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Va ancora segnalato FRANZ.J. SCHIERSE, Cristologia, Queriniana, Brescia 1984.
I pregi di queste pagine ci sembrano superare di gran lunga i limiti. Il lettore troverà particolarmente interessante l'introduzione che mette in luce, con singolare efficacia, tutto il fervore in atto sul fronte della ricerca cristologica. Persino le precisazioni concettuali e terminologiche, solitamente tralasciate e così poco note, possono risultare utilissime. Per chi è attento all'intensa riflessione che, ininterrottamente, avviene da circa 50 anni su questo terreno, anche l’appendice (curata da un competente come Rosino Gibellini) serve a delineare (in verità in modo troppo conciso) le diverse piste della cristologia, anzi le diverse cristologie. Si pensi, pur limitandoci ai nomi più conosciuti, all'enorme differenza che esiste tra la cristologia «classica» di Walter Kasper e le cristologie di frontiera (a nostro avviso molto più convincenti) elaborate da Schillebeeckx e da Kung e da molti altri! Avevano ragione Karl Rahner e amici quando nel lontano 1951, nel millecinquecentesimo anniversario del concilio di Calcedonia, dicevano che le formulazioni dogmatiche di tale concilio dovevano costituire non la «fine» ma l'inizio della riflessione cristologica per noi oggi.
Vanno sottolineate come particolarmente stimolanti, anche se l'Autore non si schiera certamente con l'esegesi radicale e la cristologia di frontiera (di cui tuttavia assume molti elementi), le pagine più chiaramente bibliche ed esegetiche. Il lettore attento vi trova delle affermazioni liberanti (è il caso delle apparizioni) ed una impostazione seria ed originale.
Tutto sommato, dunque, si tratta di un ottimo strumento di lavoro che, ponendosi come un ponte tra la cristologia classica e le cristologie di frontiera, ha il grandissimo pregio di tenere aperto il problema dell'interpretazione biblica e della rilettura di Calcedonia. Sì, forse occorre riandare a Calcedonia, senza ripetere le sue formulazioni mummificate. Ci sembra che si tratti di un nodo ineludibile. Non tocca forse a noi, per riscoprire oggi la «fede» di Calcedonia, trovare un linguaggio che faccia i conti con un altro universo culturale?
L'Autore, analizzato il grande travaglio e contributo del concilio di Calcedonia, ne rileva anche i limiti:
«Tuttavia questa intenzione intrinseca al dogma non ha impedito che anche Calcedonia - come ogni altro concilio - mostrasse unilateralità e prospettive ridotte, condizionate dal tempo:
- La confessione di Cristo non si trova - com'è il caso, ad esempio, in Ireneo - nel contesto di un'ampia visione d'insieme della soteriologia; si tratta piuttosto di una descrizione statica della costituzione dell’uomo-Dio. Al carattere salvifico si fa solo un cenno in una citazione del Simbolo niceno.
- Il discorso sulle ‘due nature' suona non solo astratto, ma nutre anche un malinteso, quasi che fosse possibile comprendere la realtà divina e quella umana con uno stesso concetto e quasi che fosse possibile definire la natura divina in base ad alcune proprietà formali (immutabilità, impassibilità, onnipotenza). Manca anche lo sguardo sulla figura concreta e storica di Gesù di Nazareth.
- La distinzione tra ‘umanità’ e ‘divinità’ suscita l’impressione che sia possibile stabilire con precisione che cosa c'è in Gesù Cristo di divino e che cosa c'è di umano. E a prescindere da questa problematica, c’è un elemento essenziale della cristologia epifanica biblica che viene dimenticato: il fatto che Dio si è rivelato dentro a una vita umana comune, nell'azione, nella sofferenza e nella morte dell'uomo Gesù.
In effetti Calcedonia non è una ‘fine’, ma un ‘inizio’ (Karl Rahner); è un punto d'avvio, che riconduce alle origini della testimonianza su Gesù per suscitare ulteriori riflessioni» (pag. 130).
Quanto dobbiamo ringraziare Dio per questo fecondo ed incessante fiume di ricerca che si manifesta anche nel continuo rivisitare le formulazioni dogmatiche!
Molto successo e diffusione riscuotono oggi, specialmente a livelli ufficiali, le elaborazioni e le divulgazioni del teologo italiano Bruno Forte. Sul terreno della riflessione cristologica e trinitaria, oltre a Cristologie del Novecento (Queriniana, Brescia 1983), abbiamo letto: Gesù di Nazareth storia di Dio, Dio della storia, Edizioni Paoline, Alba 1981 e Trinità come storia, Edizioni Paoline, Alba 1965. Si tratta, a nostro avviso, di opere sempre interessanti, molto audaci e originali a livello verbale, letterariamente brillanti e, nello stesso tempo, completamente tradizionali e interne all'orizzonte teologico cattolico ufficiale quanto al contenuto. Il rinnovamento e il linguaggio conciliare trovano qui una sistematizzazione onesta ed intelligente che si coniuga con un sincero afflato spirituale. Questa teologia, specialmente sul terreno delle implicanze ecclesiologiche, dato il massiccio appoggio di gran parte della gerarchia cattolica, è destinata ad assumere una rilevanza grandissima nella chiesa italiana ed una risonanza crescente nel contesto delle teologie europee. Ma la preoccupazione del teologo sistematico non rischia in queste opere di produrre un compromesso tra vecchio e nuovo che stempera la vera novità dell'evangelo? Noi ci siamo serviti di alcune significative elaborazioni, ma non ci sentiamo di condividere la impostazione di fondo di tale produzione teologica. Ci sembra, in ogni caso, molto fecondo e ricco di promesse promuovere un fraterno dialogo tra teologie diverse per una «chiesa al plurale» in cui nessuno pretenda di possedere il monopolio della verità e ognuno alimenti nel proprio cuore il desiderio di ascoltare l'altro e valorizzare il «frammento» di verità di cui l'altro è portatore.
Può darsi che il lettore, condotto a prendere visione di tanti sentieri di ricerca biblica e teologica, si sia un po' smarrito nel piccolo labirinto di queste pagine aperte a molti significati e a molte interpretazioni.
Non abbiamo la pretesa di fornire, al termine di queste pagine, un punto di osservazione che unifichi il tutto o un obiettivo che sia assolutamente prioritario nell'annuncio di fede ai bimbi.
Probabilmente ogni tentativo di una sintesi, per quanto riguarda il messaggio che i racconti di miracolo ci trasmettono, è destinato a fallire.
Ci sembra però di poter dire che una delle finalità essenziali che tali pagine bibliche si prefiggono consiste nell'educarci e nel risvegliarci alla ‘meraviglia’ per le opere di Dio.
Che cos'è questo ‘stupore’ che il credente esperimenta ogni giorno, se il suo ‘occhio-cuore’ sa vedere, gustare e penetrare attraverso la trasparenza delle cose, nel suo vivere quotidiano? Che cos'è questa ‘meraviglia’ che ci esplode dentro come diretta percezione dei ‘miracoli che sono quotidianamente con noi’?
La fede ebraica fa della ’meraviglia-stupore’ un modo di pensare e un modo di essere e di comunicare. Il rapporto con Dio, che si invera nei rapporti con gli uomini e con tutto il creato, è sostanziato di stupore adorante e di meraviglia che diventa lode e narrazione. Il miracolo per il quale ci si ‘meraviglia’ sovente non ha nulla di straordinario come realtà fattuale percepibile. Ogni giorno, per quanto banale sia la sua quotidianità, «con suo grande stupore, l'uomo biblico si trova di fronte a “cose grandi e imperscrutabili, meraviglie senza numero" (Giob. 5,9). Le incontra nello spazio e nel tempo, nella natura e nella storia...; non soltanto nei fenomeni naturali e insoliti, ma anche in quelli comuni. Né suscitano il suo stupore soltanto le cose fuori di lui...» (Abraham J. Heschel). La meraviglia fa in modo che tutte le opere di Dio diventino, per l'ebreo credente, delle meraviglie, cioè dei ‘miracoli’.
ABRAHAM HESCHEL (Dio alla ricerca dell’uomo, Borla, Roma 1983) documenta come tutta l'esistenza del credente è un miracolo: dal sole che giunge ogni mattino alla oscurità della notte, dal pane che si trova sulla mensa ai gesti più ricorrenti dell’esistenza quotidiana: «Quello di guadagnarsi il pane è un miracolo ancora più grande della divisione del Mar Rosso» (rabbi Joshua ben Levi).
«La nostra facoltà di percepire il miracolo deve essere tenuta costantemente viva. Poiché è necessario che noi sentiamo questa meraviglia quotidianamente, anche il culto deve essere quotidiano. La percezione dei “miracoli che sono quotidianamente con noi", la sensazione delle “continue meraviglie" è la sorgente prima della preghiera» (pag. 68).
Una delle mete verso le quali tende il vivere ebraico consiste nel «sentire gli atti più banali come avventure spirituali e nel percepire l'amore e la saggezza che si celano in tutte le cose» (ivi, pag. 69). Siccome la routine può soffocare lo stupore e l’abitudine può smorzare il ‘senso di sorpresa’, l'ebreo tenta tutte le strade per esercitarsi a conservare il senso di meraviglia.
«La percezione della gloria (del Signore) è un avvenimento raro nelle nostre vite. Noi non riusciamo a meravigliarci, non riusciamo ad essere sensibili alla presenza (di Dio, n.d.r.). Questa è la tragedia di ogni uomo, “di offuscare ogni prodigio con l'indifferenza". La vita spesso è routine, e la routine è rifiuto della meraviglia. “Il mondo è pieno di splendore spirituale, pieno di segreti sublimi e meravigliosi. Ma una piccola mano tenuta davanti agli occhi nasconde tutto", disse il Baal Shem. “Come una monetina tenuta sopra la faccia può impedire la visione di una montagna, così le vanità dell'esistenza possono impedire la visione della luce infinita". I prodigi sono quotidianamente con noi, eppure “chi esperimenta il miracolo non se ne accorge”. La comprensione del miracolo non è questione di percezione fisica. “Di che utilità è un occhio aperto, se il cuore è cieco?"» (ivi, pagg. 103-104).
Se i racconti di miracolo non accendono in noi questa fiammata di meraviglia e se non ci educano allo stupore, mancano ad uno degli obiettivi essenziali. Un utilizzo del metodo storico critico che ‘razionalizzasse’ tutto, senza mettersi al servizio della ‘meraviglia’, non aiuterebbe a vedere, nel nostro oggi, le meraviglie che Dio continua ad operare. Queste pagine sono in aperta polemica con chiunque voglia soffocare la meraviglia, lo stupore, la contemplazione. I racconti di miracoli, in tutte le risonanze alle quali abbiamo appena accennato, sono come finestre aperte su tutte le meraviglie, cioè i prodigi, che Dio continua a seminare nella storia. Leggiamo la Parola di Dio e preghiamo per alimentare questo ‘stupore’ che costituisce una dimensione fondamentale della vita di Gesù e dei suoi discepoli di tutti i tempi.
CLAUS WESTERMANN (Teologia dell'Antico Testamento, Paideia, Brescia 1983, pagg. 75-78) sottolinea a più riprese che «il miracolo è un avvenimento che ha luogo tra Dio e l'uomo, che ha la sua realtà soltanto in questo confronto» (pag. 77) ed incontro. Il racconto di miracolo ci spinge a scavare nel presente per scoprire i miracoli nascosti, sollecita la nostra attenzione perché non ci capiti di passeggiare tra i miracoli senza vederli e ci fa ritrovare il candido stupore dell'uomo di fede che loda Dio per le ‘meraviglie’ che Egli opera oggi. Tutto il nostro impegno di interpretazione e di annuncio non può prescindere da questo obiettivo. Colui che anima o coordina un gruppo di catechesi sa che per parlare delle ‘opere’ di Dio è necessario parlare a Dio. La preghiera che loda e adora il «Dio dei miracoli» è fondamentale per poter narrare le meraviglie del suo amore. È fondamentale adorare il Dio dei miracoli per poter vedere i miracoli di Dio.
(continua)
