GIUSTIZIA SOCIALE, GIUSTIZIA AMBIENTALE E SPESA MILITARE
Federico Tulli
Stando alle altisonanti dichiarazioni istituzionali che nei mesi scorsi hanno accompagnato gli accordi sul clima, siamo nel pieno della transizione ecologica (e da quando Draghi è presidente del Consiglio, in Italia esiste anche un Ministero dedicato) ma non tutti forse sanno che quasi due terzi della spesa per le missioni militari italiane all'estero serve a proteggere gli impianti di ricerca, estrazione e stoccaggio delle fonti energetiche fossili (petrolio e gas in primis) gestiti da aziende nostrane. La contraddizione emerge da un recente rapporto in cui Greenpeace fa il quadro europeo, dal titolo "The Sirens of Oil and Gas in the Age of Climate Crisis: Europe´s Military Missions to protect Fossil Fuel lnterest". Del Rapporto si è parlato velocemente su alcuni media. Dopo di che il dibattito ha lasciato il campo allo sconcertante teatrino che la politica ha messo in mostra durante le votazioni del presidente della Repubblica. Per quanto riguarda l'Italia lo studio di Greenpeace stima che nel 2021 il nostro Paese ha destinato circa 797 milioni di euro per operazioni volte a tutelare la "sicurezza energetica", pari al 64% del budget per le missioni militari.
I risultati della ricerca hanno risentito dei diversi livelli di trasparenza sul tema. In termini di franchezza, si legge nello studio, «spicca il caso dell'Italia, addirittura impegnata in due missioni che hanno, come primo compito ufficiale, "la protezione degli asset estrattivi Eni"». Nelle audizioni parlamentari, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini non ha mancato di sottolineare l'importanza "energetica" delle principali missioni militari, che si tratti dell'Iraq, del Golfo di Guinea o del Mediterraneo orientale, «dove la possibilità di sfruttamento delle risorse energetiche è fortemente condizionata dal contenzioso marittimo in corso». Il ministro, proseguono gli analisti di Greenpeace, ha anche fatto notare come l'escalation di violenza nella provincia nord del Mozambico (Cabo Delgado) -dove Bruxelles ha da poco approvato una missione abbia causato «le interruzioni dell'attività estrattiva». Quel che è peggio, non ci sono segni di inversione nell'approccio europeo alla sicurezza energetica, implacabilmente intesa come accesso alle fonti fossili. Anzi, poiché la Nato sottolinea che «la competizione è destinata ad aumentare nel prossimo decennio», l'impegno militare potrebbe addirittura intensificarsi.
«Archiviando petrolio e gas e investendo sulle energie rinnovabili - sottolinea Greenpeace - avremmo un triplice effetto positivo: ridurremmo il rischio di scontri militari, proteggeremmo il clima e risparmieremmo risorse economiche, che potrebbero essere destinate a misure urgenti, come una transizione ecologica più giusta, e un miglioramento delle strutture del welfare europeo. E terremo fede alla promessa di un continente, l'Europa, che si propone come elemento di pace, stabilità e cooperazione internazionale». Alzi la mano chi non ritiene condivisibili queste considerazioni della ong ambientalista. Ci può essere giustizia ambientale senza giustizia sociale?
Io sono tra coloro che il 29 gennaio hanno accolto con sollievo la conferma di Sergio Mattarella al Colle. Come è noto, il presidente della Repubblica è, tra le altre cose, anche il capo delle Forze armate. Semmai dovessi averne la possibilità, gli chiederei se data la situazione non è il caso di sensibilizzare governo e Parlamento - e di riflesso l'Unione Europea – riguardo la necessità di dirottare buona parte della spesa militare (non solo quella impiegata per difendere fonti energetiche inquinanti: miliardi di euro) verso altri "asset strategici". Per esempio verso la salute pubblica e l'istruzione globale. Per costruire una pace stabile, per implementare la cooperazione internazionale, per ridurre le disuguaglianze e lo sfruttamento di esseri umani e risorse naturali (e per uscire definitivamente dalla pandemia) la soluzione è iniziare da qui. Non c'è alternativa. Sbaglio?
Adista 5/2022