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Dovendo affrontare con i bambini la lettura del libro degli Atti degli Apostoli «si resta sorpresi dal numero di miracoli che gli Atti ci riferiscono: tutto il racconto attinge nel meraviglioso... Nella prospettiva di Luca questi miracoli (il cui racconto in quell'epoca non poneva alcun problema) sono importanti: manifestano che questa chiesa non è solo parole; è un atto. L'azione del Signore è una realtà visibile. Se si vuole restare fedeli a questa prospettiva, come prima cosa non ci si devono porre interrogativi sulla storicità di questi fatti (“Cos'è accaduto?"), ma si deve piuttosto esaminare il loro ruolo e quindi chiedersi in qual modo, oggi, la chiesa, noi, dobbiamo essere “miracolo” (cioè segno visibile) per coloro con i quali viviamo. E l'amore che porta alla condivisione ci sembrerà un segno in accordo con la nostra epoca» (CHARPENTIER E ALTRI, Una lettura degli Atti degli Apostoli, Gribaudi, Torino 1978, pag. 34).
Non sarà difficile, in tale ottica, leggere il ‘racconto popolare’ di Anania e Saffira (Atti 5,1-11), per il quale può anche darsi che Luca si faccia eco di una riflessione giudaico-cristiana improntata al modello dei racconti di sterminio. Interessanti osservazioni si trovano nel volume ora citato e in G. SCHNEIDER, Atti degli Apostoli, Paideia, Brescia 1985, volume I. Se non si coglie la funzione che questo racconto popolare svolge nel libro degli Atti (il male persiste... anche nella comunità dei discepoli di Gesù: il peccato non cessa come d'incanto e si profila una dura lotta), si rischia di ridurre questa pagina biblica ad una storia mozzafiato. Questo ci permette di approfondire due acquisizioni irrinunciabili. Il male ha uno spessore estremamente consistente sia nel mondo che nella comunità cristiana. Anche chi ha eliminato la credenza nel diavolo non ha inteso, in tal modo, negare la presenza del male. Inoltre per il discepolo di Gesù si profila una lotta. La strada del regno è, come per Gesù, piena di contrasti.
Certo, il vento di Dio, il suo Spirito, non ci lascia soli in questa impari battaglia e noi possiamo contare sulla presenza di Dio, ma non possiamo sperare in una vita senza lotta.
La via dei discepoli non ci viene mai presentata nelle pagine bibliche come una scorrevole autostrada.
Per gli scritti paolini sarà bene tenere nel dovuto conto una vera e propria «originalità» dell'apostolo delle genti:
«Accanto alla predicazione cristologica di Paolo, che era orientata alla croce, risurrezione e parusia, e che suscitava anche nei pagani speranze di salvezza finale, s'è usato sin dall'inizio un altro metodo per diffondere la fede in Gesù. I missionari si rifacevano all'azione carismatica di Gesù e presentavano nei racconti dei miracoli il quadro mirabile del Figlio di Dio fattosi epifane sulla terra, che vince i demoni, guarisce le malattie e soggioga le forze distruttrici della natura. In questo modo Gesù entrava in concorrenza con i numerosi taumaturghi e personaggi divini dell'antichità. Poiché le prospettive cristologiche di questi missionari, provenienti per lo più dal giudaismo ellenistico, sono deducibili solo indirettamente dalla reazione in parte critica del Vangelo di Marco e dalla polemica di Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, è difficile dire come l'immagine del divino taumaturgo venisse combinata insieme con gli altri dati del Vangelo, la croce, il risuscitamento e la parusia. Paolo in ogni caso ha rinunciato ad esaltare Gesù come attuale soccorritore nel bisogno rifacendosi alla sua attività terrena. Piuttosto, per lui la potenza divina di Cristo si manifestava a lui stesso proprio nella debolezza, nelle numerose sofferenze e persecuzioni (2 Cor, 11,22; 12,10). Questa posizione dell'Apostolo, rigorosamente incentrata sulla croce, era certo unilaterale e bisognosa di integrazione, ma molto meno ambigua di una propaganda del Cristo che presentava Gesù prevalentemente con i tratti del taumaturgo divino, contribuendo così a nutrire negli uomini quelle pie illusioni destinate poi al collasso nei momenti di crisi» (pagg. 70-71 , F. J. SCHIERSE, Cristologia, Queriniana, Brescia 1984).
Crediamo che Paolo ci abbia presentato un Gesù «scandalo e pazzia» non meno degli altri scritti del Nuovo Testamento. Eppure egli non ha avuto alcun bisogno di ricorrere ai miracoli. Anzi, era allergico a tale predicazione.
Le differenze, spesso marcate e rilevanti, che esistono anche all'interno del Nuovo Testamento, sdrammatizzano le nostre diversità teologiche. Esse stanno ad indicare la nostra incapacità di cogliere nella interezza l'azione di Dio manifestatasi in Gesù, ci invitano al dialogo e ci insegnano a non rendere mai categoriche e «scomunicanti» le nostre interpretazioni teologiche.
Riportiamo qui una lunga citazione di grande efficacia e lucidità:
1. Il punto di partenza è l’esperienza con Gesù
«Alcuni uomini, giudei, vennero in contatto con Gesù di Nazareth e rimasero affascinati. Mediante questo incontro e quel che avvenne nella sua vita e, in seguito, pure in occasione della morte, la loro stessa vita assunse un nuovo senso e un nuovo significato. Si sentirono rigenerati e compresi. La loro nuova identità si espresse in un nuovo entusiasmo per il regno di Dio e quindi in un'analoga solidarietà nei confronti dell'altro, del prossimo, come Gesù li aveva loro prospettati. Questo mutamento nell'impostazione di vita fu l'effetto del loro reale incontro con Gesù, senza del quale sarebbero rimasti quelli che erano, come racconteranno più tardi (cf. 1 Cor. 15,17). Non è stata un'iniziativa loro, ma fu qualcosa che accadde a loro.
Questo incontro sorprendente e travolgente di alcuni individui con un membro della loro schiatta e religione, Gesù di Nazareth, offrì al Nuovo Testamento il punto di partenza per una comprensione della salvezza. Già questo significa che grazia e salvezza, redenzione e religione, non necessariamente devono venir espresse con concetti inusitati, marcatamente soprannaturali, bensì nel linguaggio umano corrente, in quello dell’incontro e dell'esperienza, e soprattutto con immagini, testimonianze e racconti, e per questo mai isolate dall'evento concretamente liberatore.
La prima esperienza, che alcuni uomini hanno fatto incontrandosi con Gesù, divenne un'autoespressione che andò via via sviluppandosi fino a raggiungere quella che noi oggi chiamiamo “cristologia”. Una cristologia (che perseveri nel suo oggetto) è quindi la storia di una particolare esperienza d’incontro che identifica ciò che essa sperimenta, cioè dà un nome allo sperimentato.
2. Variazioni dell'esperienza fondamentale nel Nuovo Testamento
Queste esperienze di identificazione, fatte dai primi cristiani, dopo un certo tempo vennero fissate per iscritto. Ed ogni scritto neotestamentario in realtà tratta della salvezza sperimentata in e attraverso Gesù. Le esperienze di grazia che qui vengono espresse ripropongono lo stesso avvenimento fondamentale ed un'esperienza che tutti riconoscono, benché non ogni scritto del Nuovo Testamento riproduca allo stesso modo quell'esperienza di fondo che viene fatta da tutti i cristiani.
Da una rapida panoramica su questo processo storico, si comprende come noi non siamo in grado di attualizzare in modo assolutamente corretto la teologia neotestamentaria della salvezza e della redenzione; il che significa che questa concezione biblica non ci arriva mai in modo diretto o immediato. Appunto perché si tratta di esperienza, gli autori esprimono questa salvezza servendosi di concetti propri del loro mondo, del loro ambiente e delle loro proprie problematiche, quindi nel loro mondo d'esperienza. Ed è qui che nel Nuovo Testamento emergono interessanti differenze. Come è pure questo il motivo così diverso del significato salvifico di Gesù.
3. Un orientamento per i nostri giorni
Non possiamo però limitarci ad analizzare queste variazioni. Noi stessi infatti viviamo in un mondo di vita [Lebenswelt] diverso, che presenta problemi e interrogativi diversi e che connota, secondo un diverso contesto storico e socioculturale, i problemi sempre presenti nell'umanità. Ciò che abbiamo trovato nella Bibbia non lo potremo quindi applicare semplicemente al nostro mondo di vita, quasi potessimo estrarre dalla corteccia storica un nocciolo atemporale. Gli autori neotestamentari non ci offrono il messaggio cristiano allo stato puro, ma sempre colorato attraverso il mondo di vita d'allora.
Ci si chiede quindi fino a che punto questa storia della loro esperienza della salvezza in Gesù - una storia colorita con motivi biografici, sia personali che collettivi - possa ancora ispirare ed orientare gli uomini dei nostri giorni. In quanto cristiani siamo forse legati a tutti gli interpretamenti, cioè ai concetti giudaici e greci dell'esperienza del mondo d'allora?
Nel corso della tradizione cristiana d'esperienza, che ormai abbraccia quasi due millenni, a questi elementi d'interpretazione se ne sono aggiunti continuamente degli altri. E giustamente! In ogni epoca, infatti, i cristiani si sforzano di esprimere la loro esperienza della salvezza in Gesù impiegando concetti d’esperienza tipici del loro mondo contemporaneo. Ma si corre pure il rischio che i cristiani dei nostri giorni s’aggrappino a certi interpretamenti del passato più che a quella realtà di salvezza che attraverso essi viene interpretata nelle molte lingue.
Per i cristiani del passato parecchie di queste interpretazioni erano un'espressione vitale delle esperienze di vita quotidiana fatte nella loro cerchia socioculturale (ad esempio il riscatto degli schiavi, il sacrificio cultuale degli animali, la possibilità di disporre di un influente intercessore nelle alte sfere, di un potente del mondo, ecc.), mentre per noi oggi non lo sono più. Non si possono davvero costringere - per tutto il corso dei tempi - dei cristiani che credono nel valore salvifico della vita e morte di Gesù, a credere pure a tutti questi interpretamenti o interpretazioni. Certe immagini ed interpretazioni suggestive e pienamente legittime un tempo possono rendersi irrilevanti in una cultura diversa.
Il Nuovo Testamento si sente libero di parlare dell'esperienza di salvezza fatta con Gesù usando concetti differenti, perché quello che ad esso importa è esprimere, nei differenti interpretamenti, ciò che è accaduto realmente in Gesù. E questo conferisce anche a noi la libertà di esprimere l'esperienza di salvezza che facciamo con Gesù in modo nuovo e di tradurla in cifre ricavate dalla nostra cultura moderna e contemporanea, con i suoi problemi, aspettative e bisogni, anche se dobbiamo rimanere aperti alla critica dell'attesa d'Israele, come essa si è compiuta in Gesù. Di più, dovremo farlo per rimanere fedeli a ciò che i cristiani neotestamentari hanno sperimentato come salvezza in Gesù, a ciò che ci hanno annunciato e quindi pure promesso» (EDWARD SCHILLEBEECKX, Esperienza umana e fede in Gesù Cristo. Un breve bilancio, Queriniana, Brescia 1955, pagg. 25-29).
Bastano queste righe per rendere scarsamente probabile la possibilità di comporre un catechismo universale che non diventi un'imposizione vaticana sulle chiese particolari, che risulterebbero mortificate nelle loro legittime diversità teologiche.
Il prossimo volumetto sarà intitolato: “Maria di Nazareth”.
(continua)
