AREALE-LA NEWSLETTER SULL’AMBIENTE
Gli obiettivi della Cop 26 sulle foreste stanno già andando in fumo
FERDINANDO COTUGNO
MILANO
Uno degli impegni di più alto profilo della Cop26 di Glasgow era stato la promessa solenne di azzerare la deforestazione entro il 2030. Non era la prima volta che un accordo del genere veniva raggiunto, ma era di gran lunga il più ampio e il meglio finanziato.
A oggi rappresenta la nostra migliore opportunità per fermare il saccheggio delle foreste tropicali, ma ci sono solo otto anni per metterlo in pratica e per arrivarci il calo deve iniziare subito.
La realtà però continua a essere diversa da quella raccontata
con l'ottimismo della volontà dei vertici internazionali.
Ogni anno il World Resources Institute pubblica un rapporto sullo stato delle foreste globali, è considerato la fonte più attendibile sulla deforestazione.
Nella nuova fotografia appena pubblicata vediamo che nel 2021 il mondo ha perso altri 111 milioni di ettari di foreste tropicali, al ritmo incredibile di dieci campi da calcio ogni minuto. Secondo Global Watch, il 96 per cento della deforestazione globale avviene ai tropici. L'aspetto più preoccupante è che un terzo di queste foreste distrutte erano primarie, le più preziose sia per lo stoccaggio di carbonio dall’atmosfera che per la protezione della biodiversità.
Il podio dei peggiori
Il
podio della deforestazione, per superficie assoluta, è lo stesso del
2020:al terzo posto la Bolivia, al secondo la Repubblica Democratica
del Congo e al primo, con un distacco spaventoso, il
Brasile, che
lo scorso anno ha cancellato, da solo, oltre un milione e mezzo di
ettari di foresta.
Dal punto di vista della perdita percentuale in rapporto al territorio, i paesi che hanno deforestato di più sono la Bolivia (0,7 per cento del suo territorio), il Laos (1 per cento) e la Cambogia (15 per cento).
Ci sono anche delle buone notizie: per il quinto anno consecutivo l’Indonesia - un tempo grande deforestatore globale - ha ridotto drasticamente la sua perdita di alberi, che nel 2021 è stata del 21 per cento inferiore rispetto al 2020.
È un trend promettente, che è in linea con l'accordo sulle foreste e che rispecchia sia l'Ndc (impegno nella cornice Cop) preso dal paese sia la regolamentazione molto più rigida sulla sostenibilità dell'olio di palma. La distruzione forestale causata dalle coltivazioni per olio di palma è ai livelli più bassi degli ultimi vent'anni. Questo risultato però rischia di essere messo in discussione con la guerra in Ucraina e la crisi dell'olio di girasole, che ha determinato una corsa globale a olii alternativi.
Anche a nord si soffre Tra gli altri paesi che stanno andando nella direzione giusta ci sono la Malesia e il Gabon. Lo stato nel bacino del fiume Congo è da anni impegnato in una partnership innovativa con la Norvegia, che paga il Gabon in cambio di una protezione attiva e di una gestione sostenibile delle sue foreste.
È stato infine un anno duro anche per le foreste boreali: l'aumento di perdita di copertura arborea tra il 2020 e il 2021 è stato del 29 per cento, e in questo caso è stata la crisi climatica più che la mano umana a determinarlo.
In particolare, il 2020 è stato l'anno nero degli incendi boreali, con epicentro negli Stati Uniti occidentali e soprattutto in Siberia.
La Russia ha sperimentato la sua peggiore stagione degli incendi forestali da quando vengono fatte queste rilevazioni, nel 2021 sono stati divorati dalle fiamme 6,5 milioni di ettari.
Gli incendi, ricorda il World Resources Institute, fanno parte della storia degli ecosistemi naturali, ma i cambiamenti climatici li stanno rendendo più aggressivi, estesi, difficili da contrastare, quasi cronici.
Il paradosso è che mentre Putin sta aggredendo l'Ucraina a ovest, alle sue spalle, anno dopo anno, gli sta bruciando la Siberia a est.
Domani, 1 maggio