“Reato universale”
quella formula ipocrita che
danneggiai bambini
C’è una sentenza della Corte costituzionale del 2017 dove troviamo scritto che la maternità surrogata “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”.
Si questionava della legittimità d’una norma che, a prima vista, sembrava ignorare l’interesse dei minori nel caso in cui il riconoscimento come figlio o figlia fosse contestato davanti al Tribunale perché non corrispondente alla verità biologica. Quell’affermazione in generale sulla maternità surrogata è davvero sorprendente, innanzitutto perché eccentrica (è inserita tra parentesi, come quando si coglie un’occasione per dire qualcosa di più, “già che ci siamo”). La Corte era chiamata a decidere su tutt’altro, cioè sul rilievo che l’interesse del minore deve assumere nelle decisioni che lo riguardano in quelle situazioni, non sull’accettabilità della maternità surrogata in quanto tale. In secondo luogo, è una affermazione sconcertante perché fa, come si dice, di ogni erba un fascio, quando si sa che sulla gravidanza accolta da una donna al posto di un’altra donna esiste e si deve fare una fondamentale distinzione. Una distinzione fondamentale perché supera le tante situazioni concrete che possono verificarsi e che creano, ciascuna, problemi particolari.
La distinzione fondamentale è la seguente. La “maternità surrogata” può derivare da un contratto di prestazione dietro un corrispettivo. È il caso volgarmente definito “utero in affitto”.
Ma può anche essere un atto gratuito di solidarietà umana di una donna nei confronti di persone, singole, coppie etero o omosessuali, quando incontrano problemi di fertilità, dalle quali essa non si aspetta di ricavare alcun vantaggio economico. Può sfuggire la differenza? E la si può ignorare nel modo di affrontare la questione della sua ammissibilità nell’un caso, quello a fine di lucro, e nell’altro caso, quello cosiddetto altruistico?
Il divieto dell’utero in affitto appare giustificato in quanto estrema barriera contro la riduzione d’ogni realtà dell’esistenza a merce commerciabile, compresa la vita e le sue componenti biologiche. Qualcosa resti “fuori commercio” per salvaguardare un valore che non deve misurarsi in denaro e anche per salvaguardare la dignità umana a un suo livello minimo: dignità della donna, innanzitutto, ma anche di coloro che le si accostano pronti a usare il suo corpo pagando.
Però, c’è un “però” che è da ipocriti ignorare. Il prezzo della surroga sul mercato è assai alto. Si dice che vari dai 20.000 ai 50.000 dollari. Sono somme enormi nei Paesi poverissimi dove vive parte delle donne che si prestano. Per loro e per i loro figli può essere l’occasione, se non del benessere, almeno della sopravvivenza. Chi si oppone a questa pratica in tutto “l’orbe terracqueo” in nome dei propri “sani” principi etici, considera questo aspetto della questione? Non c’è da scandalizzarsi anche, e forse di più, di fronte alla legge dell’ingiustizia che domina il mondo e costringe donne indigenti a vendere la più intima delle loro funzioni naturali? In India, uno dei Paesi dove la pratica è più diffusa, essa è stata legalizzata perfino attraverso una sentenza della Corte Suprema. Si può pensare che un possibile rimedio alla povertà estrema possa essere stroncato da un divieto?
Fin qui, la versione commerciale. Ma c’è la versione “altruistica”, ammessa in certe condizioni nella legislazione di vari Paesi, con regole spesso complicate. Il Canada è uno di questi (uno dei motivi di contrasto tra Trudeau e Meloni al G7 di Hiroshima?), alcuni Stati degli Stati Uniti, diversi Paesi dell’Unione Europea eccetera. Anche la Corte di Strasburgo ha aperto la via a un diritto disponibile ad accogliere le ragioni della maternità surrogata non commerciale. Il principio generale è che la donna, “la samaritana” che si presta alla surrogazione può essere soltanto rimborsata, ma non retribuita. Il bimbo nato potrà essere riconosciuto come figlio di coloro che l’hanno voluto attraverso questa pratica.
In sintesi: è piuttosto evidente l’analogia con la donazione di organi, ammessa e incentivata, e il commercio, vietato e punito con pene severe. In Italia, per la maternità surrogata, invece, non si fanno differenze: è vietata in ogni caso ed è punita con pene severe, pecuniarie e detentive. Il bimbo nato all’estero e registrato come figlio in Paesi dove la pratica è legale, nello stato civile italiano non potrà essere registrato come figlio di entrambi i genitori “intenzionali”, ma solo come figlio di quello genetico. Tutto ciò, si dice dai custodi delle tradizioni, deriva da un superiore principio di “ordine pubblico”: il contrasto al mercato della natalità. Ma, la maternità surrogata altruistica col “mercato” non centra affatto.
C’è poi, anzi soprattutto, da considerare il cosiddetto interesse del minore, vero e proprio caposaldo di tutta questa difficile materia. Una volta che sia venuto al mondo ancorché illegalmente, cioè in seguito a comportamenti vietati degli adulti, quale sarà, presumibilmente, il suo interesse?
Vedersi inserito nel nucleo famigliare che ha voluto promuovere la sua nascita, oppure essere considerato figlio della donna prestatasi alla surroga, la quale, in realtà, l’ha voluto non per accoglierlo ma per consegnarlo? Se non si realizza la consegna, sarà presumibilmente abbandonato e destinato a qualche “istituto” in uno di quei Paesi in cui nessuno di noi, possiamo immaginare, vorrebbe vivere.
Quando si dice, e purtroppo anche la Corte costituzionale l’ha detto implicitamente, che la protezione incondizionata di questo interesse del minore significherebbe “aprire” alla maternità surrogata, peggio che peggio all’utero in affitto, e che quindi lo si deve “bilanciare” tenendo conto “dell’elevato grado di disvalore che il nostro ordinamento riconnette alla surrogazione di maternità, vietata da apposita disposizione penale”, si cade in un corto circuito logico assai grave per una Corte costituzionale: “il male è tale perché è vietato” e non “è vietato perché è male”. Soprattutto si fa subire il male degli adulti a esseri innocenti, si fa pagare a loro “le colpe dei padri”, o qualcosa di simile. I bimbi comunque concepiti e messi al mondo non hanno chiesto nulla, sono totalmente innocenti. Il male sommo è quello inferto agli innocenti. Non hanno il diritto alla protezione più ampia possibile, compresa l’accoglienza a pieno titolo presso coloro che li hanno comunque voluti?
Oggi si parla di introdurre un “reato universale” per colpire qualunque forma di gravidanza surrogata.
Quale che sia il significato di questa formula pretenziosa che fa pensare a un legislatore, il nostro (!), capace di legiferare per l’universo intero; quali che possano essere le ricadute sulla giurisdizione penale italiana; quale che possa essere l’efficacia intimidatoria di una simile norma rispetto a fenomeni che riguardano il mondo globalizzato, resta insoluta la questione dei bambini.
La vera portata di tale “reato universale” è solo questa: la richiesta di trascrizione dallo stato civile straniero in quello italiano equivarrebbe a una autodenuncia. E i bambini?
Siamo, insomma, nel pieno di un guazzabuglio ipocrita. I “valori” sbandierati sono per lo più vani proclami identitari e si scontrano con il “mestiere di vivere” e le sue vicende. Lo scontro provoca dolori aggiuntivi.
S’interpella il legislatore, ma il legislatore non sa che cosa fare. E quel qualcosa sarà un beneficio o un maleficio. La Corte costituzionale ha più volte invocato una legge per uscire dalle difficoltà ch’essa stessa ha contribuito a creare. Nel 2021, ha promesso che, in mancanza, sarà lei stessa a intervenire alla prima occasione che le sarà presentata. Si aspetta, dunque, che qualcuno incorra in qualche sanzione, la impugni e da lì giunga di nuovo di fronte alla Corte. Che cosa essa saprà fare non sappiamo, ma sarà interessante vedere.
GUSTAVO ZAGREBELSKY
Repubblica, 25/05/2023