Dio: di Uno ne abbiamo fatti tre!
(Giovanni 14, 23-29)
Gli rispose Gesù: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me.
Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate.
Uscire
dalla trappola dogmatica
"Ciò che nessun predicatore può fare legittimamente è leggere il Vangelo di Giovanni con gli occhiali del dogma" (Gerard Sloyan, Giovanni, Claudiana, pag.227). Lo ammette persino un biblista tradizionale come quello che ho citato.
L'operazione che subdolamente viene compiuta è quella di leggere Padre, Gesù e Spirito Santo mettendoli in connessione dogmatica e così viene fuori il dogma della Trinità, come se si trattasse di tre divinità alla pari.
Ci sono voluti secoli, in una cultura ed in una lingua mille miglia lontana da quella di Gesù, per "costruire" il dogma della Trinità, così come lo leggiamo nei nostri attuali catechismi. Il fatto avvenne nel Concilio di Costantinopoli nel 381 dopo una serie di battaglie, di dispute, di emarginazioni, di giochi di parole e di fraintendimenti tra padri conciliari latini che poco intendevano del linguaggio greco e viceversa. Nella sostanza il rischio è che, sotto una professione monoteistica, si sia giunti, come scrive lo studioso Mauro Pesce, "ad un monoteismo apparente".
Oggi gran parte dei biblisti, riandando alle fonti bibliche in modo rigoroso, ci documenta il valore della simbolica trinitaria senza cadere nel triteismo. Penso a centinaia di studiosi e studiose di cui ho fornito ampia documentazione nel mio libro "Olio per la lampada" e "Il vento di Dio"
In realtà la trinità, intesa come simbolo, può essere una immagine efficace: il Padre, l'unico Dio, si è manifestato a noi in Gesù, il profeta di Nazareth. Dopo la sua morte e risurrezione, Dio non si è affatto ritirato da noi, ma ci sostiene e ci accompagna con "un soffio di vita" come "consolatore e sostegno". Per noi cristiani il Dio che ci ha parlato attraverso l'uomo Gesù continua a spingerci verso il bene, a "soffiare" come vento di amore e di giustizia nelle vie del mondo e nei nostri cuori.
È sempre lo stesso e unico Dio che si manifesta a noi in maniera diversa. Non si tratta di "tre persone", ma di modalità diverse di manifestarci il Suo amore, la Sua presenza, la Sua azione. "Il Padre è più grande di me": Gesù voleva solo e sempre indirizzare a Dio, per lui il Dio di Israele era il suo Dio. Ribadisco questo dato di fede in un orizzonte ecumenico tutto può avere un unico fondamento: riconoscerci credenti in un solo Dio, non in due o tre persone divine uguali e distinte. Questa è la morte dell'ecumenismo, una partenza falsa.
"La
parola che udite non è mia"
Gesù, in tutta la sua vita ha cercato la volontà di Dio. Nella sua esistenza quotidiana non si è prefisso altro che vivere e annunciare il messaggio del regno di Dio per i più deboli del mondo e del suo popolo.
"Il Padre è più grande di me": per Gesù questa era la certezza su cui fondava la sua vita e le sue azioni. Quando entrò in polemica con alcuni legalismi che opprimevano la gente dei villaggi della Galilea, lo fece perché fosse riscoperto il messaggio originario e liberante della Torah, della Legge, come espressione della volontà di Dio.
Nei secoli, dimenticando questo atteggiamento radicale di Gesù, le chiese cristiane hanno costruito montagne di dogmi, di regole, di proibizioni, di devozioni … tanto da oscurare il messaggio biblico centrale dell'amore di Dio e del prossimo.
È nata una tale costruzione, un tale castello dogmatico, sacramentale e precettistico, che il credente spesso non riesce a vedere dove stia il nucleo della fede cristiana. La chiesa istituzionale ha bisogno di uno scossone, di un poderoso "dimagramento" a tutti i livelli per riscoprire Dio, quel Dio che Gesù definisce più grande di lui.
Non si tratta solo di eliminare gli affari vaticani legati allo IOR e alle industrie delle armi, ma di cercare e ritrovare il cuore della nostra fede, lasciando cadere orpelli, superstizioni, pregiudizi.
Infatti, se non si sgombera il campo da queste suppellettili devozionali e idolatriche, non si fa posto al Vangelo e alle opere del regno di Dio, l'amore e la giustizia. I timidi tentativi di papa Francesco di liberare la chiesa da un tutto un ciarpame inutile già trova opposizione in varie parti del popolo di Dio, a partire da un gruppo di cardinali e vescovi reazionari.
"Lo spirito che il Padre manderà ..."
Ecco la svolta: le nostre esperienze comunitarie, anzi le nostre chiese e le nostre vite personali, non debbono aver paura di liberarsi di tante "cianfrusaglie sacre", proprio perché Dio ci garantisce la Sua compagnia, il Suo vento dolce e sospingente, verso una fede più matura e consapevole.
Si noti: non si tratta affatto di buttare nella pattumiera secoli di ricerche e di esperienza ecclesiali. Si tratta, anzi, di cogliere la sostanziale continuità nella necessaria dinamica storica che esige creatività e superamento anche nei linguaggi e nei modi in cui esprimiamo la nostra fede.
Non si fa un buon servizio al passato se lo si custodisce come una mummia o lo si adora come un idolo.
Noi crediamo in un Dio vivo, che abita e continua la Sua opera creatrice e liberatrice oggi, nei giorni in cui viviamo.
Questo è il significato dello "Spirito che viene da Dio".
L'ammonizione che il Vangelo di Giovanni mette sulla bocca di Gesù: "Il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi", conserva tutta la sua forza esortativa.
Una chiesa più povera, più accogliente, meno moralistica, meno preoccupata di custodire, possedere e difendere la "verità", potrà seminare con fiducia il granello di senape del messaggio evangelico.
Ma la chiesa come popolo di Dio è "cosa nostra", riguarda ciascuno/a di noi. È troppo comodo lasciare ad altri, ai soliti addetti ai lavori, un'opera di conversione che compete a ciascuno/a di noi.
Dunque, "per rivestirci di Cristo", cioè per camminare sulle tracce di Gesù, dobbiamo liberarci, spogliarci del superfluo tanto sul piano economico quanto sul piano culturale e teologico.
Il soffio vitale ed invitante di Dio non ci lascerà soli in questo viaggio.
Grande speranza - nessun disfattismo
La fede può ritrovare senso e vigore se, anziché proseguire le
lagnanze contro i ritardi del rinnovamento evangelico, compiamo
un passo in avanti. Si tratta di non lasciare la chiesa in
mano al clero, ma di sentirla come casa in cui ognuno e
ognuna è protagonista. Attenti: da parrocchiani a
protagonisti c'è un percorso da compiere, un itinerario
spesso da inventare.
Il punto sta qui: molti cristiani si pensano come semplici
esecutori, come obbedienti ascoltatori.
Occorre imparare a manifestare apertamente un pensiero
diverso, dire senza mezzi termini al proprio parroco il
dissenso su alcuni punti della teologia e della pastorale.
Il cristiano adulto non è uno scolaretto che beve e
trangugia tutto ciò che viene somministrato dall'altare.
Mezza
la predicazione è fatta di luoghi comuni e
di moralismi senza senso.
La vocazione del cristiano non consiste nel consenso, ma nel
confronto e spesso in una coraggiosa e documentata prassi
di disobbedienza.
Considera questo appello rivolto proprio a te e, se sei un
ministro, un parroco, smettila di propagandare dogmi e
di incoronare madonne: ritorna all'essenziale del messaggio
biblico.
O
Dio,
Fa' che nessuno di noi sia nella chiesa e nel mondo come
uno spettatore che si avvolge nel manto dell'indifferenza
per non lasciarsi coinvolgere