lunedì 13 marzo 2023

 

51 - DIVERSAMENTE CHIESA   - febbraio 2017

IL 50° DELLA MORTE DI DON MILANI
 

In questo 2017 cade il 50° anniversario della morte di don Lorenzo Milani, avvenuta il 26 giugno 1967. Di origine ebraica - la famiglia apparteneva alla borghesia laica anticlericale fiorentina - si convertì al cattolicesimo a vent’anni, divenne prete e cercò di vivere il Vangelo accanto agli operai di Calenzano e ai giovani monta-nari del Mugello. Ben presto ebbe a scontrarsi con i poteri politici, militari e clericali dell’Italia democristiana e conformista degli anni ’50 e ’60 fino a legare la sua azione pastorale e la sua stessa vita alle lotte civili per una scuola “non di classe” e per l’obiezione di coscienza al militarismo.

A don Milani nei prossimi mesi saranno dedicati convegni e libri a cominciare dal volume dei Meridiani Mondadori che in primavera raccoglierà per la prima volta l’opera omnia di don Milani, diretto da Alberto Melloni: Esperienze pastorali - il libro che il Sant’Uffizio nel 1958 fece ritirare dal commercio e recentemente “riabilitato” -, le Lettere ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa, gli articoli per giornali e riviste, l’epistolario. 

«Sono state recuperate oltre cento lettere inedite e molte altre sono state restaurate nella versione originale, senza i tagli arbitrari cui erano state sottoposte nel tempo», spiega Sergio Tanzarella, uno degli autori.

Questa prassi della “riabilitazione” senza che si faccia ammenda delle pene inflitte alle persone ha tutta l’aria di una “santificazione” e di una “omologazione” a poco prezzo. Di quali colpe si sarebbe macchiato don Milani? Si abbia la decenza di dirlo, oppure la Chiesa riveda le proprie scelte in sintonia con quelle di don Lorenzo a cominciare dall’abolizione del cappellanato militare come istituto interno all’esercito.

 

DALLA LETTERA DI NATALE DI 12 PRETI DEL TRIVENETO

“Restare umani oltre le paure, per condividere esperienze, riflessioni, interrogativi, stanchezze, delusioni, speranze; per ridire la possibilità della fede in Gesù di Nazareth come orientamento di fondo della vita vissuta nelle comunità e oltre ad esse.

La diminuzione drastica e inarrestabile dei preti dovrebbe sollecitare a percorrere altre strade, ad aprirsi ad altre possibilità con una decisione prioritaria, irrinunciabile che, ad enunciarla, potrebbe sembrare scontata, ma tale non è: quella del ritorno sine glossa, senza parentesi, adeguamenti, facilitazioni e scorciatoie al Vangelo di Gesù di Nazareth, alla rivoluzione del Vangelo, perché tale è, e ha scelte di vita conseguenti come persone, come comunità, come Chiesa.

Quale Chiesa, allora, nel momento dell’accorpamento delle parrocchie, delle decisioni sulle zone e sulle cosiddette collaborazioni pastorali? Ci pare che si sia perso tempo, con la chiusura nelle tradizionali ma presunte sicurezze clericali di essere sicuri, bravi ed efficienti. Si sono persi decenni senza promuovere e riconoscere il protagonismo attivo di donne e di uomini di fede disponibili e responsabili, di diaconi – donne e uomini – che oggi potrebbero assumere, senza essere pallide e conformiste controfigure del clero, compiti significativi di guida, animazione, coordinamento delle esperienze comunitarie. Avvertiamo ancora titubanze e freni anche rispetto alle celebrazioni delle comunità senza la presenza del prete; eppure si tratta di esperienze che sono vissute da decenni in migliaia di comunità in Africa, America Latina e altrove nel mondo. Pensiamo poi che le urgenze storiche sollecitino le convinzioni e le richieste che da decenni emergono dalla base delle comunità cristiane, uscendo da una visione clericale e separata del presbiterato: che i diversi ministeri nelle comunità siano diversificati in modo aperto e pluralista e che il ministero del presbiterato possa essere esercitato da uomini celibi, da uomini sposati nelle condizioni di poter essere ordinati, da preti che si sono sposati e a motivo della legge del celibato obbligatorio hanno dovuto lasciare il loro ministero ma sentono giusto e importante poterlo esercitare nuovamente; da donne ordinate prete. Soprattutto queste ultime potrebbero portare alla comunità la ricchezza della loro diversità di genere.

Questa Chiesa sarebbe più umana, più coinvolta nella vita delle persone, più credibile, certo sempre in stretto, continuo e vivo rapporto con Gesù e il suo Vangelo e con la fedele e coerente testimonianza”.

P. Di Piazza, F. Saccavini, M. Vatta, P. Ruffato, P. Iannaccone, G. Tolot, P. Rigolo, R. De Ros, L. Fontanot, A. De Nadai, A. Bizzotto, A. Santini. Tratto da Documenti NSC.

Questi 12 preti a fronte dei problemi della chiesa di oggi hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto, di proporre delle soluzioni e un cammino nuovi, con sguardo aperto al cambiamento. Essi rifiutano il ruolo di semplici gestori del sacro e di beni ecclesiastici, nella speranza che altri preti e parroci li seguano. Forse papa Francesco aspetta proprio questo: che il popolo di Dio lo spinga e lo sorregga in un’opera riformatrice.


(continua)