....Chi progetta spazi non può affrontare la questione della bellezza senza essere consapevoli del suo diretto rapporto con la giustizia. Tra queste due esigenze c'è un legame che non può essere disgiunto e ciò che è bello, se vuole essere etico oltre che cosmetico, non può prescindere dalla tensione costante a essere anche giusto.
Se quello che definiamo bello nelle nostre città viene in realtà dall'accettazione dell'ingiustizia come elemento strutturale dello stare insieme moderno, reiterare quel tipo di bellezza significa progettare ancora le promesse perché sorgano ulteriori luoghi di emarginazione. Ricominciare a pensare in termini di bellezza e giustizia degli spazi umani significa anche tornare a prendersi cura dei luoghi marginali che ci sono ora, che abbiamo ereditato e creato e non possiamo abbattere, ma di cui dobbiamo ridefinire l'ossatura, affinché quello squilibrio dei pieni e vuoti non continui a determinare lo squilibrio totale sociale tra persone di serie A e persone di serie B".
Michela Murgia, Futuro interiore, Einaudi Ed. pag.61