Telefonata e risposta per chi non ha fretta
Caro don Franco,
molto spesso leggo sui suoi libri e sul suo blog una pagina che lei riporta con una notevole ripetizione e insistenza. Vorrei sapere se questa frequente ripresa del testo di Paul Tillich è casuale o se si tratta di una citazione ripetuta intenzionalmente. Sono curiosa di sapere, se non sono indiscreta, di avere una sua qualche spiegazione. Voglio aggiungerle che anche a me quella pagina del teologo Tillich sembrò molto costruttiva fin dai tempi del noviziato.
A lei l'augurio di un buon ministero.
s. l. m. s
Cara sorella,
sì, ci sono alcune pagine di Tillich che prima trovai in lingua francese e che nel 1969 comparvero in lingua italiana in “Alle prese con Dio” (Queriniana) a cura di Heinz Zahrnt con l'aggiunta di qualche commento e che sono state fondamentali per gli anni della prima giovinezza fino ad ora, giunto all’estrema vecchiaia.
Si tratta di “aspettare” Dio, non di possederlo. La mia allergia al dogma ha ottimi predecessori. Se non erro, Tillard rese pubblica questa riflessione nel 1963. Ripubblico il testo per lei e per chi vuole dedicare un'ora di meditazione.
«La nostra vita religiosa è riconoscibile proprio per questa immagine di Dio che l'uomo si crea. Penso a quel teologo che non aspetta Dio, perché lo possiede in una sua costruzione dottrinale. Penso a quello studente di teologia che non aspetta Dio perché lo possiede in un libro. Penso a quell’uomo di chiesa che non aspetta Dio perché lo possiede racchiuso in una istituzione. Penso a quel credente che non aspetta Dio perché lo possiede nella propria esperienza. Non è facile sopportare di non avere Dio, di doverlo aspettare; non è facile predicare ogni domenica senza mai pretendere di possedere Dio e di poterne disporre. Non è facile annunciare Dio ai bambini e ai pagani, agli scettici e agli atei, spiegando nello stesso momento che anche noi non possediamo Dio, ma dobbiamo attenderlo. Sono convinto che gran parte della opposizione al cristianesimo si basa sulla pretesa chiara o no dei cristiani di possedere Dio, la quale cosa comporta la perdita della dimensione dell'attesa... Noi siamo più forti se aspettiamo, che se possediamo».
Ogni nuovo modo di parlare di Dio nel nostro tempo è prima di tutto un tentativo, ma anche qualora la teologia riuscisse a dare una risposta soddisfacente alle questioni su Dio nel nostro tempo, questa risposta sarebbe tuttavia passeggera. Poiché eterno è solo il vangelo mentre la teologia è legata al tempo, essa deve tradurre per il tempo che avanza e in maniera sempre nuova il vangelo eterno. Per questo il duomo che i teologi costruiscono non è mai finito, ed è bene che sia così, se vuol essere un duomo vero in cui si annuncia e si adora Dio. Anche qui vale la frase: «Dio non abita in un tempio fatto dalle mani», e «non devi farti un’immagine di Dio». La chiave di volta non può essere sostituita se non ci si vuole trovare sotto le stelle (W. v. Loewenich). Ma poiché la chiave che sostiene la volta non può essere sostituita, la volta va sempre più in rovina, la teologia è destinata al naufragio. È la grandezza del suo oggetto che fa naufragare la teologia; tuttavia non possiamo e non è lecito smettere di far teologia. Noi dobbiamo iniziare la costruzione sempre da capo, dobbiamo osare continuamente, noi uomini peccatori, limitati, imperfetti e mortali, a parlare di Dio. Anche in questo caso solo la grazia di Dio può mutare in bene ciò che l'uomo fa male. Dio deve perdonarci anche per la nostra teologia; forse non abbiamo un peccato più grande della nostra teologia. (Heinz Zahrnt)
Queste e simili pagine hanno orientato anche la mia ricerca teologica. Quanto bisogno abbiamo di “maestri” e “maestre” nella fede.
Un affettuoso saluto.
Franco Barbero