costituito depositaria e dispensatrice del mistero di salvezza nascosto da secoli in Dio (Ef. 3,9). Essa lo dispensa con diversi mezzi”. (Idem. pag.24). Se la Chiesa è la banca della salvezza, la gerarchia gestisce gli sportelli. “È l’azione redentrice di Cristo che, attraverso i canali della gerarchia, raggiunge le anime…” (A. TESSAROLO, Enciclopedia moderna del Cristianesimo, volume II, pag. 1025). Il cardinale Journet, nel volume già citato, aggiunge. “Innanzi tutto la dottrina delle indulgenze forma un tutto organico. Le nozioni di pena del peccato, di compensazioni sovrabbondanti e reversibili per mezzo della mediazione del potere delle chiavi, sono correlative e inseparabili. Nella Bolla Unigenitus Dei Filius (27 gennaio 1343), nella quale ha proclamato il tesoro delle soddisfazioni di Cristo, il cui valore è infinito, e alle quali si sono aggiunte quelle della Vergine e dei Santi, Clemente VI ha definito il ruolo dispensatore dei poteri giurisdizionali: Il tesoro della redenzione, dice egli, è stato affidato al beato Pietro, “clavigero” del cielo, e ai suoi successori, vicari di Cristo quaggiù, con il compito di «dispensarlo salutarmene ai fedeli, salubriter dispensandum, per causa giusta e ragionevole, e di applicarlo misericordiosamente, in generale o in particolare – come si riterrà più utile davanti a Dio – ai peccatori confessati e veramente pentiti, per la remissione totale o parziale della pena temporale dovuta ai peccati».
Abbiamo testè parlato della mediazione del potere delle chiavi. Non è più questione qui della chiave dell’ordine (clavis ordinis), che fa del sacerdote lo strumento della divina potenza che sola può assolvere il peccatore e infondergli la grazia. Si tratta della chiave di giurisdizione (clavis jurisdictionis), più precisamente del potere canonico che ha la Chiesa di regolare quaggiù la condotta dei suoi figli”.
L’indulgenza data direttamente ai vivi può essere trasferita ai morti come suffragio. Così lo stesso Autore argomenta:
“Nella misura in cui una indulgenza sarà stata ottenuta, la Chiesa che, nella giusta distribuzione delle indulgenze, pensa prima e direttamente ai suoi figli, potrà permettere che essa sia trasferita ai defunti del purgatorio, i quali quindi non ne sono raggiunti che secondariamente e indirettamente. La misura nella quale una indulgenza plenaria o parziale è ottenuta da tale o tal altro fedele, la cui carità è più o meno fervente, è un segreto di Dio”.
Ecco, sulle indulgenze, il grande testo della Bolla “Cum postquam”, del 9 novembre 1518, mandata da Leone X al cardinale Gaetano, a quel tempo ambasciatore in Germania:
«Il romano Pontefice, successore di Pietro “il clavigero”, vicario di Gesù Cristo sulla terra, può, in virtù del potere delle chiavi che aprono il regno dei cieli, allontanare dai fedeli ciò che è loro di ostacolo, cioè il peccato (culpam), e la pena (poenam) dovuta ai peccati attuali: il peccato per mezzo del sacramento della penitenza, la pena temporale dovuta secondo la giustizia divina ai peccati attuali, per mezzo dell’indulgenza ecclesiastica.
Egli può per delle giuste ragioni concedere a questi stessi fedeli, membra di Cristo per mezzo del legame della carità, che siano essi in questa vita o in purgatorio, delle indulgenze, in considerazione della sovrabbondanza dei meriti di Cristo e dei Santi. Quando, in virtù della sua autorità apostolica, egli concede una indulgenza per i vivi o per i defunti, dispensa come è consuetudine il tesoro dei meriti di Gesù Cristo e dei Santi, sia che conferisca l’indulgenza stessa sotto forma di assoluzione, per modum absolutionis, sia che la trasferisca sotto forma di suffragio, per modum suffragii.
È per questo che tutti coloro, vivi o defunti, i quali avranno veramente ottenuto delle indulgenze di tale natura, saranno liberati dalla pena temporale dovuta davanti alla giustizia divina ai loro peccati attuali, nella misura equivalente all’indulgenza concessa e acquistata».
Non delle indulgenze della chiesa abbiamo bisogno, ma di un Dio che sia per noi e per il mondo perdono, indulgenza, misericordia. È però ben comprensibile che una chiesa gerarchica che concepisce se stessa come la depositaria dei poteri di Cristo abbia potuto elaborare una tale ideologia – teologia.
(4) Nella posizione conciliare (ma anche prima, presso parecchi studiosi) viene talvolta ammesso che il Purgatorio non ha un fondamento biblico diretto (Si veda GEORGE J. DYER, Catechismo biblico, Queriniana, Brescia 1979, pag. 85). Ma, da parecchi anni, anche su questo punto si registra un ritorno alle affermazioni e alle pratiche preconciliari. Accanto ad alcune interpretazioni di grande interesse si può constatare una riaffermazione di posizioni rigidamente dogmatiche: “La legittimità dei suffragi per i defunti è garantita da un uso che risale al giudaismo precristiano (2 Macc. 12) e che la chiesa apostolica conobbe e praticò. Tale prassi è la conseguenza logica delle idee bibliche sopra commentate; l’una e le altre costituiscono il più sicuro fondamento biblico dello sviluppo dogmatico che condurrà alla esplicitazione della dottrina” (RUIZ DE LA PENA, L’altra dimensione, Borla, Roma 1981, pag. 321). Si veda anche ANTONIO SALAS, Catechismo biblico, Devoniane, Napoli 1977, pagg. 184-189. Così pure le voci “escatologia” ed “esequie” nel Nuovo Dizionario di Liturgia, Paoline, Roma 1984, con ampia rassegna bibliografica.
(5) L’espressione “sul fondamento biblico” che ricorre nel Catechismo degli adulti può essere ragionevolmente contestata: “Nella scrittura non vi è un solo passo che contenga un riferimento diretto al purgatorio… Per questo si dovrebbe anche evitare, se possibile, l’espressione “purgatorio” e parlare invece di purificazione come momento dell’incontro con Dio”. (GISBERT GRESHAKE, Breve trattato sui novissimi, Queriniana, Brescia 1978, pagg. 82 e 84).
(6) Molto interessante il testo del nuovo Catechismo Olandese, quello non alterato dalle correzioni imposte dal Vaticano: “Noi dovremo ritrovare la sobrietà del cristianesimo primitivo, e vedere la purificazione come inerente alla morte. E quindi evitare di farne (del purgatorio) un “novissimo” a sé stante. Tanto più che la Scrittura vi accenna appena” (ELLE DI CI, Torino 1969, pag. 577). Si vedano anche HANS KUNG, Vita eterna?, Mondatori, Milano 1983; GIUSEPPE BARBAGLIO, Paolo di Tarso e le origini cristiane, Cittadella Editrice, Assisi 1985; FRANZ JOSEF SCHIERSE, Cristologia, Queriniana, Brescia 1984.
(7) Mi permetto di insistere sul fatto che questa teologia e questa pratica liturgica sono realmente presenti nella chiesa cattolica con piena legittimità evangelica. Si tratta di renderci conto che la relatività del dogma rispetto alla Scrittura viene più lucidamente avvertita quando ci si trova alle svolte epocali del pensiero e del linguaggio. Si vedano soprattutto gli interessanti studi di BERNARD WELTE, in AA.VV., La storia della cristologia primitiva, Paideia, Brescia 1986. Solo la comprensione di questa relatività permette di non cadere nel relativismo o nella sterile difesa di ciò che è caduco. L’intramontabile parola di Dio resta l’unica roccia della nostra fede.
(8) Per chi voglia approfondire la ricerca e conoscere più da vicino l’attuale dibattito teologico consiglio il Nuovo Dizionario di Teologia, a cura di G. BARBAGLIO e S. DIANICH, Paoline, Roma 1977. pagg. 181-83 e 1305; per conoscere il pensiero dell’Ortodossia e della Riforma Protestante, in particolare le pagg. 400-408.
Soprattutto la voce “morte” a cura di AMILCARE GIUDICI. A livello divulgativo si veda U. CASALE, E dopo? Riflessioni sul futuro dell’uomo, Marietti, Torino, 1982.
Prezioso lo studio di PAOLO RICCA, Il cristiano di fronte alla morte, Claudiana, Torino 1978.
In ogni istante,
quando meno ce l’aspettiamo,
ci fai vedere quanto siamo fragili,
come basti poco a sconvolgere
i nostri progetti.
Così camminiamo nella nebbia,
ogni tanto una folata di vento nuovo
apre uno spiraglio e ci mostra la strada,
ma poi il velo si richiude
e nuovamente arranchiamo
senza una meta precisa.
Padre, come è difficile
capire i tuoi segnali
di giustizia e di liberazione.
Un giorno ci dai entusiasmo
e ci ridoni fiducia
mostrando che siamo in tanti
a camminare sulla strada della pace.
Il giorno seguente il nostro entusiasmo
è bloccato da notizie di guerra,
di centinaia di morti,
di altre morti che si preparano.
Anche la tua parola,
così preziosa e ricca di speranza,
ci trova spesso incapaci di comprenderla
incapaci di attuarla.
Abbiamo molto bisogno, Padre,
della tua forza,
della tua luce che illumina le tenebre,
delle tue parole di conforto
per camminare con tuo figlio Gesù
sulla strada di un mondo nuovo.

