martedì 24 maggio 2022

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3.4.2 Il sacerdozio femminile


«Finché nella Chiesa ci sarà un sacerdozio e avrà un'importanza centrale per l'esercizio di ogni funzione di governo e di magistero nella comunità, ritengo che escludere le donne sia assurdo più ancora che ingiusto». Sei d'accordo con questa considerazione?



 

La considerazione riportata ha riscosso un consenso altissimo, essendosi dichiarati totalmente d'accordo ben il 75% degli interpellati; un ulteriore 12% si dice abbastanza d'accordo; mentre soltanto il 4% dice di non condividere per niente il pensiero riportato, a cui si può aggiungere il 3% che lo condivide scarsamente; il 4% risponde non saprei e il 2% non risponde

Dall'analisi delle schede emerge innanzitutto un'interessante osservazione che si ritrova diffusamente espressa in moltissime delle risposte che ci sono pervenute. Un po' sorprendentemente viene messo esplicitamente in luce un aspetto che nella precedente domanda, sempre relativa al presbiterato, risultava appena accennato e comunque espresso in modo più implicito e sfumato. Molti interlocutori infatti, nel rispondere a questa seconda domanda riguardante il tema del sacerdozio femminile, pur dichiarandosi decisamente d'accordo con tale prospettiva, osservano come il problema vada affrontato in modo più organico e radicale. Osservano cioè che, a loro parere, sarebbe giunto il momento di ripensare più radicalmente l'istituzione stessa del sacerdozio ordinato. Da più parti si rileva come le prime Comunità cristiane non conoscessero questa istituzione: non esisteva cioè la figura del sacerdote avulsa dal laicato, destinataria di una particolare vocazione dall'alto ed esclusiva amministratrice del culto e delle cose sante. Esistevano piuttosto presbiteri (cioè anziani, guide autorevoli) ed episcopi (sorveglianti), laici anche sposati eletti per guidare le varie Comunità Cristiane. Se si tornasse alle origini, si osserva, oggi anche una donna potrebbe essere scelta per assolvere tali funzioni. Ma il problema è appunto la particolare connotazione che il presbiterato ha assunto nel tempo, con l'attribuzione di sacralità che gli è stata conferita in virtù del Sacramento dell'Ordine, e con il conseguente netto divaricarsi delle sue funzioni rispetto a quelle dei fedeli laici. Divaricazione che si è espressa e continua ad esprimersi precipuamente in termini di "potere", sempre più concentrato in via esclusiva nelle mani del clero, con la conseguente estromissione del laicato, soprattutto femminile, dall'ambito della decisionalità.

Stando così le cose, diversi interlocutori si domandano se possa essere desiderabile, per le donne, entrare appunto in una logica di potere che sarebbe auspicabile fosse al più presto superata.

E tuttavia si rileva che, rimanendo le cose allo stato attuale, sarebbe giusto che le donne potessero accedere al presbiterato, anche in considerazione del fatto che esse, molto più degli uomini, danno un apporto decisivo e quotidiano alla vita della Chiesa, sempre però (o troppo spesso) in posizione ancillare rispetto alla parte maschile, sia essa espressa dal clero o dal laicato. Molti si meravigliano, anche in relazione alla tematica che stiamo affrontando, di quanto la Chiesa sia sempre in ritardo rispetto all'evoluzione della società, ormai da tempo teatro dell'affermazione civile, sociale e professionale della donna, nell'ambito di una parità con la parte maschile che, seppure ancora tra qualche limite, è ormai principio acquisito e riconosciuto. La Chiesa si rivelerebbe ancora una volta un'istituzione patriarcale e maschilista. Il suo dogmatismo inoltre contribuirebbe potentemente - si osserva - a bloccarla non di rado su posizioni cristallizzate da precedenti pronunciamenti che si avrebbe successivamente difficoltà a smentire o relativizzare. Nel caso specifico si fa evidentemente riferimento a Giovanni Paolo II che sulla questione si pronunciò a suo tempo in modo "definitivo", rendendo di fatto impraticabile ai suoi successori un possibile, seppur difficile, percorso evolutivo verso una riconsiderazione del tema del sacerdozio femminile.

Venendo ai pochissimi che dicono di non condividere la considerazione proposta, una delle argomentazioni addotte è relativa al fatto, da loro asserito, che Gesù avrebbe scelto solo "discepoli" e non "discepole" (forse in realtà ci si riferisce agli apostoli?), e dunque noi dovremmo semplicemente fare lo stesso, al di là di ogni contestualizzazione storica o culturale. Altri sviluppano questo pensiero ammettendo che Gesù abbia avuto anche discepole donne, ma osservando che gli incarichi attribuiti a queste ultime erano sensibilmente diversi da quelli, più impegnativi e rilevanti, affidati agli uomini. Alcuni concedono che, nella Chiesa attuale, alle donne possa essere affidato anche qualche incarico di responsabilità, ma escludendo rigorosamente che si possa conferire loro il Sacramento dell'Ordine. Altri, pur affermando la parità, anche dentro il contesto ecclesiale, fra uomini e donne, dicono che essa si esplica attraverso carismi naturalmente differenziati. Superfluo dire che il carisma femminile risiederebbe e si esprimerebbe, a loro parere, soltanto nella propensione delle donne ai compiti di cura e di custodia conseguenti alla maternità.

 

(continua 23, il 26 maggio)