venerdì 18 novembre 2022

RINASCERE DALLA MILITANZA REALE

 Il Pd rinasca in quel porto


di LUIGI MANCONI

Caro Segretario Enrico Letta, nell’articolo su Repubblica di ieri, lei ha annunciato che «si apre il percorso congressuale costituente che porterà alla nascita del nuovo Pd». E di questo processo ha indicato le successive tappe e i diversi passaggi, necessari non solo per riorganizzare il partito, ma soprattutto per attribuirgli una nuova e più intensa identità. Se questo è vero, mi permetto di suggerire una scelta che, forse, potrebbe contribuire da subito alla elaborazione di questa rinnovata fisionomia.

Ecco la proposta: perché non fare iniziare il nuovo «percorso» del Pd da quello che oggi è un luogo — al tempo stesso simbolico e concretissimo — dell’attuale fase politica, nella sua dimensione più tragica ma anche più densa di valori? Perché non si reca oggi — intendo: proprio nelle prossime ore — nel porto di Catania, dove la “neo-lingua” del neo-governo parla di «sbarchi selettivi»?

Non è in alcun modo una proposta estremista. In gioco c’è un principio essenziale che, prima ancora che ai progressisti, dovrebbe essere caro a tutti i democratici.

Ovvero il principio del soccorso in mare, come diritto irrinunciabile e fondamento dell’intero sistema dei diritti universali della persona. E comprimere o anche solo limitare il diritto al soccorso significa indebolire ciò che costituisce la base della civiltà umana e del legame sociale che rende comunità gli individui prima isolati.

Quel principio si regge sulla consapevolezza che io soccorro chi si trova in pericolo, perché so che, qualora fosse la mia vita a essere a repentaglio, l’altro soccorrerà me. Discende da qui quella reciprocità che, appunto, rappresenta il vincolo dei rapporti interpersonali e della stessa organizzazione sociale.

Colpevolizzare il soccorso in mare, intimidendolo e sanzionandolo penalmente, come hanno fatto i “decreti sicurezza” del governo giallo-verde (giugno 2018 — settembre 2019) e oggi discriminando tra profugo e profugo e condannando una parte dei naufraghi, arrivati in vista di un porto sicuro, a riprendere una incerta via del mare: tutto ciò corrisponde a una grave insidia per i valori essenziali della civiltà giuridica del nostro Paese; e all’introduzione, nella legislazione e nel senso comune, di idee e di pratiche di discriminazione.

Per queste ragioni far nascere il nuovo Pd sulle banchine del porto di Catania può essere una importante occasione, come si dice, “identitaria”, sottraendo questo termine all’abuso stucchevole che se ne fa oggi e dandogli un significato profondo. Insomma, il Pd e il suo segretario dalla parte di quei povericristi che sono stati sottoposti alla pratica disumana di una selezione che diceva: tu sì, tu no.

E gli esclusi non sono i partecipanti a una crociera che possono scegliere di sbarcare a Formentera o restare a bordo, ma le vittime delle guerre e delle torture, dei centri di detenzione e degli stupri. Certo, può essere un atto impopolare, ma cosa c’è di più fertile di un dibattito congressuale che si svolga nel fuoco di un confronto politico anche aspro, dove il partito si batta e argomenti, persuadendo i contrari, convincendo i riottosi, inducendo chi si vo glia progressista a condividere la saggezza su tutti i piani (compreso quello economico) di una accoglienza intelligente e razionale?

Infine, diciamolo, in tempi mediocri come questi, il Pd ne avrebbe anche un vantaggio “di posizione”, perché nel porto di Catania può legittimamente recarsi Enrico Letta, ma non Giuseppe Conte. Quest’ultimo, si ricorderà, è stato il premier del governo che ha approvato e applicato quei “decreti sicurezza” elaborati dall’allora ministro dell’interno Matteo Salvini e dal suo Capo di gabinetto Matteo Piantedosi, che tanti effetti perniciosi hanno determinato. E tanto hanno compromesso la reputazione internazionale dell’Italia. Ci pensi, caro Segretario.

La Repubblica 8 novembre