giovedì 26 maggio 2022

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3.4.3 Il dialogo all'interno della Chiesa


«Ritengo che, all'interno della Chiesa, non esista un vero dialogo che coinvolga tutte le sue componenti. Il Magistero, infatti, viene definito come il corpo dei Pastori che insegna con autorità (cfr. CCC nn. 85 e 888). Là dove c 'è una parte della comunità (i Pastori) che parla e decide e il resto della comunità deve semplicemente ascoltare con docilità e obbedire (cfr. CCC n. 87), non è infatti dato alcun vero spazio al dialogo». Sei d'accordo con questa considerazione?

 


Il 53% si dice totalmente d'accordo con la considerazione proposta; il 25% si dichiara abbastanza d'accordo con tale affermazione; il 7% la condivide scarsamente e il 4% non la condivide per niente, l'8% risponde non saprei e il 3% non risponde.

Per comodità di esposizione cominciamo con il riportare il punto di vista di chi si dice soddisfatto del livello di dialogo che la Chiesa sta realizzando. La percentuale di coloro che si esprimono in tal senso è infatti relativamente bassa e le argomentazioni riportate sono meno articolate e dunque più rapidamente riassumibili. Questa fascia di risposte rivela una sostanziale fiducia accordata all'ambiente ecclesiale in ordine al tema che stiamo trattando. Nello specifico si evidenzia un particolare impegno da parte di chi governa attualmente la Chiesa a incrementare situazioni di ascolto e di confronto. Il Sinodo stesso - si osserva - è un indice di tale tendenza. Nell'ambito di questo approccio fiducioso alla tematica del dialogo rientrano anche coloro per i quali la possibilità o meno di instaurare relazioni di confronto costruttivo nelle comunità cristiane sarebbe relativa ai comportamenti dei singoli, sia preti che laici. Vi sarebbero ambienti più "vivaci", disposti ad accogliere serenamente anche i pareri discordanti, ed altri dove invece risulterebbe difficile o addirittura censurata ogni espressione di dissenso. Diversi interlocutori riferiscono però di loro personali esperienze comunitarie improntate ad un franco e sereno dialogo, circostanza che li rende ottimisti circa la possibilità, nel tempo, di un'evoluzione positiva e generalizzata di tale potenziale attitudine al confronto. Si ha l'impressione tuttavia che l'accento sia posto, quanto ai contenuti del dialogo, su questioni piuttosto pragmatiche, relative a temi concreti riguardanti la vita quotidiana.

Veniamo ora a coloro (la grande maggioranza) che ritengono decisamente insoddisfacente la qualità del dialogo fra le varie componenti di Chiesa. Qui l'analisi si fa più articolata, prendendo in considerazione non tanto i comportamenti individuali quanto piuttosto le condizioni strutturali che incidono sulla possibilità di un dialogo reale, esteso eventualmente anche ad argomenti dottrinali o attinenti alle indicazioni morali dettate dalla Chiesa. Si osserva da parte di molti che, se l'istituzione non acconsentirà a darsi una struttura meno accentuatamente gerarchica, sarà sempre illusorio pensare ad una seria possibilità di dialogo. Là dove vige il principio di autorità, infatti, il dialogo non può essere altro che rituale e di facciata. Da più parti si auspica una Chiesa più "democratica", articolata nei suoi vari "ministeri", ma intendendo questi ultimi secondo il loro significato originario di "servizi": meglio se a tempo determinato (qualcuno osserva) e più esposti al riconoscimento e alla valutazione da parte del "Popolo di Dio". Si ha piena consapevolezza che questa sarebbe una vera e propria "rivoluzione copernicana" che la Chiesa verosimilmente non intraprenderà mai; e tuttavia si ritiene che sarebbe questa la strada obbligata da percorrere per tornare a configurarsi come "societas" improntata ai valori evangelici, lontana da quelle logiche di potere che - si ritiene - sono la base e la causa del suo dogmatismo e autoritarismo. Qualcuno, ricorrendo alla nota metafora del gregge, osserva che, se è giusto che il gregge segua una guida (il pastore), sarebbe altrettanto auspicabile che il pastore seguisse il gregge, si fidasse cioè anche del suo intuito naturale: quello che lo abilita a saper trovare i sentieri più sicuri, i corsi d'acqua dove abbeverarsi, i pascoli più abbondanti... Si lamenta da più parti, invece, la tendenza da parte della Chiesa a tenere il gregge in un perenne stato adolescenziale, impedendogli, per quanto le è possibile, lo sviluppo di un pensiero critico adulto e autonomo: ancora una volta, si ritiene, allo scopo di mantenere inalterato e indiscusso il potere del clero sulle coscienze. Si auspica tuttavia che anche il laicato prenda coscienza del fatto che gli è richiesto un maggiore impegno, anche di studio e di approfondimento, per poter interagire con l'Autorità come interlocutore credibile e collaboratore consapevole.

 

(continua 24, il 28 maggio)