martedì 16 maggio 2023

“Qui non siamo malati ma persone”

 Nella casa dove si impara a vivere

 

TRIESTE — Ciò che colpisce, subito, è la cura dei giardini. I fiori, i vialetti ordinati, la quiete. Il suono della primavera. I nomi sui campanelli e sul citofono. «Sembra nulla, invece per una persona con sofferenza mentale avere il proprio cognome sulla porta di casa è qualcosa di enorme. Vuol dire esistere». Roberto Colapietro, ex infermiere psichiatrico, i capelli bianchi, una vita spesa nel sostegno dei più fragili, sorride, spiega e racconta. Opicina, Trieste, case Ater. Qui abitano, ognuno nel proprio appartamento, Maria, Giacomo, Loretta, Adriana, Giulio, Silvana, Serena, Rocco, Massimo. Hanno storie gravissime di malattia mentale e disagio sociale. Alcol, droghe, doppie diagnosi. Vite ferite e segnate. Altrove sarebbero scarti, qui sono persone. Autonome. Libere.

Esempio concreto di ciò che lo psichiatra Franco Basaglia voleva e sperava chiudendo i manicomi, quando Trieste per la prima volta liberò i pazienti reclusi nei reparti della follia. Sette case popolari, più una “casa madre” dove si danno il cambio sei operatori della “Cooperativa lavoratori uniti Franco Basaglia”, responsabili del progetto “Abitare innovativo”. Odore di caffè e torta al limone.

Adriana che vive con Loretta ci apre le porte del suo lindo appartamento.

Salotto con angolo cottura, due camere da letto, il bagno e il giardino. «Vedi com’è pulito? Faccio tutto io. Loretta è più disordinata.

Guarda questa foto: è un nostro amico, viveva qui, è morto un po’ di tempo fa. Parliamo, dammi la mano, in giardino ci sono i fiori, è bello no?». Sì, è bello, soprattutto la magnolia che fa ombra al dondolo, soprattutto la dignità di queste vite.

Passano mano nella mano. Giulio e Silvana. Aggrappati l’uno all’altra.

Vanno a fare la spesa, a prendere un gelato. Arturo Rippa, psicologo: «Era una coppia che viveva separata da anni, non avevano mai avuto un luogo dove stare insieme, entrambi hanno una condizione pesante di sofferenza mentale e disagio sociale. Quando Silvana è venuta ad abitare qui, Giulio l’ha raggiunta e l’unione è diventata terapeutica per entrambi». Angoscia e panico che si stemperano nell’abbraccio. Tra Adriana e Loretta si è creato, invece, un rapporto «madre-figlia che fa bene a tutte e due», racconta Marijana Mussic, responsabile del settore salute mentale della Cooperativa lavoratori uniti, fondata nel 1972 da Basaglia con i primi ex degenti del manicomio. La sfida è l’autonomia. Alzarsi la mattina. Passeggiare nel quartiere. Pulire la casa. Ritrovare affetti perduti, famiglie negate. Prendere l’autobus. Né Adriana né tutti gli altri guariranno. «Ma l’obiettivo», spiega Rippa, «è che nella loro condizione possano stare sempre meglio: i farmaci ci sono, certo, gli operatori sono presenti, ma ciò che cura è la vita, essere persone non soltanto dei malati». È la cura Basaglia. I matti che vivono accanto ai sani. Con il piacere di mangiare insieme, il diritto di amare, di piangere, anche, con il conforto di qualcuno. «E il dovere, altrettanto terapeutico, di prendersi cura di sé», aggiunge Roberto Colapietro, «questo vuol dire salute mentale, oltre la psichiatria, fuori dalle residenze, in sinergia con la città». Una goccia nel mare, forse. Chissà se altrove esportabile. Le case popolari, gli operatori 24 ore su 24, i budget di cura e le borse lavoro. Il laboratorio Trieste. I cui fondi sono però sempre più esigui. Marjana Mussic gli ospiti li conosce bene tutti. «L’autonomia ha significato per alcuni di loro un drastico calo di accessi al pronto soccorso, di crisi acute, di ricoveri, per Giacomo abbiamo potuto sperimentare anche la diminuzione dei farmaci. Quindi un risparmio per il servizio sanitario nazionale». Adriana si affaccia per salutare. Ha 50 anni ma ne dimostra di più. La sofferenza mentale invecchia. «Sabato cosa si mangia?». Marijana traduce: «Il sabato c’è il pranzo collettivo, la maggioranza ha deciso: pizza. Noi operatori — sorride Marijana — ci adeguiamo». M. N. D. L.

 

La Repubblica, 13 maggio