domenica 2 luglio 2023

VOCE

Marco Campedelli

 

Voce è una parola breve, come un soffio. È il suono. È respiro che si fa parola. Urlo, bisbiglio, canto, può esprimere la gamma dei sentimenti: dal dolore più intenso al più appassionato amore. Trema, si estende, si espande, ci manca, quella dell'altro soprattutto. Ha un timbro. Dice la persona. Si accorda, come uno strumento musicale. È in fondo lo strumento musicale più antico, più emozionante. "Alzare la voce" può essere sinonimo di giustizia, quando si rompe il velo dell'omertà. "Far sentire la propria voce" significa non rinunciare a dire la propria parola sulle cose, sul mondo. La voce dice, nomina le cose. E le cose sono chiamate dalla voce. Riconosciute. La voce ci chiama. A casa quando siamo lontani da noi stessi e cerchiamo la dimora perduta. Fuori, quando siamo nascosti nella tana del nostro disincanto e sprofondiamo nel buco oscuro di noi. La nostra, l'ascoltiamo da dentro. Risuona, ci accompagna. È la nostra colonna sonora. Quella dell'altro, l'ascoltiamo entrarci negli orecchi ora come un grido, ora come un canto. Ci sono voci che si depositano poi dentro di noi: sono quelle che ci hanno chiamato, svegliato, scosso, consolato: Le "voci di dentro", le chiamava Eduardo. La "voce dei morti" è la più misteriosa. Essendo respiro, morendo si ferma, evapora. O ritorna nell'aria, nell'immensa galassia celeste. Ma noi continuiamo a sentirla, come un disco inciso nell'anima. E talora ci chiama ancora, ci sveglia, ci consola. Di Dio si dice che la sua voce sia il tuono, ma più ancora il «mormorio leggero del vento». Ci sono voci dentro il mare che gridano. Il Mediterraneo è un silenzioso concerto di Voci. La voce sono le storie. Quelle al plurale che salgono dalle strade. Hanno il potere di non rendere anonima la vita. Le storie più antiche, ma in fondo tutte le storie, all'inizio sono voce, canto, suono. Orali si chiamano, perché sono bocca. Prima che mano, scrittura. Aedi, rapsodi, trovatori, menestrelli, bardi, griot... hanno cantato le storie. Al plurale. La "Storia" si tende a scriverla, magari in modo univoco. Per secoli secondo una scrittura patriarcale. Le storie invece sono voce, sempre plurali. Alla "Storia" ufficiale spesso mancano le storie. Tolte, silenziate, azzittite. Todarov ci ha insegnato che una storia che si chiama "Scoperta dell'America" diventa "Conquista dell'America" se si cambia orecchio per ascoltare, bocca per raccontare. La voce dei vincitori è stata scritta sulla pietra, gridata nei cannoni. Quella dei vinti bussa la notte alla porta del mondo e chiede di entrare, di dire la propria storia inversa, capovolta. Si dice anche "la voce della coscienza". Sembra l'ultima chiamata che ci nasce dentro e ci risveglia, ci rialza in piedi. "Unire le voci" è sinonimo di protesta, di rottura di silenzi complici. Voce è un canto politico, di lotta. È canzone. È Bella ciao. È Resistenza. È un suono originario, arcano che ci portiamo dentro. È il segnale radio lanciato nel futuro. Una sera, tornando in treno, leggevo Buchi bianchi del fisico Carlo Rovelli. Verso la fine scrive: «Il senso della vita, secondo un anziano sioux, è rivolgersi con un canto a tutte le cose che incontriamo»... Poi chiosa: «Questo è il mio canto ai buchi bianchi». Mentre leggevo, una telefonata mi ha raggiunto. Un amico, Ferruccio, era morto. Tra le galassie, la voce delle stelle e la morte del mio amico c'era, lo sentivo, una profonda, intima relazione. Ferruccio Filpazzi era un Cantastorie. Aveva fatto della voce la sua vita. Aveva raccontato storie. Le aveva cantate. Ne aveva fatto Teatro, letteratura.

Quando muore un poeta si spegne una stella. Ferruccio era un Maestro di Voci. Le scopriva, le "tirava fuori", perché nessuno fosse più anonimo. Le sapeva accordare. Delle voci aveva fatto il suo campionario poetico. Ha insegnato che nulla più della voce contiene la protesta più formidabile contro tutto ciò che è disumano. La voce dei morti è il suono lasciato in eredità ai vivi. Talora la voce dei morti è più viva dei vivi. E graffia le pareti del cervello. È il battito del cuore che ci manca. Quando muore un Cantastorie anche gli alberi piangono.

Raccogliere le voci, annaffiarle ogni mattina. E poi lanciarle in alto verso le stelle: è il nostro compito. Perché la Terra non muoia.

 

Adista, 22 aprile