giovedì 15 giugno 2023

MORTI SUL LAVORO

 UN ABISSO INDEGNO DI UN PAESE CIVILE

Chiara Saraceno
La Stampa 14/6

Altri sei morti sul lavoro ieri, pochi giorni dal rapporto Inail sul primo quadrimestre che denunciava una situazione allarmante: 264 le vittime rilevate da gennaio ad aprile, con una media di oltre 66 decessi al mese e più di 15 alla settimana. È passato un altro mese e mezzo e il numero dei morti a questo ritmo sarà salito di un altro centinaio.
E si tratta solo delle morti sul lavoro "ufficiali", cui vanno aggiunte quelle non denunciate perché avvengono nell'economia informale, ove ai morti viene anche negata la qualifica di lavoratori. Centinaia di vite spezzate e famiglie infrante ogni anno senza un perché e senza lasciare tracce nella coscienza collettiva, salvo la fuggevole e presto dimenticata emozione suscitata da un caso particolare, come quello della giovane e bella mamma la cui vita venne tranciata, letteralmente, un anno fa da una macchina cui era stata tolta la sicura, per impedire che si fermasse e rallentasse il lavoro.
Una ecatombe silenziosa che solo la pandemia aveva rallentato, ma che è ripresa ed anzi è accelerata non appena si è tornati alla normalità. Una normalità, appunto, di cui sembra far parte stabilmente anche il rischio di morire, soprattutto se si è lavoratori manuali, specializzati o meno, nell'industria, nelle costruzioni, in agricoltura.
Al punto che quasi non fanno più notizia, al più un breve trafiletto di agenzia. I sei morti di oggi, ad esempio, non hanno avuto neppure una menzione nei telegiornali, tutti concentrati su un unico morto illustre, Silvio Berlusconi.
Il lavoro manuale in Italia continua ad essere troppo spesso una occupazione a rischio di incidenti, spesso mortali, per inosservanza delle norme di sicurezza da parte dei datori di lavoro per accelerare la produzione, per inadeguata formazione dei lavoratori vuoi rispetto al lavoro da fare, vuoi rispetto alle condizioni di sicurezza, o ad entrambe le cose, per l'insufficienza dei controlli e del personale che dovrebbe effettuarsi.
Si discute della grande fuga da occupazioni che non remunerato abbastanza, non offrono abbastanza riconoscimento, non lasciano abbastanza tempo per la vita. Ma che dire di chi, senza fare una professione istituzionalmente rischiosa – il poliziotto o carabiniere, il soldato sui fronti di guerra – quando va al lavoro non sa se tornerà vivo? Un Paese civile non può permettere che per troppi lavoratori e lavoratrici il lavoro costituisca un rischio mortale.
Le rituali parole di sdegno e condanna non servono neppure di conforto se lasciano il tempo che trovano e si continua a non investire in sicurezza, controlli, formazione ed anzi si proclama che qualsiasi lavoro, a qualsiasi condizione è meglio di niente. Di quel «meglio di niente» troppi lasciano la vita. —