Se Lega e Fratelli d'Italia tradiscono le donne
Si è resa conto la prima donna premier della storia italiana che mentre lei presiedeva l'ennesimo dei vertici intergovernativi tutti rigorosamente maschili il suo partito si asteneva durante il voto a Bruxelles per l'adesione dell'Unione europea alla Convenzione di Istanbul, l'unico strumento internazionale giuridicamente vincolante contro la violenza domestica? Sapeva Giorgia Meloni che mercoledì la maggioranza degli eurodeputati di FdI e del Carroccio sarebbero rimasti in silenzio o addirittura, come le leghiste Alessandra Basso e Susanna Ceccardi, avrebbero opposto un fiero no alle tre P che costituiscono l'architettura del sistema di tutela della donna, Prevenzione, Promozione e Punizione?
Sì, perché ieri Fratelli d'Italia ha spiegato la propria scivolosa posizione con una cavillosa questione di merito - la ratifica a maggioranza qualificata che ha silenziato le obiezioni degli alleati polacchi e ungheresi - ma, soprattutto, con la necessità politica di respingere questo ulteriore presunto assalto alla famiglia tradizionale da parte delle sinistre arcobaleno. Guerra preventiva, insomma. Peccato che, per quanto si spulcino riga per riga i ventisette fogli della Convenzione, firmata a suo tempo da 45 Paesi membri del Consiglio d'Europa e ratificata poi da 34 Stati compresa l'Italia, non ci sia traccia di quella famigerata "ideologia gender" la cui sfida insidiosa quanto impercettibile toglie il sonno a Giorgia Meloni. Neppure una parola, ammesso e non concesso che pure quella minaccia fluidificante esista.
Da tempo il campo ultraconservatore, antifemminista, antiabortista e contrario ai diritti Lgbt+ identifica nella Convenzione una sorta di cavallo di Troia per scardinare le ultime resistenze culturali alla infaticabile offensiva gender. In Europa e fuori. Tanto che due anni fa la Turchia di Recep Tayyp Erdogan, dopo aver spedito la polizia anti-sommossa a caricare una parata del Gay Pride, si è ritirata dalla Convenzione, firmata proprio a Istanbul nel 2011, denunciandone il rischio di "normalizzare l'omosessualità". Nientepopodimeno.
Intanto, in Italia, viene ammazzata una donna ogni tre giorni. Spesso, troppo spesso, in casa propria.
Si è resa conto la premier Giorgia Meloni del messaggio inviato dai suoi riluttanti eurocolleghi solo per mettere una bandierina ideologica? Una bandierina piccola piccola, perché la Convenzione, assai meno trasversalmente divisiva della gestazione per altri, è stata comunque approvata a stragrande maggioranza (472 voti a favore, 62 contrari e 73 astenuti). Ne valeva la pena? Ci sono le elezioni europee del prossimo anno, certo. Di questi tempi qualsiasi dichiarazione va letta alla luce della grande sfida per l'egemonia culturale sul vecchio continente. E gli alleati di Fratelli d'Italia, dalla Polonia all'Ungheria fino alla Repubblica Ceca del premier sovranista Petr Fiala, non vogliono restare scoperti sul fronte dei valori. E però: quali valori? Ma soprattutto, fino a che punto si può tornare indietro nella scala dei valori costruendo nemici inesistenti? Perché indebolire la battaglia internazionale contro la violenza sulle donne pretendendo di proteggerle s'iscrive quasi più al metodo Erdogan che a quello Orban. Lo stesso Erdogan la cui sorte politica, dopo vent'anni di dominio assoluto, sarà determinata domenica dall'angolo buio della visuale maschile, sorelle, mogli, madri, figlie: le elettrici emancipate da Ataturk, la spina nel fianco del sogno neo-ottomano.
Ha perso un'occasione importante la prima donna premier della storia italiana, schierando o non disarmando il suo partito contro la Convenzione di Istanbul, uno scudo giuridico per proteggerci, tutte. Ci vuole coraggio a dire no ai propri uomini.
Francesca Paci
La Stampa, 12 maggio