venerdì 25 agosto 2023

POETA

 Adista - 5 agosto 2023


POETA
di Marco Campedelli

“Scusi che lavoro fa lei?” “Ingegnere” “Ah, però!”. Anche se dici “medico” l’altro ti
conferma “bene, giusto”. Se dici “Informatico” ottieni consenso, oggi. Se dici “maestro”
fai una capriola all’indietro sui primi passi delle tue parole. Ma se uno, una, risponde
“poeta”… “Ohhhh, però…”: stupore misto a imbarazzo. 
Poi con uno sguardo obliquo
controlla se hai i calzìni spaiati. Perché i poeti ne hanno uno differente dall’altro,
nell’immaginario collettivo. Poeta non è una professione. Si, anche, per alcuni lo è.
Però non come per i critici della poesia, che invece i calzini li hanno sempre simmetrici
e uguali. Perfetti. E sono professionisti di professione.
Poeta è un modo di essere, si potrebbe dire, di pensare, se questo non suonasse
vagamente retorico. Abitano la terra, sembra scontato dirlo, “poeticamente”. Lo ha
detto Hölderlin, rinchiuso come un matto nella torre di Tubinga. I poeti sono difficili da
descrivere. Sono come un paesaggio, stratificato, semplice e al contempo complesso.
Hanno il candore bambino, giocoso di Vivian Lamarque e il suo L’amore da vecchia, la
visionarietà di Alda Merini, del suo corpo in festa. Ma hanno anche la resistenza di Izet
Sarajli?, che durante la guerra a Sarajevo faceva la fila del pane, come tutti. Perché
un poeta rimane, non scappa. È fedele alla terra.
I poeti hanno l’ironia spiazzante, il pensiero impertinente di Wislawa Szymborska, che
la poesia la declina per ogni situazione (“Ad alcuni piace la poesia”). I poeti feriscono
con i loro versi, e sono feriti dalla luce. Nazim Hikmet, Pier Paolo Pasolini, Anna
Achmatova, Pablo Neruda… i poeti hanno parole segrete, che si allargano come
orizzonti, profonde come certi mari. Eppure si condensano nel quadro appeso alla tua
parete di casa. Negli occhi di lei, nel suo ritratto sottovetro in una cornice d’argento,
come in Sostiene Pereira.
Almeno un poeta ci sia per ogni monastero, grida Turoldo alle chiese che non cantano più.
I poeti non sono animali selvatici, o “strani” come si dice. Sono più strani gli idraulici, o i
meccanici di biciclette. Che non si trovano più.
C’è bisogno di poeti per uscire dai labirinti e sgusciare tra gli specchi, insegna Borges.
I poeti ti danno il suono della lingua materna, perduta, le parole-paesaggio di Andrea
Zanzotto, quelle “cantate” di Tonino Guerra, la zogia piena di Biagio Marin.
I poeti sono allergici alla banalità, per questo non se ne vedono in giro. Ma basta
scavare profondo, nella terra del tuo giardino, tra l’ape e la rosa , eccoli lì, in attesa.
Non tutti sono poeti, certo, ma nemmeno ingegneri, idraulici, meccanici di biciclette.
Se incontri un poeta, oltre a guardare la simmetria dei calzini, sporgiti sull’argine dei
suoi occhi, specchiati, pettinati… fatti bello.
Ma soprattutto fatti dare la parola segreta che ti manca. Poi la pianti nel tuo orto e la
annaffi ogni mattina al bordo dalla tazzina del caffè.
E cresce, la poesia cresce intorno, nell’aria, e dentro …
Poi arriverà un tempo …
“Scusi che lavoro fa lei”?
“Dice a me…? Il poeta”.