domenica 21 maggio 2023

Il racconto

 Un grottesco duello tra simili

Psicopatologia di un’alleanza dall’esito annunciato

 

Renzi-Calenda: psicopatologia di un’alleanza e poi di una rottura molto più che annunciata. Anzi a tal punto prevedibili che un crudele sondaggio sarebbe di chiedere a entrambi quante persone negli ultimi tempi sono andate a trovarli e guardandoli negli occhi hanno ricordato all’uno e all’altro: «Io però te l’avevo detto».

Tutti infatti sapevano che sarebbe finita «a pesci in faccia», come diceva Cossiga, e tutti o quasi adesso si godono l’ipnotica zuffa fra i banchi del mercato, mentre un pezzo d’Italia, per giunta, finisce sott’acqua. E quindi non è il caso di affrontare qui gli sviluppi del fantomatico Centro, né del gruppo parlamentare autonomo o misto venutosi a creare a mezzo di scippo o di shopping; né onestamente ci si appassiona del ruolo eventualmente spettante a Mara Carfagna, a Richetti, ai transfughi dell’Emilia, a Renew Europe o al Rinascimento in Arabia. Tantomeno pare all’ordine del giorno la faccenda dei rimborsi che spetterebbero ad Azione e/o a Italia viva, cioè dei soldi da arraffare o da spartire: pochi comunque rispetto al rilievo che da mesi si è conquistato il grottesco duello. Perché la vera questione è semmai, e fin dal principio, l’inevitabile tossicità del rapporto fra Calenda e Renzi, i due contendenti, i due sfidanti, i due galli, eccetera.

Ora, si può pensare che sia stata la sconfitta, o meglio il divario fra le smisurate ambizioni dei protagonisti e la loro irrilevanza elettorale che gli ha fatto perdere la testa; e poi il disastro alle amministrative nel Lazio e in Lombardia. Ma in realtà l’esito, come si diceva, era già intimamente segnato. Il disagio, la sindrome, la malattia del sistema stanno fuori e dentro i due soggetti come un portato di questa stagione in qualche modo epocale e terminale.

A metterla un po’ complicata, a partire dal crollo della Prima Repubblica il vuoto di ideali e progetti, di spirito pubblico e un po’ anche di pazienza e sacrificio è stato riempito da un pieno di egocentrismi. Ma per farla breve il travaso non è stato indolore e perciò Renzi e Calenda pensano solo a loro stessi, nemmeno ai loro clan o ai loro cari che pure dovrebbero avere qualche ragione di essere preoccupati.

Un po’ è colpa e un po’ no. Se il dibattito delle idee si è rimpicciolito fino a scomparire; se le piattaforme social, di cui i nostri sono fra i più golosi consumatori, ne immiseriscono i residui pensierini, i linguaggi, i toni, perfino le immagini dei volti e corpi che diffondono in gran copia, ecco che i leader, per così dire, si comportano fra loro come bambini: dell’asilo, o se va bene delle elementari.

Si sa. Renzi ha stoffa e coraggio, è brillante e cattivello quanto basta a connotare questo suo tratto come una classica virtù politica. Calenda è intelligente, ironico, simpatico e forse anche più colto della media dei suoi colleghi. Eppure Matteuccio e Carletto sono così prigionieri del loro io da non poter – proprio tecnicamente – né sorvegliare né trattenere sentimenti, risentimenti, voglie, invidie, gelosie, capricci, ripicche, dispetti. Sono due maschi adulti, padri di famiglia, ma tutto lascia credere che non si rendano minimamente conto di rappresentare il frutto maturo – fin troppo maturo, anzi con visibili processi di fermentazione in atto – di una vicenda politica iper personalizzata e turbo privatizzata che ha finito per smarrire ogni dimensione pubblica, sociale.

Con tutto che di solito è bene diffidare delle diagnosi psico-politiche, e ancor più se vengono da giornalisti nemmeno troppo innocenti, nel caso in esame la distruzione e l’autodistruzione stanno nella forza delle cose e dei tempi. I due sono nel fiore degli anni e delle energie, aggressivi ed espressivi, cocchi di mamma e di certo narcisi come pochi altri; sono superbi, chiacchierano e scrivono libri a manetta, sanno tenere la scena nei talk, sorprendono e quando non ci riescono mostrano i loro famigliari sui social. Sono troppo simili, infine: e senza scomodare difficili pensatori accendono in loro stessi quella rivalità mimetica che fa del nemico il proprio doppio.

Ma tutto questo, viene da chiedersi, quale giovamento porta ai destini collettivi? La risposta è: nulla; ma proprio per questo, psicopatologico o meno che sia, l’impiccio è serio.

Filippo Ceccarelli

 

La Repubblica, 19 maggio