Sant’uffizio Neppure Francesco ha riabilitato Buonaiuti, il modernista contro la casta clericale
Il Fatto Quotidiano
7 Aug 2023
FABRIZIO D’ESPOSITO
Papa Francesco regna da un decennio ma la sua Chiesa riformista o rivoluzionaria ancora non riabilita don Ernesto Buonaiuti (1881-1946), uno dei maggiori esponenti di quel famigerato modernismo d’inizio Novecento che venne condannato come “sentina di tutte le eresie” da Pio X nel 1907 con l’enciclica Pascendi Dominici gregis.
Alcuni tratti della sua visione profetica e anti-dogmatica del cristianesimo riemersero mezzo secolo dopo nel dibattito del Concilio Vaticano II (Buonaiuti e papa Roncalli furono peraltro compagni di studi) e nel 2014 c’è stato pure un appello per la sua riabilitazione promosso da “Noi siamo Chiesa”, movimento conciliare e riformista, rimasto sinora inascoltato. Ma su Buonaiuti incombe ancora un’ufficiale damnatio memoriae. Annota lo studioso Pietro Urciuoli: “Oggi la Chiesa cattolica ha accolto molte delle sue istanze ma non ha accolto lui e difficilmente lo farà. Il paradosso è solo apparente. Accogliere le sue istanze è stato un processo sostanzialmente indolore per la Chiesa cattolica, consistendo in una graduale convalida di argomentazioni di natura storica, metodologica, teologica o filosofica la cui risalenza nel tempo consentiva di dissimularne l’effettiva paternità. Accogliere lui comporterebbe invece una preventiva ed esplicita richiesta di perdono”.
Buonaiuti infatti fu perseguitato senza misericordia dalla Chiesa e non solo: già colpito da una scomunica expresse vitandus (la peggiore: venne dichiarato inavvicinabile, cioè da evitare), nel 1931 perse a Roma la cattedra universitaria di Storia del cristianesimo ché fu uno dei dodici accademici italiani che rifiutarono di giurare fedeltà al Duce. Quando poi il regime cadde, la cattedra non gli venne restituita per via dell’articolo 5 del Concordato tra Stato e Chiesa del 1929, inserito appositamente contro di lui. Una norma ad personam che impediva agli scomunicati di avere posti statali a contatto col pubblico. E quando morì nel 1946 gli venne negata la sepoltura ecclesiastica.
IL TESTO di Urciuoli è parte di un ricco e denso apparato introduttivo della nuova edizione del libro più importante di Buonaiuti, pubblicato la prima volta nel 1932: La Chiesa Romana (Gabrielli Editori; I-XLIV, 108 pagine; 17 euro). La prefazione è di Gilberto Squizzato, giornalista, regista e cultore di studi biblici mentre un altro saggio è firmato da Vittorio Bellavite, curatore con Urciuoli di questa edizione. Bellavite è morto nell’aprile scorso: protagonista per decenni del “dissenso cattolico” dei movimenti di base è stato poi coordinatore di “Noi siamo Chiesa”.
Assertore di un metodo storico che accompagni il messaggio evangelico nei tempi che mutano, Buonaiuti con La Chiesa Cattolica demolisce la gabbia teologica in cui gli scolastici aristotelici hanno rinchiuso come dogma l’esistenza di Dio. Un connubio forzato tra fede e ragione rinnovato anche da san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e che nel corso dei secoli ha consolidato in Vaticano il potere di una casta clericale e maschilista e che è qualcosa di “completamente difforme dalla libera e spontanea effusione dello Spirito in grembo alle comunità della primitiva disseminazione cristiana”
Papa Francesco regna da un decennio ma la sua Chiesa riformista o rivoluzionaria ancora non riabilita don Ernesto Buonaiuti (1881-1946), uno dei maggiori esponenti di quel famigerato modernismo d’inizio Novecento che venne condannato come “sentina di tutte le eresie” da Pio X nel 1907 con l’enciclica Pascendi Dominici gregis.
Alcuni tratti della sua visione profetica e anti-dogmatica del cristianesimo riemersero mezzo secolo dopo nel dibattito del Concilio Vaticano II (Buonaiuti e papa Roncalli furono peraltro compagni di studi) e nel 2014 c’è stato pure un appello per la sua riabilitazione promosso da “Noi siamo Chiesa”, movimento conciliare e riformista, rimasto sinora inascoltato. Ma su Buonaiuti incombe ancora un’ufficiale damnatio memoriae. Annota lo studioso Pietro Urciuoli: “Oggi la Chiesa cattolica ha accolto molte delle sue istanze ma non ha accolto lui e difficilmente lo farà. Il paradosso è solo apparente. Accogliere le sue istanze è stato un processo sostanzialmente indolore per la Chiesa cattolica, consistendo in una graduale convalida di argomentazioni di natura storica, metodologica, teologica o filosofica la cui risalenza nel tempo consentiva di dissimularne l’effettiva paternità. Accogliere lui comporterebbe invece una preventiva ed esplicita richiesta di perdono”.
Buonaiuti infatti fu perseguitato senza misericordia dalla Chiesa e non solo: già colpito da una scomunica expresse vitandus (la peggiore: venne dichiarato inavvicinabile, cioè da evitare), nel 1931 perse a Roma la cattedra universitaria di Storia del cristianesimo ché fu uno dei dodici accademici italiani che rifiutarono di giurare fedeltà al Duce. Quando poi il regime cadde, la cattedra non gli venne restituita per via dell’articolo 5 del Concordato tra Stato e Chiesa del 1929, inserito appositamente contro di lui. Una norma ad personam che impediva agli scomunicati di avere posti statali a contatto col pubblico. E quando morì nel 1946 gli venne negata la sepoltura ecclesiastica.
IL TESTO di Urciuoli è parte di un ricco e denso apparato introduttivo della nuova edizione del libro più importante di Buonaiuti, pubblicato la prima volta nel 1932: La Chiesa Romana (Gabrielli Editori; I-XLIV, 108 pagine; 17 euro). La prefazione è di Gilberto Squizzato, giornalista, regista e cultore di studi biblici mentre un altro saggio è firmato da Vittorio Bellavite, curatore con Urciuoli di questa edizione. Bellavite è morto nell’aprile scorso: protagonista per decenni del “dissenso cattolico” dei movimenti di base è stato poi coordinatore di “Noi siamo Chiesa”.
Assertore di un metodo storico che accompagni il messaggio evangelico nei tempi che mutano, Buonaiuti con La Chiesa Cattolica demolisce la gabbia teologica in cui gli scolastici aristotelici hanno rinchiuso come dogma l’esistenza di Dio. Un connubio forzato tra fede e ragione rinnovato anche da san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e che nel corso dei secoli ha consolidato in Vaticano il potere di una casta clericale e maschilista e che è qualcosa di “completamente difforme dalla libera e spontanea effusione dello Spirito in grembo alle comunità della primitiva disseminazione cristiana”