Siria e Yemen L’anno delle guerre dimenticate e silenziate
30-12-2021 - Alberto Negri
Volerelaluna
Siria
e Yemen. Di Siria e Yemen ormai si tace. Raddoppio delle colonie nel
Golan, raid sugli Houthi: è il Patto d’Abramo tra Israele e Arabia
saudita benedetto da Trump e ora da Biden.
Se non fosse per il
Papa che ha ricordato le tragedie della Siria e dello Yemen qui
nessuno ne parlerebbe più. Eppure si tratta di “guerre parallele”.
Da una parte, nella penisola arabica, l’Arabia saudita si presenta
come leader di una coalizione militare che difende il “legittimo”
governo yemenita, un’accozzaglia di fantocci in mano a Riad che
vorrebbe eliminare gli Houthi alleati dell’Iran. Dall’altra c’è
lo stato ebraico che approfittando del conflitto siriano ha deciso di
raddoppiare gli insediamenti nel Golan occupato nel 1967.
Siria e
YemenIl tutto naturalmente con il silenzio complice dell’Unione
europea che blatera di politica estera e di difesa comuni – e
persino di una forza militare autonoma dalla Nato – quando non ha
neppure un pensiero autonomo che sappia definire quale posto riveste,
non si dice nel mondo, ma neppure alle porte di casa. I leader
europei oggi offrono uno spettacolo indecente: non hanno mai nulla da
dire di minimamente incisivo.
In particolare l’Italia,
acquattata nella cuccia dell’Alleanza Atlantica come un cane da
pagliaio il cui emblema sublime è un ministro degli Esteri
inesistente.
Ma sarebbe ingiusto prendersela con una persona. È
l’intero sistema dei partiti italiani che ormai non conta nulla,
altro che sovranisti: o forse ci siamo dimenticati del segretario del
Pd Enrico Letta che insieme a Salvini e a Tajani va sul palco del
ghetto ebraico di Roma a dimostrare a favore di Israele che bombarda
Gaza? È questa gente inutile che si prepara a eleggere il prossimo
inquilino del Quirinale, a dimostrazione che nulla avviene per caso.
Siamo già tutti d’accordo sul copione.
Essenziale ovviamente è
il beneplacito degli Stati Uniti. Non solo quelli di Trump – che
riconobbero l’annessione del Golan oltre che di Gerusalemme
capitale dello stato ebraico – ma anche di Biden che vede nel patto
di Abramo tra gli arabi e Israele la soluzione “ideale” ai guai
del Medio Oriente e del Mediterraneo. Si tratta di una politica
estera di rapina che intende legittimare quello che non viene
riconosciuto da nessuna risoluzione Onu e dal diritto
internazionale.
Non è vero che la Siria e lo Yemen sono guerre
dimenticate. In realtà si vorrebbe che “dimenticassimo” ogni
principio sulla legittima autodeterminazione dei popoli per assegnare
a Israele e all’Arabia saudita pezzi di mondo che non gli
appartengono in nome di una presunta stabilità internazionale.
Un’idea che forse gli Usa e i loro alleati accarezzano anche in
Libia, dove il caos istituzionale è il maggiore alleato per una
spartizione del Paese cominciata nel 2011 quando la Francia decise di
bombardare Gheddafi seguita da Stati Uniti e Gran Bretagna.
Non è
forse del tutto casuale che mentre in Libia si preparavano le
elezioni e il loro fallimento, il figlio del generale Khalifa Haftar
sia andato in Israele facendo balenare che sarebbe stato disposto, in
caso di vittoria elettorale, a far entrare la Libia, o quel che resta
dello stato libico, nel Patto di Abramo.
Quale è l’obiettivo?
Quello di fare uno spezzatino del Medio Oriente e degli stati che si
affacciano sul Mediterraneo lasciando che sia lo stato ebraico con i
suoi alleati a menare le danze. Non è una storia di oggi ma è
cominciata tempo fa quando gli Stati Uniti decisero di attaccare nel
2003 l’Iraq di Saddam Hussein. Una guerra nata da una menzogna,
ovvero che il regime baathista possedesse armi di distruzione di
massa. Ricordarlo non è secondario. Perché è su quella menzogna
che si è fondata la disgregazione del Medio Oriente, degli stati
della regione e di interi popoli.
Non si diceva, in fondo, che il
colonialismo anglo-francese aveva creato stati con confini
artificiali? Ed ecco la soluzione ai problemi di un secolo: basta
distruggerli questi stati in modo che tra qualche decennio di questi
Paesi non restino che dei moncherini, come gli stati balcanici dopo
la fine della Jugoslavia. Tutto deve essere archiviato in un mondo di
ex: l’ex Iraq, l’ex Siria, l’ex Libia. Quelli che non si devono
assolutamente toccare sono dittatori, monarchi assoluti e
anti-democratici che acquistano gli armamenti italiani e occidentali.
Altrimenti dove andiamo a finire? Anzi a costoro dobbiamo lasciare
spazio nelle guerre locali come lo Yemen per provare l’efficacia di
questi armamenti contro la popolazione locale e i civili.
Sotto
questo profilo l’Afghanistan quest’anno è stata una formidabile
lezione per tutti. Basta leggere sul New Yorker la ricostruzione di
come gli americani hanno liquidato mesi prima della sua caduta il
governo di Ghani, che fastidiosamente reclamava un ruolo nella
trattativa di Doha con i talebani. Non si disturba il manovratore. E
la lezione è stata brutale: l’Afghanistan senza l’aviazione e i
missili americani e della Nato era una semplice espressione
geografica. E al diavolo anche tutte le chiacchiere sulla democrazia
e i diritti umani o delle donne. Oggi l’Afghanistan dei talebani è
un territorio alla fame, cancellato dalla mappa.
In questo quadro
la Turchia e la Russia sono funzionali a una carta politica di popoli
senza stato e senza diritti dove prendersi pezzi di territori siriani
o libici. In Siria Ankara e Mosca manovrano per convincere i curdi a
sottomettersi a Damasco rinunciando alla loro autonomia. In cambio di
una Siria sotto sanzioni e senza una reale capacità di ripresa che
ha come unica speranza di accordarsi con quelle monarchie del Golfo
che insieme a Erdogan volevano distruggere il regime di Assad
puntando sull’esercito dei jihadisti.
Ora Assad deve restare in
piedi ma deve essere asservito anche lui al Patto di Abramo tra
Israele e le altre dittature arabe. Ecco perché nessuno dice più
una parola contro di lui ma arrivano i bombardamenti criminali
israeliani a Latakia. Per favore, non disturbate il manovratore.
Insediamenti illegali, bombardamenti su cui tutti tacciono. Di Medio
Oriente sentiremo non solo parlare nel 2022.