PRIMA PARTE: Il Niger e il neocolonialismo europeo in Africa: sul futuro di un’illusione
Approfondimento di Eusebio Filopatro
PARTE SECONDA
Il “vaso di Pandora”
Nel primo articolo ho riassunto alcuni dei principali problemi economici, di sicurezza e di corruzione antidemocratica che hanno portato al golpe in Niger, oltre a richiamere lo strapotere coloniale occidentale e in particolare francese e il suo esercizio iniquo, il quale ha imposto ai nigerini condizioni inaccettabili e insopportabili nell’ambito dell’estrazione e commercio dell’uranio e non solo.
In questa seconda parte rifletterò invece sulle prospettive del paventato intervento militare da parte dell’ECOWAS: sul perché paia irrazionale e, nel caso si concretizzi, potenzialmente disastroso.
La premessa necessaria a questo ragionamento è la considerazione delle capacità dei golpisti e del loro sostegno popolare, secondo quanto possiamo desumere dalla dinamica e dagli sviluppi del colpo di stato.
Tecnica del colpo di stato
Il rivolgimento nigerino è stato inizialmente presentato dai media occidentali come l’abborracciata protesta personale del capo della Guardia Presidenziale, Abdourahamane Tchiani, contro il suo licenziamento. Secondo un copione che abbiamo sentito raccontare su tutt’altri scenari, le “fonti militari citate dalla stampa francese” parlavano inizialmente “di un «ammutinamento» e di «richieste corporative su bonus e le carriere di alcuni soldati»”.
Questa ricostruzione stravagante, volta forse a minimizzare l’accaduto e a screditare i golpisti, potrebbe essere stata alimentata dagli stessi con buone ragioni. Infatti l’esercito nigerino si è inizialmente dichiarato contrario, salvo poi cambiare completamente e repentinamente posizione – o, a seconda delle interpretazioni, gettare la maschera – non appena la presa del potere è stata consolidata ed è stato scongiurato il pericolo di un precoce intervento esterno.
Tchiani è emerso quasi immediatamente come figura di riferimento del nuovo corso, e sebbene le caricature personalistiche non aiutino la comprensione, il personaggio esemplifica in qualche modo l’operazione nigerina, analogamente a quanto Meloni o Biden sono emblematici dei relativi establishment.
Tchiani è un esperto militare quasi sessantenne che, lavorando dal 2011 nella Guardia Presidenziale, ha sventato almeno 3 tentativi di putsch.
Ha ricevuto un addestramento e una formazione d’élites e internazionali, tra Sénégal, Francia, Marocco, Mali e Stati Uniti. Nel 1989, è stato decorato con una medaglia per essere giunto per primo in soccorso delle vittime di un disastro aereo nella zona di Bilma.
Ha partecipato a missioni delle Nazioni Unite in Costa d’Avorio, nel Darfur Sudanese, e nella Repubblica Democratica del Congo. Ha servito in una missione dell’ECOWAS/CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) in Costa d’Avorio, e in una task force internazionale con truppe da Niger, Chad, Nigeria e Camerun nel contrasto ai guerriglieri islamisti di Boko Haram (alcune fonti: RFI, France24 e la BBC.) France24 descrive la Guardia Presidenziale come una forza di 700 uomini, armata di tutto punto con strumenti modernissimi.
Oltre alla cattura del potere, i golpisti hanno organizzato efficientemente la comunicazione, ostentando un plateale appoggio popolare. Hanno raccolto nello stadio di Niamey decine di migliaia di sostenitori festanti con bandiere nigerine e russe, e più recentemente un appello per integrare volontari nell’esercito è stato raccolto da altre migliaia, pronti a mettersi in fila di notte per farsi arruolare.
L’Economist, che certo non può essere sospettato di simpatie per la giunta, ha mostrato con un sondaggio che il 78% dei nigerini la sostiene. Di più: il 54% sono generalmente contrari a interferenze da parte di organismi regionali o internazionali, ma l’ambiguità della domanda è parzialmente dissipata dal fatto che il 53% dei favorevoli sarebbero in realtà ben disposti verso un intervento della Russia, il 13% vedrebbe di buon occhio un’azione degli Stati Uniti, e solo il 6% invoca le armate dell’ECOWAS.
I golpisti hanno anche presentato un governo di 21 membri che pare relativamente moderato: il Primo Ministro è Ali Mahaman Lamine Zeine, già Ministro delle Finanze nel governo di Mamadou Tandja fino al golpe del 2010, e 3 ministri sono generali (l’esercito non era invece rappresentato nel precedente governo di 43 ministri a guida Bazoum).
Le reazioni ufficiali al golpe sono state disparate: gli stati e i media occidentali sono precipitati nella confusione e nell’incertezza, con la Francia ostinata a ignorare le autorità non elette del Niger, incluse le richieste di ritirare militari e diplomatici francesi.
Gli USA sono restii a denunciare il colpo di stato per non dover troncare la cooperazione. Infatti, dal 2012, hanno profuso 500 milioni di dollari in aiuti militari e il Niger è, per dirla con Joshua Meservey (ricercatore dell’Hudson Institute), “il paniere dove gli USA hanno riposto tutte le loro uova”.
Senza scendere nei dettagli, il resto della comunità internazionale ha formalmente invitato a rispettare i meccanismi della democrazia.
La Cina ha dichiarato di aspettarsi un ripristino dell’ordine e una soluzione politica da parte dei poteri locali e regionali, nella protezione della sicurezza di tutte le parti coinvolte, incluso Bazoum, senza però chiamare l’accaduto “un golpe”.
La portavoce del ministero degli esteri russo, Maria Zakharova, dapprima ha invocato una soluzione pacifica, basata sul dialogo, e poi con i consueti toni sferzanti ha deriso la fallimentare missione diplomatica di Victoria Nuland, le cui richieste sono state respinte.
Diametralmente all’opposto dell’irritazione francese, i governi militari di Mali e Burkina Faso, notoriamente filorussi, hanno garantito fin da subito assistenza al Niger in caso di intervento militare esterno. Anche il famigerato leader della “Wagner”, Yevgeny Prigozhin, che nel frattempo è deceduto per la seconda volta, ha offerto i suoi servigi ai nigerini…
Consigliato per un ulteriore approfondimento il numero di LIMES: IL NIGER E LE GRANDI CRISI DELLE AFRICHE.