domenica 12 marzo 2023

ETIOPIA: SCHIACCIATA DA INSOSTENIBILI MEGA PROGETTI

 Adista del 04/03/2023

ETIOPIA: LO CHIAMANO "SVILUPPO". 
IL CASO DEI POPOLI MINACCIATI DALLA DIGA

ROMA -Adista - Negli ultimi anni l'attenzione internazionale nei confronti dell'Etiopia si è concentrata sul conflitto esploso nel 2020 tra governo e indipendentisti del Tigray e sulla conseguente crisi umanitaria che ha spinto le parti in causa, il 2 novembre 2022, a siglare un cessate il fuoco permanente. 
Ma c'è un'altra grave emergenza umanitaria - ignorata per anni - innescata dai devastanti progetti di "sviluppo" condotti sulla pelle dei popoli indigeni della Valle del fiume Omo, patrimonio UNESCO: sotto accusa, in particolare, la diga Gibe III realizzata dalla italiana Salini-Impregilo, alta 250 m e collegata alla più grande centrale idroelettrica di tutta l'Africa, e le connesse piantagioni di canna da zucchero del Kuraz Sugar Development Project (KSDP).
   Ad accendere i riflettori <<sulla grave crisi umanitaria affrontata dalle tribù Kwegu, Bodi e Mursi, che hanno visto i loro mezzi di sussistenza tradizionali e l'ambiente in cui vivono distrutti da questi progetti>>, un rapporto del Oakland Institute (oaklandinstitute.org) dall'eloquente titolo "Dighe e piantagioni di zucchero provocano fame e morte nella bassa Valle dell'Omo in Etiopia".
   Nel rapporto si parla di insostenibili megaprogetti di sviluppo, imposti con brutalità e violenza anche da milizie al soldo delle società, che compromettono irrimediabilmente ambiente, biodiversità, patrimonio paesaggistico e vita stessa dei popoli indigeni. 
E fa rabbia scoprire che il Ministero del Turismo etiope continua a pubblicizzare la Valle, si legge nell'introduzione dell'Oakland Institute, come <<uno dei pochi posti al mondo dove puoi ancora trovare indigeni che non sono stati influenzati dal mondo esterno (...) e che si attengono fermamente ai loro unici costumi, usanze e credenze tradizionali>>. Popolazioni che ora, grazie alla Gibe III e alle monoculture su larga scala irrigate dall'invaso della diga, hanno perso terre e mezzi di sussistenza, sono ridotte alla fame e alla dipendenza dagli aiuti umanitari.

La vita nella Valle
   La bassa Valle dell'Omo rappresenta l'ambiente naturale di numerosi popoli indigeni che vivono, in armonia con l'ecosistema, di pastorizia, caccia, pesca e agricoltura e che sfruttano le alluvioni stagionali del fiume per le loro coltivazioni tradizionali. <<La loro identità, la loro cultura e i loro mezzi di sussistenza sono intimamente legati alle pianure e al serpeggiante fiume Omo>>, ribadisce l'istituto. 
Un equilibrio ancestrale però definitivamente sconvolto nel 2006, quando il governo allora guidato dal Tigray People's Liberation Front (Tplf) ha deciso di <<trasformare la regione>> avviando la costruzione della Gibe III, con l'intenzione di raddoppiare la produzione nazionale di energia elettrica, e creare grandi piantagioni di canna da zucchero per l'esportazione. 
A distanza di 7 anni dall'inaugurazione della diga (nel 2016) e 11 anni dopo l'avvio delle prime piantagioni, afferma il report, risulta evidente che l'impatto dei progetti di sviluppo sulla vita dei nativi è stato <<disastroso>>. 
E poi le condizioni di vita nella Valle peggiorano di anno in anno: povertà, abusi, malnutrizione, sete (a causa dell'inquinamento da pesticidi delle acque) e continue epidemie di varicella, morbillo, leishmaniosi, malaria e colera (dovuta alla contaminazione delle acque a monte dell'Omo) fanno strage in assenza di servizi sanitari e di aiuti umanitari.