Myanmar, Aung San Suu Kyi condannata a 2 anni di carcere. Ma la repressione dei militari non ferma l’opposizione
di Carlo Pizzati
06 DICEMBRE 2021
La Repubblica
È iniziata ufficialmente la sequela di condanne-farsa mirate a soffocare per sempre la leadership del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. La condanna a due anni di prigione all'ex leader birmana per istigazione alla rivolta e violazione delle misure anti-Covid non sono che l'inizio. Pendono su di lei altri 12 capi d'imputazione per un totale di 104 anni di possibili condanne con le accuse più svariate: dall'abuso di potere, alla violazione dei segreti di Stato, al possesso di walkie-talkie.
Eppure, in un Myanmar che sprofonda nella violenza e nella povertà, i colpi alla democrazia della giunta militare di Min Aung Hlaing, al potere con un golpe dal 1° febbraio scorso, potrebbero mancare il bersaglio. Non basterà tagliare la testa all'opposizione con processi a porte chiuse, con gli avvocati della difesa impossibilitati a parlare ai giornalisti, con la prigione anche per l'ex presidente Win Mynt (quattro anni con le stesse accuse di Suu Kyi) o per Myo Aung, ex sindaco della capitale Naypyidaw (due anni per incitazione alla resistenza). Non sarà sufficiente la mano di ferro dei tribunali, oltre ai massacri per le strade, poiché la resistenza si è ricomposta in maniera ben diversa da quanto si aspettavano i despoti in uniforme.
Aung San Suu Kyi è il simbolo di una Myanmar democratica. Si è guadagnata la leadership ereditando il carisma del papà rivoluzionario, fondatore delle Forze armate considerato il Padre della nazione dell'attuale Myanmar, ma pagandola anche con la libertà. Dal 1989 al 2010 si è fatta un po' di prigione e 15 anni di arresti domiciliari, diventando così un simbolo internazionale capace di fare pressione sui militari, tanto da obbligarli a tentare la strada di una democratizzazione, aprendo alle elezioni, rimodellando, nel 2008, una nuova Costituzione che però consente ai militari di bloccare i cambiamenti costituzionali se questi possono limitare il loro potere. Così, il mondo si era illuso che "the Lady," così chiamata per la sua innata eleganza, ce l'avrebbe fatta, un passetto alla volta, a far fiorire un sistema politico più democratico sulle rive del Golfo del Bengala.
La risposa repressiva dei militari alle vittorie di Suu Kyi
Ma il suo successo è stato troppo smaccato. Alle elezioni del novembre scorso il suo partito, la Lega nazionale della democrazia, ha raccolto l'80% dei consensi. Troppi. E troppo il potere che avrebbero consegnato alla Lega di Suu Kyi in Parlamento, tanto da poter pensare di contrastare il controllo militare. Così è scoppiata l'aperta repressione, costata finora 1.303 morti tra manifestanti e militanti e 10 mila e 600 arresti. Pura dittatura, com'è evidente al resto del mondo, cominciando dai vicini nel Sudest asiatico. Ma la giunta va avanti. Con un piano chiaro: zittire la leader carismatica, inchiavardarla in qualche prigione remota e ricostruire consenso.