lunedì 14 novembre 2022

STUDIARE LA BIBBIA E' STUDIARE SE STESSI

di Antonio Gnoli

Robinson La Repubblica 5/11

Il rabbino Roberto Della Rocca siede comodamente in poltrona e io davanti con il mio quadernetto ne osservo le movenze. 
Non è alto, porta la tradizionale kippah e la sua figura mi appare addolcita dalla curva degli occhi. Se fossi vagamente ispirato, come lo era Isaac Singer quando parlava del suo mondo (e non sempre ne parlava bene), direi che l'eleganza di un pensiero si misura dalla sua barbara semplicità. Direi così. Salvo poi aggiungere che l'ebraismo tutto è tranne qualcosa di semplice. La fitta trama di simboli che lo avvolge, le infinite dispute rabbiniche, perfino il modo superbamente inconsueto per una religione di scherzare sulle proprie usanze ne fanno qualcosa di irripetibile, a metà strada tra l'umano e dolente sentire e il divino e furente sopportare.
Guardo il mio interlocutore. Ha un leggero difetto nella pronuncia e ai miei occhi quella che può apparire una banale imperfezione assume un'importanza quasi pari a quella che un Mosè balbuziente esibiva davanti a Dio.
Che era poi il modo di farsi piccolo, di dire: io sono inetto a parlare, come posso essere la guida di un popolo? La lingua è imperfetta, ma la sua forza sta anche nell'indicare una direzione da intraprendere e percorrere. 
Non a caso il nuovo libro di Della Rocca porta come titolo Camminare nel tempo (edito da Giuntina), che è un modo di sottrarre allo spazio la primazia dei luoghi per consegnarla alle parole. Mi vengono in mente le figurine volanti che Chagall dipinse con la grazia di chi si era immaginato fuori dallo spazio ma ancora dentro il tempo. Non è questo il segreto della Torah, lo sfarzo feroce dei monoteismi, il libro che raccoglie l'insegnamento mosaico? 
Della Rocca è un magnifico interprete del testo, ricco com'è di curiosità, suggestione e dottrina.
Chi è oggi un rabbino?
«Un maestro, una guida spirituale. Chiede all'allievo studio e approfondimento della Torah, che è poi un cammino alla ricerca di se stessi».
È così importante camminare?
«In senso figurato direi di sì. Quando si è fermi a lungo, in realtà si stanno facendo passi indietro».
È sempre stata la sua aspirazione diventare rabbino?
«Ho fatto l'avvocato e poi fu decisivo un incontro con Elio Toaff. Mi disse: non puoi tenere il piede in due staffe. Sai quanti avvocati e quanti rabbini ci sono in Italia? Immagina da che parte saresti più utile alla società. Toaff fu un grande rabbino, la sua saggezza era profonda come la sua conoscenza».
Conoscere la Bibbia che importanza riveste oggi?
«È il libro che ha formato un popolo, ed è andato oltre quel popolo. Il messaggio ebraico parte da una dimensione particolare per estendersi all'universale».
Con quali effetti?
«Narrare il dettaglio di una storia implica qualcosa in più della storia stessa. Noè e Abramo non sono solo vicende individuali, ma due modelli alternativi».
Si spieghi.
«Se Noè ha freddo indossa una pelliccia per scaldarsi.
Abramo combatte il freddo accendendo i fuochi, così da scaldare anche gli altri. Uno seleziona il genere umano e ne salva l'essenza sull'Arca, l'altro innalza tende e accoglie chiunque».
Egoismo contro altruismo.
«In realtà si tratta di comportamenti umani che vanno inscritti nella dimensione etico-religiosa. Ed è questa dimensione che separa il mondo ebraico dalla mitologia greca. Nella lingua ebraica la parola "mito" non c'è. La mitologia si compone di eroi, mentre i personaggi biblici sono quasi tutti degli antieroi. Sono figure contraddittorie, fragili, ambivalenti. Alla ricerca di un ruolo che stentano a trovare».
Chi ad esempio?
«Mosè, Davide, Giona che addirittura fugge. Sono personaggi che di fronte alla missione si fanno piccoli.
Prendono coscienza di quella precarietà che li renderà forti. Ad esempio, la lotta di Giacobbe con l'Angelo è in realtà la lotta con se stesso. Per scoprire la propria identità».
Altre interpretazioni sostengono che l'Angelo sia Esaù. Riproponendo il dissidio tra i due gemelli.
È vero. Ma trovo più convincente la lettura secondo la quale il sogno di Giacobbe, quando gli appare l'angelo, è in realtà uno sdoppiamento del proprio Io. C'è una parte di Giacobbe che dubita della sua missione, è angosciato, si sente solo, privo di slancio, mentre l'altra parte mostra il sognatore. Non l'uomo scialbo e ingannatore ma il fondatore di Israele».
Lei sostiene che fin dal nome c'è in lui ambiguità.
«La stessa radice del nome Yaakov indica una persona tortuosa, ambigua» .
La lotta con l'Angelo, ma anche il forte dissidio con Esaù, fanno pensare ai tanti conflitti che sono presenti nella Torah. Viene in mente l'aspra contesa tra Giuseppe e i suoi fratelli che arrivano a progettarne l'omicidio.
«Ma poi Ruben, il maggiore dei figli di Giacobbe, salva Giuseppe dalle mani dei fratelli. Queste storie bibliche, a volte cruente, sofferte, dilanianti ci dicono che ciascuno di noi si compone di molte parti e lavorare sull'identità significa metterle assieme in modo armonico».
Si capisce perché la psicoanalisi debba molto al mondo ebraico.
«L'interpretazione, anche dei sogni, richiede una capacità di saper leggere i simboli. L'etimologia della parola "simbolo" sta a significare che qualcosa di disgiunto va ricomposto. Tutta la tradizione ebraica è ricchissima di simboli».
Per esempio il copricapo che indossa è un simbolo?
«La kippah è un simbolo che ci ricorda che c'è sempre qualcuno sopra di noi. Quel peso apparentemente impercettibile suggerisce che non siamo onnipotenti.
Perciò il mio comportamento è, in qualche modo, segnato da questo indumento».
Il fatto che qualcuno, cioè Dio, sia sopra di noi, limita la nostra libertà?
«È un modo diverso di intenderla».
Lei sostiene che l'etica ebraica si fonda sulla verticalità del comando.
«Se così non fosse qualunque etica sarebbe buona, quindi nessuna etica lo sarebbe veramente».
L'ingiunzione del comando divino neutralizza il relativismo etico?
«Capisco che possa apparire contraddittorio accostare l'obbligo di un comando alla libertà. Nel Talmud c'è un insegnamento che può sembrare paradossale: è più meritevole colui che osserva un comandamento perché vi è costretto, di uno che lo fa liberamente. Se un'etica si legasse alla spontaneità del gesto finirebbe col dipendere dalle buone intenzioni. Ma non sempre l'uomo è guidato dal bel gesto. Ecco perché necessita di un comando. Qui l'importanza del simbolo della kippah».
Accennava al Talmud, che differenza c'è dalla Torah?
«Il Talmud è il commento a quella parte della Bibbia, perlopiù i cinque libri mosaici, che compongono la Torah».
In ultima analisi raccoglie le dispute rabbiniche.
«Il Talmud è una specie di monumento letterario, un viaggio ipertestuale dentro la tradizione ebraica orale che poi diventa scritta, per riuscire a contenere e sistemare tutto questo sapere. Occorre precisare che in origine era proibito mettere gli insegnamenti per iscritto».
Perché?
«La scrittura tende a cristallizzare e a rendere dogmatica la forma del pensiero. Mentre l'insegnamento della Torah è vivo e fluido. Si tratta, insomma, di una tradizione inadatta alla scrittura. Non a caso in ogni pagina del Talmud si percepisce la sofferenza per aver imprigionato la libera parola orale».
Eppure è il Talmud a fornire la specificità del pensiero ebraico.
«Il Talmud studia l'esegesi del testo biblico, lo commenta e lo interpreta, anche da un punto di vista comportamentale. Spiega, ad esempio, come deve essere ricordato il sabato evitando così gli aspetti folkloristici della tradizione. Quanto più la Bibbia diventa patrimonio di altre religioni, tanto più il Talmud si rivela fondamentale per il pensiero ebraico. I più grandi esegeti biblici sono medievali.
Lei cita spesso la figura di Maimonide.
«È stato il più grande codificatore della giurisprudenza rabbinica e il più profondo filosofo tra i rabbini. La sua opera fondamentale è La guida dei perplessi. Ma ha scritto perfino un trattato di psichiatria».
Scriveva in arabo.
«Come voleva che scrivesse. Era andaluso, nato a Cordova».
Come Averroè.
«La sua Guida dei perplessi tendeva, all'opposto di Averroè, ad avvicinare religione e filosofia. A Cordova, nella sola sinagoga che rimase in piedi e che oggi è liberamente visitabile, c'è una sua statua. L'influenza del suo rabbinato si è estesa per secoli».
Tornerei alla sua storia. So che è nato a Roma.
«Più precisamente nel ghetto, da una famiglia di antichissime origini ebraiche. Una famiglia segnata tragicamente dalla Shoah. Il nonno paterno, per una spiata di un fascista, fu deportato ad Auschwitz. Era un agente di commercio. Si chiamava Rubino, che è poi il mio secondo nome. Lasciò mia nonna con i suoi tre figli in una situazione di estrema povertà. Mio padre era il più piccolo dei tre».
Come se la cavarono?
«Fu dura. Mio nonno morì durante un trasferimento a Mauthausen. Sfinito da una polmonite non riusciva più a camminare. Un soldato delle SS gli sparò. Il rabbino capo di Roma prese mio padre, allora tredicenne, sotto la sua protezione e lo avviò agli studi rabbinici. Sono nato da un padre rabbino e da una madre insegnante di ebraico. Papà è stato il grande cantore della sinagoga, quello che intonava le melodie più solenni. Circa un anno e mezzo fa, a distanza di 34 giorni, i miei genitori sono morti per Covid. Per me è stato un dolore nel dolore non poterli assistere negli ultimi giorni di vita. Mi resta il loro straordinario insegnamento».
Quanto ha contato quell'insegnamento per le sue scelte?
«Sono laureato, come le ho detto, in giurisprudenza e per alcuni anni ho esercitato la professione di avvocato penalista. Parallelamente approfondivo gli studi ebraici. Sono stato per un lungo periodo a Gerusalemme. Nel 1982, esattamente 40 anni fa, ci fu l'attentato alla sinagoga di Roma. Quel giorno ero con mia madre, ci salvammo perché uscimmo dieci minuti prima dal tempio. Fu allora che andai da Toaff e lui mi pose davanti all'alternativa del che fare della mia vita.
E scelsi. Sono stato rabbino a Venezia per dieci anni. Mi sono sposato. Ho tre figli».
Ora è a Roma con quale incarico?
«Dirigo il dipartimento di educazione e cultura all'unione delle comunità. La mia più grande passione è insegnare la Torah, nelle scuole e in diverse sinagoghe».
La Torah prevede il canto?
«Grazie a una tradizione molto antica le sue melodie vengono cantilenate. Poiché l'alfabeto ebraico è consonantico, la tradizione orale ha vocalizzato la Torah».
Il canto detta il ritmo. Ma i precetti dettano il comportamento. Si sente davvero libero?
«La libertà non può prescindere dalla responsabilità. È questa che rende consapevole quella. Oggi abbiamo raggiunto un alto livello di libertà politica. Siamo liberi, per fortuna, da dittature. Ma siamo ancora schiavi degli oggetti, delle ideologie, dei luoghi comuni».
È l'altra faccia delle democrazie. Lei cosa suggerisce?
«Non spetta a me offrire indicazioni politiche. Posso solo ricordare a proposito di simboli e riti il significato della pasqua ebraica, durante la quale si celebra l'uscita del popolo ebraico dall'Egitto».
Che significato attribuirgli?
«Dall'uscita dall'Egitto alla Torah passano sette settimane. Ciò significa, simbolicamente, che la libertà richiede un cammino e una consapevolezza particolari. Gli ebrei non possono approdare immediatamente nella terra promessa. Occorre, perché ciò avvenga, fare uscire l'Egitto che è dentro di noi. L'esilio non è solo una questione geografica, l'esilio mentale è peggiore di quello fisico».
Peggiore in che senso?
«La libertà non può essere autocelebrazione. Non può diventare alienazione o idolatria. Il dono più importante della Torah è averci dato una libertà che è anche etica».