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3.4 Aspetti attinenti alla "disciplina" e alla prassi della Chiesa
3.4.1 Il celibato dei preti
«L'obbligo del celibato per i preti è stato introdotto solo nel secondo millennio. Siccome il primo millennio cristiano, privo di celibato obbligatorio, non è stato di qualità inferiore rispetto al secondo, perché non lasciare al singolo prete la libertà di scegliere se rimanere celibe oppure sposarsi?». Sei d'accordo con questa considerazione?
Si dice totalmente d'accordo con la considerazione riportata il 69% degli interlocutori, a cui si può aggiungere il 15% di coloro che la condividono abbastanza; seguono, molto distanziati (5%), coloro che affermano di condividerla scarsamente, mentre il 4% non la condivide per niente; il 5% risponde non saprei e il 2% non risponde.
Il grafico rivela dunque che il pensiero maggioritario in relazione a questa tematica è rappresentato da coloro che si pronunciano a favore della libertà di poter scegliere, da parte dei preti, se sposarsi o permanere nella condizione di celibi. Dalle argomentazioni addotte sembra inoltre di poter desumere che l'idea del "sacerdote" inteso precipuamente come "uomo del sacro", mediatore privilegiato del rapporto con Dio, non risponde più, prioritariamente, alle aspettative concrete delle comunità; queste ultime, infatti, se certamente continuano a individuare il "prete" come guida spirituale e ministro del culto, tuttavia cercano in lui anche un interlocutore credibile che possa essere di riferimento e d'aiuto nei tanti momenti di crisi e di scelte morali. Proprio per poter interpretare meglio questo suo ruolo, ritengono auspicabile che la sua condizione esistenziale possa essere meno "separata", più personalmente coinvolta nelle problematiche concrete che la quotidianità sollecita. In tale prospettiva non si vede come improprio, anzi si auspica che il prete possa scegliere liberamente il suo stato di vita. Si cerca infatti nel "presbitero" una figura fraterna, umanamente realizzata in tutte le sue dimensioni e dunque più centrata ed equilibrata: sono queste le condizioni migliori - si pensa - per poter davvero condividere e comprendere i problemi reali dei singoli, delle famiglie, delle coppie, dell'educazione dei figli. Si osserva infatti come spesso si tragga un'impressione di vacuità, di "incompetenza umana" nelle parole e nelle indicazioni morali di preti o religiosi interpellati su questioni attinenti alle problematiche concrete della vita.
Si considera inoltre il celibato (da parte di molti interlocutori) come un inutile e sterile sacrificio e come condizione di vita innaturale, qualora non venga esplicitamente scelta. Dunque si lamenta il fatto che per accedere al presbiterato si debba ancora, obbligatoriamente, rinunciare ad avere una sana vita sessuale e familiare. A questo proposito si rimprovera alla Chiesa di non comprendere l'evoluzione dei tempi e delle sensibilità, nel cui quadro il celibato non viene più considerato un valore in sé, né lo stato celibatario come più santo e pregevole rispetto ad altre condizioni di vita. Nel voler perpetuare tale norma disciplinare si rivelerebbe ancora una volta l'atteggiamento di fondo della Chiesa verso la sessualità, sempre temuta e demonizzata perché non compresa nei suoi aspetti di libera e sana espressione della persona. Qualcuno ritiene anche che la libertà di sposarsi potrebbe forse limitare i tanti danni che, al contrario, una sessualità repressa può talvolta causare, come, per esempio, i troppi casi di abusi su minori perpetrati in ambito ecclesiale e che la cronaca tristemente continua a riproporci.
Una piccola minoranza, tuttavia, esprime un parere contrario, coltivando l'idea del consacrato come di persona "tutta dedita a Dio", alla preghiera e alla cura spirituale: condizione che in alcun modo - si sostiene - potrebbe conciliarsi con una vita familiare, e in particolare con una relazione di coppia, considerata da qualcuno addirittura impura e comunque decisamente inadeguata alla figura presbiterale. Si sottolinea anche che la totale dedizione al "Popolo di Dio" è compito così impegnativo da precludere la possibilità di disperdersi nelle tante ulteriori preoccupazioni necessariamente connesse con la cura e la responsabilità richieste a chi vive dentro un contesto familiare.
(continua 22, il 24 maggio)