Da cattolica vi dico: omelia sbagliata
Lucetta Scarafia
La Stampa 15/6
Immagino che molti italiani abbiano seguito ieri, davanti al televisore, quello che era indubbiamente l'avvenimento del giorno: i funerali di Silvio Berlusconi. Non voglio però parlare del controverso tema dei funerali di Stato, e neppure delle toilette delle numerose signore presenti, né delle loro lacrime, e neppure di Silvio Berlusconi. Ma della cerimonia funebre, tenutasi in un luogo antico e importante come il Duomo di Milano, e in particolare del discorso dell'arcivescovo Delpini, al quale è seguito un applauso, mentre il prelato annuiva soddisfatto.
Che Berlusconi sia stato anche un uomo di spettacolo non giustifica la pioggia di applausi che ha segnato il rito. Applaudire ai funerali è un'orribile abitudine che si è diffusa a imitazione degli show televisivi, ma gli applausi sono in genere destinati al morto. In questo caso è stata applaudita l'omelia, ma molto di rado si applaude un'omelia, che è una riflessione, non uno spettacolo. E per di più, in questo caso, gli applausi sono stati mal riposti perché l'omelia era brutta, intessuta di banalità: si vive, si ama e si cerca di essere amati, di essere contenti e – trattandosi di un uomo d'affari – di fare ovviamente buoni affari.
Che il defunto fosse una personalità importante, anzi ingombrante, controversa, che si dichiarava cattolica e credente, ma poi smentiva questa dichiarazione con molti comportamenti: di tutto questo non valeva la pena parlare. E così anche in questo funerale si è ripetuto quello che avviene in quasi tutti i funerali: i celebranti non parlano mai della morte e non affrontano il tema del destino di una vita umana, che al momento del suo venir meno appare in tutta la sua grandezza e la sua miseria. Non toccano il tema bruciante del giudizio divino, al quale ormai nessuno pensa più, né si mettono di fronte al mistero della morte della persona che giace davanti a noi, mistero che è anche il nostro destino. No, niente di tutto questo: meglio stare allegri, amare ed essere contenti, finché si può, e sorvolare sugli argomenti che rattristano.
Ma il cristianesimo è nato e si è diffuso proprio perché era una buona novella relativa alla morte, a ciò che essa significa: la premessa della grande speranza. Cristo risorto – dicono le Scritture – aveva vinto la morte anche per noi, che avremmo potuto raggiungerlo. La morte non era più fonte di terrore, ma possibilità di incontro, personale e vero, con il Salvatore che con il proprio sacrificio l'aveva sconfitta. Ma monsignor Delpini ha deciso di non avventurarsi su questi temi desueti e di imboccare piuttosto il tema dell'obituary di taglio televisivo, come gli applausi hanno confermato. Ha così tracciato una via di fuga dal pensiero della morte per tutti i presenti, dando lui stesso per primo l'esempio. Solo il morto, ormai muto, rimaneva lì a testimoniare che qualcosa in questa celebrazione non tornava. Al suo mistero, al mistero di ogni morte, richiamavano invece i canti bellissimi e tristi, che possiamo immaginare non siano stati scelti dal prelato, che avrebbe forse preferito melodie meno funebri.
Molti penseranno che Berlusconi si meritava un'omelia simile. Io no: ogni morte richiede rispetto, innanzi tutto silenzio, meditazione. Anche la sua. —
Immagino che molti italiani abbiano seguito ieri, davanti al televisore, quello che era indubbiamente l'avvenimento del giorno: i funerali di Silvio Berlusconi. Non voglio però parlare del controverso tema dei funerali di Stato, e neppure delle toilette delle numerose signore presenti, né delle loro lacrime, e neppure di Silvio Berlusconi. Ma della cerimonia funebre, tenutasi in un luogo antico e importante come il Duomo di Milano, e in particolare del discorso dell'arcivescovo Delpini, al quale è seguito un applauso, mentre il prelato annuiva soddisfatto.
Che Berlusconi sia stato anche un uomo di spettacolo non giustifica la pioggia di applausi che ha segnato il rito. Applaudire ai funerali è un'orribile abitudine che si è diffusa a imitazione degli show televisivi, ma gli applausi sono in genere destinati al morto. In questo caso è stata applaudita l'omelia, ma molto di rado si applaude un'omelia, che è una riflessione, non uno spettacolo. E per di più, in questo caso, gli applausi sono stati mal riposti perché l'omelia era brutta, intessuta di banalità: si vive, si ama e si cerca di essere amati, di essere contenti e – trattandosi di un uomo d'affari – di fare ovviamente buoni affari.
Che il defunto fosse una personalità importante, anzi ingombrante, controversa, che si dichiarava cattolica e credente, ma poi smentiva questa dichiarazione con molti comportamenti: di tutto questo non valeva la pena parlare. E così anche in questo funerale si è ripetuto quello che avviene in quasi tutti i funerali: i celebranti non parlano mai della morte e non affrontano il tema del destino di una vita umana, che al momento del suo venir meno appare in tutta la sua grandezza e la sua miseria. Non toccano il tema bruciante del giudizio divino, al quale ormai nessuno pensa più, né si mettono di fronte al mistero della morte della persona che giace davanti a noi, mistero che è anche il nostro destino. No, niente di tutto questo: meglio stare allegri, amare ed essere contenti, finché si può, e sorvolare sugli argomenti che rattristano.
Ma il cristianesimo è nato e si è diffuso proprio perché era una buona novella relativa alla morte, a ciò che essa significa: la premessa della grande speranza. Cristo risorto – dicono le Scritture – aveva vinto la morte anche per noi, che avremmo potuto raggiungerlo. La morte non era più fonte di terrore, ma possibilità di incontro, personale e vero, con il Salvatore che con il proprio sacrificio l'aveva sconfitta. Ma monsignor Delpini ha deciso di non avventurarsi su questi temi desueti e di imboccare piuttosto il tema dell'obituary di taglio televisivo, come gli applausi hanno confermato. Ha così tracciato una via di fuga dal pensiero della morte per tutti i presenti, dando lui stesso per primo l'esempio. Solo il morto, ormai muto, rimaneva lì a testimoniare che qualcosa in questa celebrazione non tornava. Al suo mistero, al mistero di ogni morte, richiamavano invece i canti bellissimi e tristi, che possiamo immaginare non siano stati scelti dal prelato, che avrebbe forse preferito melodie meno funebri.
Molti penseranno che Berlusconi si meritava un'omelia simile. Io no: ogni morte richiede rispetto, innanzi tutto silenzio, meditazione. Anche la sua. —