giovedì 30 marzo 2023

 

68 - DIVERSAMENTE CHIESA - dicembre 2018



LA BUONA NOVELLA – 5

La presentazione integrale dei testi de “La Buona Novella” di Fabrizio De Andrè prosegue col lato b della raccolta. Lasciata Maria, madre o che sta per diventarlo, la ritroviamo anni dopo quando Gesù, appena condannato, è ormai prossimo alla crocifissione. In questa cesura temporale, con “Maria nella bottega del falegname”, De Andrè abbandona le atmosfere beate e soavi della prima parte e ci scuote con una musica di alta drammaticità nella quale è facile individuare il rumore della pialla e del martello di colui che sta costruendo le croci di Gesù e dei due ladroni. Nel brano si alternano le voci di Maria, del falegname e della gente di Palestina.

 

MARIA
NELLA BOTTEGA D’UN FALEGNAME

[Maria]

"Falegname col martello

perché fai den den?

Con la pialla su quel legno

perché fai fren fren?

Costruisci le stampelle

per chi in guerra andò?

Dalla Nubia sulle mani

a casa ritornò?"

 

[Il falegname]

"Mio martello non colpisce,

pialla mia non taglia

per foggiare gambe nuove

a chi le offrì in battaglia,

ma tre croci, due per chi

disertò per rubare,

la più grande per chi guerra

insegnò a disertare".

 

[Il popolo]

"Alle tempie addormentate

di questa città

pulsa il cuore di un martello,

quando smetterà?

Falegname, su quel legno,

quanti colpi ormai,

quanto ancora con la pialla

lo assottiglierai?"

[Maria]

"Alle piaghe, alle ferite

che sul legno fai,

falegname su quei tagli

manca il sangue, ormai,

perché spieghino da soli,

con le loro voci,

quali volti sbiancheranno

sopra le tue croci".

 

[Il falegname]

"Questi ceppi che han portato

perché il mio sudore

li trasformi nell'immagine

di tre dolori,

vedran lacrime di Dimaco

e di Tito al ciglio

il più grande che tu guardi

abbraccerà tuo figlio".

 

[Il popolo]

"Dalla strada alla montagna

sale il tuo den den

ogni valle di Giordania

impara il tuo fren fren;

qualche gruppo di dolore

muove il passo inquieto,

altri aspettan di far bere

a quelle seti aceto".

 

Il commento

Maria chiede al falegname a cosa porta il lavoro che sta compiendo - Costruisci le stampelle per chi in guerra andò? - La risposta del falegname rivela a Maria che sta costruendo le croci per i condannati. La più grande è per il figlio suo, Gesù - la più grande per chi guerra insegnò a disertare". Nell’appello del popolo al falegname perché smetta col proprio lavoro -  pulsa il cuore di un martello, quando smetterà? -, c’è la sensazione che il falegname stesso cerchi di protrarre il lavoro, come se volesse allontanare il tempo dell’esecuzione - Falegname, su quel legno, quanti colpi ormai, quanto ancora con la pialla lo assottiglierai?". Maria, affranta dal dolore, prefigura il dolore e la sofferenza dei condannati - falegname su quei tagli manca il sangue, ormai -. Il falegname sembra essere cosciente della tragedia alla quale contribuisce - Questi ceppi che han portato perché il mio sudore li trasformi nell'immagine di tre dolori – e accomuna nel dolore Cristo e i due ladroni, Dimaco e Tito - vedran lacrime di Dimaco e di Tito al ciglio -. Il lavoro del falegname trascende i confini della bottega del falegname, la Giordania intera assiste impotente al susseguirsi degli eventi fino alla morte di Cristo, le cui labbra sono raggiunte da una spugna imbevuta di aceto - altri aspettan di far bere a quelle seti aceto -.

 

CRISI DELL’AMBIENTE, CRISI DELL’UOMO

“I discorsi apocalittici su «la fine del mondo» non spaventano più l’uomo contemporaneo. […] Ciò che lo preoccupa è la «crisi ecologica».

Non si tratta solo di una crisi dell'ambiente naturale dell'uomo. È una crisi dell'uomo stesso. Una crisi globale della vita su questo pianeta. Una crisi mortale non solo per l'essere umano, ma anche per gli altri esseri animati, che la subiscono da tempo.

Poco a poco ci rendiamo conto di esserci cacciati in un vicolo cieco, mettendo in crisi tutto il sistema della vita nel mondo. Oggi, la parola «progresso» non evoca più la speranza, come nel secolo passato, poiché è sempre più grande il timore che il progresso finisca col servire non più alla vita, ma alla morte.

L’umanità comincia ad avere il presentimento che non si può imboccare un percorso che conduca a una crisi globale, dall'estinzione dei boschi fino alla diffusione delle nevrosi, dall’inquinamento delle acque fino al «vuoto esistenziale» di tanti abitanti delle città massificate.

Per arrestare il «disastro» è urgente un cambiamento di direzione. Non basta sostituire le tecnologie «sporche» con altre più «pulite» o l’industrializzazione «selvaggia» con un’altra più civilizzata. Sono necessari cambiamenti profondi negli interessi che oggi dirigono lo sviluppo e il progresso delle tecnologie.

Qui inizia il dramma dell'uomo moderno. Le società non si dimostrano capaci di introdurre cambiamenti decisivi nel loro sistema di valori e di senso. Gli interessi economici immediati sono più forti di qualunque altra motivazione. È meglio sdrammatizzare la crisi, screditare i «quattro ecologisti esaltati» e favorire l’indifferenza.

Non è giunto ora il momento di porci le grandi questioni che ci permettano di recuperare il «senso globale» dell'esistenza dell’uomo sulla Terra, e di imparare a vivere un rapporto più pacifico tra gli uomini e con la creazione intera? […]”.

José Antonio Pagola, Marco, 2011, Borla Editore - da Riflessioni e commenti di don Franco Barbero, 25 novembre


(continua)