giovedì 5 ottobre 2023

I NUMERI E LA DIGNITA'

 LUCA IEZZI

La Repubblica 5/10

Dignità. È la parola che ricorre più spesso nel dibattito sull’introduzione del salario minimo legale. E basterebbe questo a capire che non è solo una questione economica e ancor meno puramente numerica. Per sgombrare il campo dalle prime obiezioni, non è una richiesta europea. Un bollino di provenienza che basta a rendere “odiosa” all’attuale maggioranza qualunque proposta su qualunque argomento.
Individuare una cifra minima per un’ora di lavoro è lo strumento semplice ed efficace per attuare il principio presente all’articolo 36 della nostra Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. E come molti principi presenti nella nostra Carta sembra dettato dal buon senso più che da qualche furore ideologico.
«Tutti condividiamo la finalità di tutelare i lavoratori e chiudere una lunghissima era di salari bassi che oggi sono sforbiciati dall’inflazione», diceva ad agosto la premier Giorgia Meloni appena prima di affidare al Cnel l’incombenza di definire quale è la cifra a cui, nel 2023, si può garantire una retribuzione dignitosa. Scelta dialogante in grado di allontanare il sospetto che, come certi vecchi politici, il suo unico fine fosse quello di affondare una proposta dell’opposizione (suggeritore persino più urticante di Bruxelles agli occhi del centrodestra).
Per giunta il Cnel, composto da esperti di economia, del lavoro, del mondo dell’impresa, non doveva neanche partire da zero. Le proposte di legge tra questa legislatura e la precedente avevano già individuato una somma di 9 euro. Opinabile come tutte le soglie, ma non campata in aria. In Europa ci collocherebbe sotto Germania (12) Francia e Olanda (11), ma sopra a Spagna (7,5) e Portogallo (5). Una classifica che rispecchia altri indicatori come il Pil pro-capite o il tasso di occupazione o il rapporto tra chi ha un impiego stabile e chi vive nella precarietà.
L’Istat ci dice che i rapporti lavoro con retribuzione oraria inferiore ai 9 euro lordi sono quasi un quinto del totale (il 18,2%) e coinvolgono circa 3 milioni di lavoratori (dati 2022). Una platea reale a cui regalare qualche euro di dignità in più. Meno dignitoso però l’utilizzo che i tecnici hanno fatto di questi numeri: se il diritto al salario non si può negare, si può, con un po’ d’impegno, ridurre il numero dei beneficiari.
Innanzitutto la soglia è scesa intorno ai 7 euro seguendo l’indicazione del 60% del salario mediano indicato dalla direttiva europea. E così gli aspiranti alla dignità sono subito scesi a poco meno di 900 mila. Ancora troppi.
Togliamo agricoltura e servizi domestici, caratterizzati da regimi tipici del lavoro intermittente. Non solo, facciamo sparire chi alla cifra di 7 euro non ci arriva perché lavora pochi mesi all’anno — magari perché licenziato o in cassa integrazione — e concentriamoci sui salari bassissimi: “Sono solo 54.220 lavoratori dipendenti, pari allo 0,4% dei lavoratori di cui è noto il contratto collettivo applicato”, concludono con un sospiro di sollievo i tecnici del Cnel. Missione compiuta: il salario minimo è un principio condivisibile ma non una priorità. Un aiuto utile a pochi. Chissà se anche i tre milioni contati dall’Istat (e mai negati dagli esperti coinvolti) si sentiranno altrettanto sollevati.
Per chi cerca la dignità non resta molto. Una speranza arriva dai giudici (in che posto sono nel gradimento della maggioranza rispetto a Europa e opposizione?). Otto lavoratori di una cooperativa di vigilanza sono andati in tribunale per chiedere se il loro stipendio netto (650,29 euro al mese) fosse rispettoso dell’articolo 36 della Costituzione. La Cassazione ha risposto di no. Al massimo si può parlare di sopravvivenza e poco importa se quella cifra è riconosciuta da un contratto collettivo o è sopra la soglia di povertà definita dall’Istat o superiore al sussidio di disoccupazione. Conta la realtà, anche quando si cerca di nasconderla giocando, forse troppo, con i numeri.