Caro Piero, a noi Welby resta soltanto il referendum
La Stampa 20/12
Mina Welby
Oggi, quindici anni fa, poco prima delle undici di sera, moriva Piergiorgio, conquistando il diritto umano a morire. La sua battaglia era cominciata molti anni prima. Con l'obiettivo di arrivare passo dopo passo prima alle disposizioni anticipate di trattamento, e poi a una legge sull'eutanasia simile a quella promulgata nel 2002 in Belgio e in Olanda. Era una persona squisita, intelligente, sapeva discutere e correggere senza offendere. Difendeva il diritto di morire come diritto umano. Lo disse Umberto Veronesi, quando era ministro della salute. Piergiorgio aveva aperto il forum eutanasia e lo portava avanti discutendo con i cittadini che venivano su quella che lui chiamava la barca dei pazzi. Era fantasioso, ironico, sapeva prendere la vita con ironia, anche se la sua era tanto difficile. Non si è mai lamentato, nonostante un continuo peggioramento della sua salute. Da anni Welby conosceva i radicali e aveva partecipato alla fondazione dell'associazione a cui Luca Coscioni dette il proprio nome. Luca morì nel febbraio 2006 e Piergiorgio fu eletto co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni.
Si rivolse anzitutto alla dirigenza dell'Associazione chiedendo aiuto per poter morire. Per riuscire a fare un atto politico pubblico scrisse una lettera al Presidente della Repubblica, chiedendogli una legge per l'eutanasia. Il presidente rispose che avrebbe rimandato al Parlamento, unico competente per legiferare. Dal Parlamento uscivano voci contrapposte alla richiesta di Welby. Altri parlamentari lo vollero venire a trovare. Piergiorgio declinò ringraziando e chiese di fare una legge. Altre voci dicevano perché la moglie non lo aiuta se vuole morire? Parole che mi hanno molto ferito. La nostra era una battaglia civile, non avremmo mai fatto scelte diverse. Scrisse anche una lettera ai direttori dei Tg in cui disse «mi sento prigioniero, come Aldo Moro». Per la distrofia muscolare i muscoli si erano disfatti e lo sterno si era infossato e gli premeva sugli organi interni provocandogli dolori laceranti. Lo seppi solo dopo l'autopsia. Su richiesta di Piergiorgio Marco Cappato, allora parlamentare europeo, gli portò dei medici specialisti del Belgio che confermarono a Piergiorgio che in Belgio un malato come lui avrebbe potuto morire con la loro legge per l'eutanasia o in sedazione profonda distaccato dal ventilatore automatico. Per questo si rivolse al medico palliativista, il dottor Casale, che gli spiegò che lui poteva sedarlo ma non staccargli il ventilatore. Con i suoi avvocati Welby si rivolse al giudice civile di Roma che riconobbe il diritto ma obiettò che non c'era ordinamento sul rifiuto dei trattamenti. Intanto il dottor Mario Riccio, anestesista-rianimatore all'ospedale di Cremona si era fatto avanti, contattando i Radicali della sua città. Venne in visita a Piergiorgio e si misero d'accordo per mercoledì 20 dicembre. Quel pomeriggio, il nostro ultimo insieme, abbiamo parlato poco. Gli chiesi se volesse sentire la sua musica o vedere foto o qualche video, non volle nulla. Mi chiese il suo funerale per consolare la sua mamma. Ma il funerale gli fu negato. Io ho molto redarguito Ruini, negare il funerale è stato davvero disumano. Anche Giovanni Paolo II aveva rifiutato le cure, dicendo «lasciatemi andare dal Padre». Nei quindici anni dalla sua morte molto è cambiato. È caduto il tabù morte, si scambiano opinioni.
I cittadini hanno imparato a usufruire della magistratura per rivendicare i propri diritti. L'associazione Coscioni è diventata un punto di riferimento anche in campo legale. Stiamo aiutando Mario. Ma ci sono tanti Mario. Non si parla mai delle tante persone in stato vegetativo. In Italia ogni anno all'incirca tremila. Chi non ha rilasciato le disposizioni anticipate di trattamento, rimane per anni in questo stato, grave peso di dolore per i familiari. Serve per loro, se la famiglia lo vuole il procedimento con un Amministratore di sostegno. L'associazione Luca Coscioni nel 2013 aveva depositato la proposta di legge di iniziativa popolare sul rifiuto dei trattamenti sanitari e la liceità dell'eutanasia. Era entrata in commissioni congiunte Giustizia e Affari sociali. Insieme ad altre proposte di legge parlamentari è stata fatta una legge che soddisfa i requisiti della sentenza 242 della Corte Costituzionale. La sentenza dice che una persona deve avere una patologia inguaribile, sofferenze fisiche o psicologiche insopportabili e deve essere capace di intendere e volere e a fare azioni autonome e avere dei sostegni vitali. Ma non tutte le persone malate hanno sostegni vitali e persone totalmente incapaci a muoversi per autosomministrarsi il farmaco letale non vengono prese in considerazione. Per loro ci vuole legge per l'eutanasia. Altro punto è l'obiezione di coscienza che non va decisa per legge, ma può essere praticata per un singolo caso alla volta. L'unica speranza è il referendum. Si spera che vada a votare il 50 % (più uno) degli aventi diritto al voto. Intanto io direi ai medici di studiare un regolamento e norme applicative. Ribadisco che le cure palliative possono aiutare moltissimo i malati e i loro familiari, ma ci vorrà una sensibilità profonda in più per capire quando dare ragione al malato che chiede di poter morire.
È appunto il momento dove la morte rimane l'ultima speranza.