Nicola Lagioia
“La destra non capisce che la cultura è libertà”
Sul treno che lo riporta a Roma, Nicola Lagioia si porta il bello e il brutto dell’ultima edizione del Salone di Torino. Il bello sta soprattutto nei risultati: 215.000 presenze contro le 165.000 dell’anno scorso. Il brutto è nelle polemiche. La contestazione alla ministra Roccella. La deputata di FdI Montaruli che dice «Lagioia vergognoso». E l’eterno sillogismo: Lagioia è di sinistra e non ha difeso abbastanza Roccella perché c’è l’egemonia culturale della sinistra.
Lagioia, le hanno contestato anche le t-shirt Pink Communist. È finita in caciara?
«Guardi, voglio uscirne come uno che porta il dialogo, non come l’uomo delle polemiche. E voglio essere ricordato per quello che abbiamo fatto in questi sette anni».
Li vogliamo ripercorrere?
«Quando sono arrivato, nel 2016, il Salone quasi non esisteva più. Trovai un nucleo storico con cui lavorare e il primo anno andò benissimo. Poi la vecchia Fondazione ebbe i problemi che sappiamo, e ci ritrovammo senza contratto e senza stipendio.
Quando ci riprendemmo, arrivò il Covid».
Lei fece un azzardo: la riapertura nell’ottobre del 2021.
«Dovevamo fare una scommessa: la campagna vaccinale avrebbe funzionato sì o no? Dissi alla proprietà del Salone: io scommetto sul sì, se perdo lavoro gratis per sette mesi».
Perché proprio sette?
«Boh, non so. La buttai lì così. E mi andò bene».
Lei è nato a Bari e ha casa a Roma. Com’è stato vivere a Torino in questi anni?
«Totalizzante. Ho preso casa a Torino e per almeno i primi due anni mi sono fermato tutti i weekend».
Per la felicità di sua moglie, Chiara Tagliaferri?
«Il secondo anno ha mollato Roma anche lei. E per mollato intendo che ha lasciato pure RadioRai. Ha perso tanto».
Che città è Torino? È vero che è fredda?
«Non ho avuto questa impressione. Ma sa, io ho vissuto in una bolla. Mi resi conto subito che non bastava dialogare con la proprietà del Salone: bisognava frequentare tutto un mondo, che va dalla Compagnia di San Paolo alle istituzioni culturali, dal Museo del Cinema al Polo del Novecento, dalle biblioteche alle librerie... Ho dovuto bussare porta per porta. Il Salone da solo non ce la poteva fare».
I torinesi hanno fama di saper fare squadra.
«Sì: ma per il Salone non era sufficiente. Bisognava mettere in contatto la città con tutto il mondo culturale, italiano e internazionale. Bisognava creare un consenso su Torino. E Torino è una città che a seconda dei momenti si apre o si chiude».
Il suo è stato un Salone di sinistra?
«L’egemonia culturale della sinistra è un’ossessione della politica, non di chi si occupa di cultura. Curzio Malaparte era di destra o di sinistra? Io dico: un grande scrittore. Houellebecq, per un certo periodo, è stato considerato di destra: noi l’abbiamo invitato. A Torino vengono quasi mille editori: sono tutti di sinistra? È insultante ragionare così».
Ma gli scrittori di successo sono, in maggioranza, di sinistra.
«Vero, ma se Zerocalcare o Melania Mazzucco riempiono le sale, è perché piacciono ai lettori, non perché l’ha ordinato la politica».
È un’anomalia italiana, questa storia della destra che accusa la sinistra di gestire la cultura?
«Un po’ sì. Abbiamo la classe politica che legge meno in Europa. Per questo dico che bisogna andarle in aiuto. Non sanno niente. Una volta uno della Regione, e sinceramente non mi ricordo neppure chi fosse, mi ha accusato di fare un Salone di sinistra. Gli ho risposto: ma lei le conosce le classifiche degli autori più letti? Ecco, io devo invitare quelli».
Che rapporti ha con il ministro Sangiuliano?
«Cordiali. Forse mi guarda un po’ con sospetto. Ma non mi ha mai fatto pressioni».
Lei è un uomo di partito?
«Sì, di un partito che non esiste più da settant’anni: il Partito d’Azione. Mi hanno messo una casacca, ma io sono solo uno scrittore».
Chi stima fra gli autori di destra?
«Giordano Bruno Guerri, grande storico e intellettuale libero, e Alessandro Giuli: persone con cui ci si può confrontare».
Pietrangelo Buttafuoco?
«Con lui sono in ottimi rapporti. Però, ecco: Sangiuliano sbaglia a insistere nel dire che meriterebbe più spazio. Gli fa un torto, perché sembra che Buttafuoco abbia bisogno di un ministro. Guardi, io penso che, in questo momento, con il governo che c’è, gli scrittori e gli intellettuali di destra abbiano un’enorme occasione».
Quella di avere più spazio?
«No! Quella di potersi smarcare dalla politica.
Perché, vede: è vero che la maggior parte degli scrittori e degli intellettuali in questi decenni è stata di sinistra. Ma sono stati scrittori e intellettuali che hanno avuto spesso un rapporto molto duro con i partiti di riferimento: anche quando erano al governo. Dare addosso al Pd è stata una costante.
Invece, l’intellettuale di destra è più organico».
Ma non erano quelli del Pci, gli intellettuali organici?
«Appunto! Capisce il paradosso? Gli scrittori di destra di oggi sono come i comunisti anni Cinquanta. Ecco, io mi aspetto di vedere un intellettuale di destra che si mette ad attaccare il governo o un ministro. Sarebbe una svolta importante. Gli scrittori di destra dimostrino che la cultura vale più della politica. Azzardo: una vera pacificazione, nel mondo della cultura, non può che passare da qui».
Che cosa pensa di Fazio che lascia la Rai?
«Non conosco Fazio. Ma so che ha cercato di unire, in tv, la qualità con il gradimento del pubblico, e i risultati sono stati eccellenti. Io non mi scandalizzo per la lottizzazione in Rai: c’è sempre stata. Ma ora, via Fazio, devono trovare uno che faccia i suoi stessi ascolti. E non sarà facile».
Che cosa farà adesso Nicola Lagioia?
«Mi occuperò della rivista online che dirigo, lucysullacultura.com, e ho iniziato a scrivere un libro».
Tema?
«Non lo dico perché sono superstizioso: scrivo un libro ogni cinque-sei anni e quando comincio non so mai come va a finire. Ma, soprattutto, ora voglio tirare il fiato».
Qual è stato il momento più duro in questi sette anni?
«Quando è morto Alessandro Leogrande. Era un amico, aveva quarant’anni. Mi sono detto: ma che cosa sto facendo del mio tempo? Non si può vivere così».
Come sarà ora il tempo ritrovato?
«Farò grandi passeggiate per l’Esquilino, il rione dove abito: è un posto strano, ricco di gente strana. Poi mi piacerebbe tornare in Messico, dove sono stato con Chiara per la fiera di Guadalajara. Non so spiegarle perché, ma in Messico mi sono sentito invaso da una tale energia... Un fascino senza spiegazione. Un mistero. Quando ero a Città del Messico ho avuto la tentazione di non tornare più».
Città anche un po’ pericolosa, no?
«Sono cresciuto a Bari, so come muovermi».
Avrà pure anche qualche passione più banale. Il calcio?
«Non lo seguo più da quando le partite non si giocano più tutte lo stesso giorno alla stessa ora. Era un rito, l’hanno distrutto. Oggi sapere che cosa ha fatto il Bari è un riflesso pavloviano».
Lei e sua moglie Chiara siete molto amici di Michela Murgia. Come ha saputo della sua malattia?
«A Michela mi legano un grande affetto e una grande stima. Sono cose private, e non so quanto sia autorizzato a parlarne, anche se lei ha reso pubblica la sua condizione».
Farà una festa con la squadra del Salone?
«Probabilmente sì. Ma non so né dove né quando.
Sono stravolto e organizzare una festa sarebbe un’impresa. Guardi che questi sette anni non sono stati stressanti solo per le cose che ci siamo detti: è stress anche la preoccupazione che non capiti un incidente, che non si faccia male un bambino.
Dirigere un Salone del libro è prendersi anche queste responsabilità, che la gente non immagina».
MICHELE BRAMBILLA
La Repubblica, 24 maggio